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Il penale non ci salverà dagli ecodisastri

È stata approvata dal Senato la nuova legge sugli ‘ecoreati’ tra il plauso delle forze di Governo e la soddisfazione del M5S che ne rivendica con orgoglio la paternità. “Era una legge che aspettavamo da vent’anni” – dicono – e, in effetti, tanto ci è voluto per inserire nell’ordinamento norme di cui si è cominciato a discutere, a livello parlamentare, dalla fine degli anni Novanta. In sostanza il provvedimento introduce cinque nuovi ‘ecoreati’, raddoppia i termini della prescrizione e inserisce nel codice penale l’aggravante ambientale, che scatta quando un reato viene commesso per la ulteriore commissione di un delitto contro l’ambiente. Non più soltanto sanzioni amministrative ma carcere, che teoricamente può arrivare fino a 15 anni e multe salate. I nuovi reati previsti sono: inquinamento ambientale, disastro ambientale, traffico ed abbandono di materiali ad alta radioattività, omesso controllo e omessa bonifica. Un insieme di norme presentate mediaticamente come una stretta dal punto di vista repressivo e la risoluzione di un caos normativo durato per anni.

Tuttavia la giusta domanda da porsi è se questa nuova legge sia in grado realmente di prevenire i reati ambientali che, in quanto tali, sono legati non soltanto agli affari illeciti del capitalismo extralegale ma anche (e soprattutto) ad un preciso modello di sviluppo che vede nelle risorse ambientali beni di cui appropriarsi e mettere a profitto, in maniera del tutto legale.

Un inasprimento delle pene, mitigate in ogni caso dal ‘ravvedimento operoso’, riuscirà ad essere un efficace deterrente contro grandi aziende e potentati economici? O si rivelerà ennesimo strumento dell’armamentario discorsivo securitario in fiorente sviluppo in un Paese in cui, comunque, si rischia più a frantumare una vetrina che ad inquinare le falde acquifere di un’intera provincia?

Ad oggi, al netto degli entusiasmi di larga parte della stampa mainstream e del parlamento, le maggiori critiche al provvedimento si concentrano proprio sul fatto che il ‘disastro ambientale’ può essere considerato tale solo se è ‘cagionato abusivamente’. In sostanza, non vi è disastro ambientale qualora l’inquinamento venisse prodotto da un’azienda in possesso di regolari autorizzazioni ad operare (vedi Ilva di Taranto). Del resto tale precisazione appare scontata, per quanto scandalo possa suscitare in taluni, visto che la sua mancanza sarebbe stata senz’altro considerata una limitazione inaccettabile della libertà di impresa nell’era dello Sblocca Italia.

Di certo chi va a gettare un frigorifero in campagna o chi da fuoco abusivamente a rifiuti e materiali pericolosi oggi rischia (perlomeno sulla carta) molto più di ieri, anche se è difficile dimenticare le tante sirene che hanno suonato ad ogni giro di boa di una qualche emergenza ambientale (ricordate l’arresto in flagranza per chi sversava abusivamente annunciato durante le mobilitazioni nella ‘terra dei fuochi’?) e che sono servite solo come efficaci armi di distrazione di massa producendo zero risultati concreti.

Lo strumento penale è di per sé inadatto a risolvere le grandi questioni che riguardano i mille volti della devastazione ecologica nel nostro Paese, anche se prevedere norme che vietano il disastro ambientale e l’inquinamento, perlomeno doloso, rappresenta un elemento minimo di buon senso che tuttavia trova dinanzi a sé le forti resistenze dell’imprenditoria, come dimostrano i numerosi interventi di Confindustria tesi ad impedire che la legislazione in materia possa costituire un intralcio alla libertà di fare profitto.

Nella migliore delle ipotesi ci troviamo dunque di fronte al tentativo di risolvere con gli anni di carcere (che colpiranno con ogni probabilità gli ultimi anelli di una lunga filiera) un problema complesso ed articolato, nella peggiore siamo al cospetto di un provvedimento-truffa, che introduce ampi margini di discrezionalità nell’applicazione della legge che ne annulleranno ogni possibile effetto reale. Un provvedimento che ha ceduto alle pressioni di Confindustria e dei poteri forti (cancellato anche il passaggio, importantissimo, che vietava le prospezioni mediante la tecnica dell’airgun) nel quale la retorica del ‘giro di vite’ penale occupa un ruolo centrale (ed è interessante notare come anche le nuove norme sull’omicidio stradale vadano nella stessa direzione di un inasprimento delle pene di dubbia efficacia pratica e tuttavia molto popolare).

@teleprop

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