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Beppe Grillo e la regressione modernizzatrice

 

“Non c’è nulla di nuovo in borsa. Non può esserci perché la speculazione è vecchia come le colline”. (Jesse Livermore, trader arricchitosi con le crisi del 1907 e del ‘29. Morto suicida).


1. Populismo. L’Italia tra Wall Street e il Reno.

Aggiungiamo un racconto alle cronache provenienti dagli Stati Uniti che si sono susseguite, a partire dall’autunno 2011, a causa della protesta di Occupy. Parliamo di una insegnante, che ha perso il lavoro come i risparmi e il suo status di classe media grazie al crack di borsa, che incita le folle e diventa famosa per uno slogan sempre scandito nei suoi discorsi.  Lo slogan,  cavallo di battaglia fatto proprio da moltissimi americani è questo: “Wall Street possiede il paese. Non esiste più un governo del popolo, dal popolo, per il popolo ma solo un governo di Wall Street, da Wall Street, per Wall Street”.
Il vigore oratorio di Mary Elisabeth Lease, così si chiama l’insegnante, e  la sua capacità di stare in piazza si fanno davvero apprezzare. Ma ci sono due aspetti da evidenziare. Il primo è che non si trovano tracce della Lease su youtube. Perché non si tratta di una attivista che emerge assieme alle proteste a seguito del crollo di Lehman Brothers del 2008, o con l’esperienza di Occupy, ma di una persona comune che si forma politicamente sull’onda di proteste causate dalla long depression originata dal crack di borsa del 1873. Il secondo è che la Lease è stata un membro del  People’s Party, il primo e più grande partito populista americano. Stiamo parlando di un partito che ha espresso governatori e sindaci, nonché almeno un serio candidato presidenziale con significativa presenza di deputati al congresso, e che ha lasciato una reale traccia nella storia politica americana. Sia nei democratici, che finirono per assorbire il People’s Party, che nei repubblicani. Una caratteristica del populismo del People’s Party, che assorbiva elementi contrastanti della profonda provincia americana, va seriamente considerata anche oggi.  L’esperienza populista più importante della storia degli Stati Uniti non si fermava infatti alle rivendicazioni legate alla situazione agraria e finanziaria ma esprimeva due importanti posizioni legate allo sviluppo industriale: la nazionalizzazione dei trasporti (in questo caso le ferrovie) e delle comunicazioni (il telegrafo).
Alla difesa della terra, sia in senso materiale che simbolico, identificata con la protezione del popolo si  sovrapponeva così la rivendicazione della nazionalizzazione di trasporti e comunicazioni che unificavano un paese. Questo per dire che, usando le parole di Livermore, se la speculazione in borsa è vecchia come le colline, e genera ciclicamente crisi molto estese, il populismo che gli si contrappone dalle origini è un fenomeno che presenta  un simbolico, e una base sociale e materiale, che è sia legato alla terra che alle forme comunicative che connettono socialmente una nazione. In questo senso, il populismo del Movimento a 5 Stelle, definizione che per Grillo “non rappresenta un’offesa”, si definisce come una rielaborazione istintiva del populismo originario. Di questo tipo di populismo americano, nonostante l’importanza storica, si era però persa la memoria. Specie se si considera che, mezzo secolo più tardi, il populismo radicale “né di destra né di sinistra” alla Huey Long, il governatore della Louisiana assassinato nel ’35 diventato nemico di Roosevelt, si basava soprattutto su cemento, infrastrutture e revisione del sistema fiscale. Il tema del rapporto tra populismo e proprietà dei mezzi di comunicazione, a quell’epoca, forza della centralità dell’industria, si era totalmente dissolto.
Il populismo, anche quello diverso dal People’s Party e più ferocemente radicato a destra, è però un fenomeno molto complesso verso il quale non si possono avere reazioni meccanicistiche sia di rigetto che legate a rozze ipotesi di alleanza strumentale. Per quanto riguarda quest’ultima basti ricordare cosa avvenne in Germania durante l’occupazione franco-belga della Ruhr, intesa come riparazione dei crediti di guerra della prima guerra mondiale, avvenuta nel 1923. La reazione della popolazione locale all’occupazione straniera portò a forme di collaborazione sul territorio tra partito comunista tedesco e nazionalsocialisti. Uno storico tedesco riporta di un quadro locale del partito comunista tedesco, di origine ebrea, che parlando dei nazisti affermò “oggi dicono di lottare contro il capitale ebraico domani, grazie al nostro intervento, lotteranno solo contro il capitale”. Sappiamo come è andata a finire.
In generale il populismo inteso come accusa, e non come affermazione positiva di sé tipo People’s Party, è un’arma della critica che può essere usata da diverse posizioni politiche.  Taguyeff ne l’Illusione populista (2003) marca, nel ritorno all’accusa di “populismo” cresciuto a partire dagli anni ‘90, proprio queste differenti origini critiche che riflettono l’ampiezza delle diversità di ceppi culturali populisti. Interessante è qui l’apertura del testo di Taguyeff che si focalizza sul fatto che il populismo emerge contro schemi consolidati sia a destra che a sinistra, ma anche contro lo schema neoliberale e persino quello neowelfarista. Ma, prosegue lo storico delle idee francese, nonostante sia molto citato da un ventennio “la vera natura del populismo continua a restare misteriosa”. Natura che in Europa, per quanto indefinita, con la nascita del videopotere assume caratteri recepiti, da tutte le altre culture politiche, come nettamente inquietanti. Da quando Ross Perot, finanziatore di Apple negli anni ‘80, si candidò alle presidenziali americane nel 1992, ottenendo un lusinghiero 19%, in nome della democrazia elettronica dal basso e Berlusconi vinse le  elezioni politiche del ‘94 in Italia. Da allora il populismo, inteso come primato etico e politico dell’insieme del popolo su  ogni altra forma organizzata della società (secondo differenti coniugazioni, molto diverse tra loro), oltre ad avere una natura incerta, determinata da fattori aleatori perché non si tratta di una teoria ma di un insieme sempre nuovo di pratiche e di valori declamati, assume su di sé il tratto inquietante dettato dal peso coercitivo della società mediale. Da sinistra viene così sostanzialmente interpretato come riemergere del fascismo, mentre dal centro come una minaccia alla democrazia neoliberale e della rappresentanza dei diritti individuali. In Italia si tratta quindi di capire, dopo il declino del berlusconismo e la crisi della Lega, quali sono le tipologie di populismo che si stanno affermando entro l’attuale spazio sociale e mediale. In questo senso il movimento 5 stelle rappresenta un punto di osservazione privilegiato. Sia per definire le forme attuali, e in evoluzione, del populismo nel nostro paese che i loro modi di definizione della connessione sociale attraverso le tecnologie della comunicazione. Perché il popolo oggi, come qualunque aggregato collettivo, o è elettronico o non  esiste. Lo sa perfettamente Beppe Grillo quando ha messo in campo il brand di sé stesso non su un partito classico ma su una stratificazione di fenomeni di rete che, in nome della volontà popolare, trovano  nella forza della connessione sociale di Internet un elemento strategico di valorizzazione. Tutti questi fenomeni, fatti di storia tradizionale del populismo come di sostanziali novità, se non confutano l’affermazione per la quale il populismo resta un fenomeno controverso, ci aggiornano la lettura di questi processi sociali nel presente e nell’immediato futuro. Il populismo delle origini, come nel People’s party, nato come fenomeno antagonista alla borsa e favorevole alla nazionalizzazione delle comunicazioni trova una rielaborazione spontanea, senza riflessi teorici diretti, in movimenti come quello italiano del 5 Stelle. Dove l’appropriazione collettiva delle comunicazioni è immediatamente praticata, piuttosto che attendere una qualche nazionalizzazione, e rappresenta non una rivendicazione ma una forma paradigmatica e imprescindibile della connessione sociale. In questo senso, si noti come in un testo veramente interessante come quello di Keith Hart (Memory Bank, 2011) si indichi come nella nuova antropologia della finanza si rileva che nei comportamenti e nei riti nel mondo finanziario la mente (l’intelligenza collettiva, i processi di astrazione, qualsiasi forma di calcolo di inferenza o processo di spettacolarizzazione) e la moneta sono ormai indentificate con Internet. Ancora più del telegrafo, che fu la precondizione tecnologica per il boom della finanza mondiale della seconda metà dell’800, Internet diviene lo stesso terreno con cui si identificano la presenza di moneta e mente nel mondo finanziario. Non è quindi sorprendente che in un movimento populista nazionale, come il 5 stelle, mente e moneta (addirittura alternativa) trovino localizzazione proprio in Internet. Segno di questo spontaneo processo di contaminazione, tra finanza e populismo, e di rovesciamento di senso di un simbolico che assume tratti comuni persino nei processi di innovazione oltre che nella codificazione della realtà. I tentativi di instaurazione di una democrazia elettronica, come quello di Perot dei primi anni ’90, trovano quindi una naturale rielaborazione in movimenti che affermano la centralità della rete. Sono questi temi ai quali bisogna guardare, piuttosto che a qualche angusto esempio della storia italiana, perchè fanno parte non tanto della storia americana ma di quella globale. E i movimenti che si formano nella rete assorbono, nel bene e nel male, cultura globale,  non qualche forma di milazzismo o di qualunquismo presenti nelle pieghe della storiografia politica italiana. Il paradosso di un populismo che assume, istintivamente, cultura globale è quello di una rielaborazione del “pensare globalmente agire localmente” che, un paio di decenni fa, si pensava ad esclusivo appannaggio dei movimenti ecologisti. Ma, anche qui, si è dimenticato che il simbolico della terra e la tendenza all’uso collettivistico delle tecnologie della comunicazione è all’origine degli stessi movimenti populisti diversi decenni prima della nascita dell’ecologismo. E dove ci sono strumenti di comunicazione finisce per non esserci solo cultura locale, la territorializzazione è più legata a ciò che si pensa essere il politico. D’altronde può un movimento come il 5 stelle che usa Facebook assorbire solo culture locali? Ovviamente no anche se la territorializzazione nazionale dei problemi politici, in questo caso la forma populista, funziona da strumento di selezione di quanto assorbito dalla cultura globale.

2. Visual Rethorics: dal populismo agrario a quello ecologista e digitale

Nel testo di John Lukacs, Democracy and Populism (2004),  si riporta un  tema che , in questo scenario, non si può assolutamente trascurare. Lukacs, nei primi capitoli del libro, ripercorre un tema fatto emergere dal Tocqueville de La democrazia in America: quello della democrazia reale elettiva che, al di là delle dichiarazioni di principio, altro non è che una forma di governo misto tra monarchia, aristocrazia e democrazia stessa. Le immagini, spesso utilizzate dai media, del presidente come monarca repubblicano e dei parlamentari come aristocrazia della repubblica rendono bene la dimensione di stratificazione sociale e i conflitti che generano le forme reali di democrazione mista. Il populismo è quindi un fenomeno che, proprio partendo dalle osservazioni americane di Tocqueville rielaborate da Luckacs, assume in prima persona l’affermazione “noi il popolo” presente nella dichiarazione di indipendenza degli Stati Uniti contro gli elementi di aristocrazia e di monarchia presenti nella forma repubblicana. In questo senso il blocco storico precedente all’emergere del populismo, nel quale sono presenti forme egemoni di aristocrazia e di monarchia, viene messo  in discussione. Ed è la forma sociale che assume questo “noi il popolo” che determina ogni tipo di populismo che si esprime in un periodo dato. Oppure se  questo “noi il popolo”  sia o meno populismo. Senza escludere come sia la democrazia radicale che l’autoritarismo possano alternativamente specchiarsi nella forma sociale e politica del populismo.
Cerchiamo quindi di capire le caratteristiche antropologiche che può assumere la forma sociale populistica attuale. E poi, successivamente, quella comunicativa, che genera connessione sociale.  In questo senso due testi sono veramente utili: Ordinary People and the Media. The Demotic Turn (2010) di Graheme Turner e Defining Visual Rhetorics (2004) a cura di Charles Hill e Marguerite Helmer. Ma andiamo per gradi, cominciando dal Demotic Turn di Graeme Turner e dalla sua importanza per capire la forma sociale del populismo contemporaneo. Non prima però di definire un passaggio storico, molto utile per capire il grillismo: quello che marca la differenza tra il populismo agrario e quello ecologista digitale. Dove il populismo che si richiama alla sovranità del popolo, tecnologicamente mediata, in ogni momento opera una sorta di continuo stato di emergenza rovesciato dove la legittimità risiede nella rappresentazione della volontà dal basso e non nella ragion di stato. Poi se gli effetti di questo stato di emergenza che si fa permanente sono rovesciati, rispetto alle premesse formali, è altra questione. Del resto, come scriveva Luhmann, il paradosso è la forma contemporanea con la quale si affermano gli elementi costituenti e procedurali delle organizzazioni di ogni tipo. Ma va evidenziato che il paradosso che permane nel populismo, anche in quello autoritario che esprime forme di cesarismo, è quello di riprodurre lo stesso conflitto latente nelle forme miste della democrazia contemporanea. Si tratta del paradosso di non poter sopprimere, al proprio interno, il conflitto della sovranità popolare, contro le trasfigurazioni dell’aristocrazia e della monarchia residuali ma fortemente presenti  nella forma repubblicana e democratica.
Ernesto Laclau ne La ragione populista (2008) fissa efficacemente gli idealtipi novecenteschi del populismo. In quest’ottica retrospettiva non è appunto da sottovalutare il potere simbolico della terra, che rimanda a un’idea più complessiva di connessione sociale e quindi a un concetto originario di popolo, presente nei populismi agrari. Ma, per uscire dal ‘900, non è da dimenticare come diverse culture ecologiste, anche loro malgrado, abbiano nutrito un populismo di tipo nuovo o comunque fatto inquadrare l’ecologia in modo diverso. Si guardi, ad esempio come il tema ecologico è trattato da Grillo e dal movimento a 5 stelle. In modo tecnicamente populista, i temi ambientali sono immaginati come sottoposti direttamente a giudizio popolare anche in fase amministrativa e non solo deliberativa. In un dispositivo di comunicazione politiche che prevede sia la rete come  strumento di deliberazione, comunicazione e informazione che il brand Grillo come potere simbolico di attrazione complessiva. Ed  è in questo modo che si tende a riproporre, in forme mutate, lo stesso schema della democrazia mista che si tenta di mettere a crisi. Dove la volontà popolare sta nel referendum, l’aristocrazia negli utenti skilled della rete e la monarchia nel detentore in ultima istanza del brand Grillo.Ma è anche vero che, operando in questo modo, l’ecologia (come altri issue fondamentali dei nostri tempi, ad esempio il reddito di cittadinanza) entra in un paradigma politico del tutto nuovo. Che oltrepassa quello sostanzialmente illuminista, sullo stato del pianeta, che pretendeva di convincere ogni strato sociale dell’urgenza dei temi ambientali grazie all’universalità del proprio messaggio. Per immettersi in uno dove il tema ecologista, che tocca il simbolico della terra e quindi l’idea originaria di un popolo organicamente connesso, è il terreno di scontro, e di affermazione, della volontà popolare contro i residui aristocratici e monarchici presenti nella attuale democrazia. L’elemento tecnologico, la sovrapposizione di piattaforme comunicative comprese quelle tradizionali, entra così direttamente in connessione sia con la sovranità popolare che con l’immaginario della terra. La democrazia populista che si vuole dal basso, e che rimane impigliata in elementi aristocratici e monarchici, si contrappone così alla vecchia aristocrazia e monarchia presenti nella società.
Questa ritrovata dimensione populista si sovrappone quindi ad un sostrato antropologico nuovo, o se si preferisce ad una mutata concezione dell’insieme sociale, e ad una dimensione trasformata della comunicazione politica (e quindi delle modalità di connessione sociale). Demotic Turn e Visual Rethorics non ci spiegano a caso questi fenomeni. Il primo testo, quello di Graheme Turner, ci spiega consapevolmente la forma sociale del nuovo populismo. Il demotic turn  è infatti la rappresentazione sociale egemone della ordinary people , profondamente radicata nelle culture popolari attuali (che sono prevalentemente digitali). Una rappresentazione che esce da diversi decenni di narrazioni mediali, compresa la loro recente rielaborazione del web  2.0, dai reality, dalla continua compenetrazione tra star system e gente ordinaria (che crea il linguaggio popolare sulle star), dai microfoni aperti alle trasmissioni radiofoniche, dalle miriadi di rappresentazioni di tutto questo nei cellulari sugli smartphone, dal riflesso di questa egemone dimensione simbolica nella vita quotidiana. Ecco quindi le forme di connessione sociale del nuovo populismo nella rappresentazione della ordinary people, forme che sono profondamente innestate nelle nuove figure del lavoro precario e instabile. Il “nè di destra nè di sinistra” di Grillo, un classico del populismo vecchio quasi quanto la destra e la sinistra, guarda quindi a questa rappresentazione italiana della ordinary people, alle sue forme di connessione simbolica e quindi in una pluralità di piattaforme mediali che elaborano identità valide anche per le figure sociali del lavoro. In Turner c’è però differenza tra dimensione demotic della rappresentazione della vita quotidiana e il populismo. Nel senso che la prima è la dimensione impolitica, quotidiana, diffusa, della rappresentazione –  e della pratica – quotidiana della ordinary people. Mentre il populismo è la rappresentazione politica di questa dimensione della ordinary people che può assumere forme autoreferenziali dettate da vere e proprie forme di strategia dell’odio che emerge dal basso. Il demotic turn in Turnes rivela così, oltre ad esprimere un linguaggio e un simbolico di connessione (e quindi complesso), il proprio sottofondo emotivo fatto di rancori, timori, pulsioni collettive che emergono proprio nell’incontro delle rappresentazioni della vita ordinaria con i linguaggi e la simbolica della politica. In questo contesto, di mutazioni nel simbolico e nei linguaggi collettivi, le forme della persuasione politica cambiano anch’esse radicalmente. E’ il tema del collettaneo Visual Rhetorics (2004) dove la retorica, intesa come tecnica (e oggi tecnologia) politica della persuasione e della creazione di consenso, assume forme nelle quali la dimensione visuale e dell’immagine risulta essere predominante proprio nell’ottica della corretta rappresentazione del demotic turn, fenomeno di simbolizzazione egemone del cittadino ordinario.
La capacità della ordinary peopole di usare e stravolgere, o di recepire, simboli e immagini della società mediale che la rappresenta è il nuovo livello della comunicazione politica di un populismo differente dalle forme sociali del passato. Il suo potere di persuasione retorica visuale, e quindi di attrazione di masse, altro non è che un’inedita forma di comunicazione collettiva sulla quale si basano le istanze populiste. Il brand Grillo, la rete nella quale il movimento a 5 stelle nuota come l’esercito nella famosa citazione di Mao altro non sono che la forma italiana di queste mutazioni nella connessione e nella rappresentazione sociale che, come notiamo, sono state prima di tutto registrate nella cultura globale.

E’ quindi da considerare il fatto che in Populism And The Mirror Of Democracy (2005) di Francisco Panizza il populismo si rinnova come espressione  di profonde trasformazioni sociali e come paradossale cifra di esigenze nuove della società. Il richiamo alla volontà originaria del popolo altro non è che la dimensione simbolica che legittima, permette e tiene assieme tutte le differenti trasformazioni sociali che emergono in una società. Grillo è proprio questo: il veicolo simbolico che permette, ad una società mutata (anche solo negli ultimi cinque anni), instabile, fortemente differenziata di esprimersi attraverso il linguaggio del tradimento della volontà originaria del popolo.  Allo stesso tempo, proprio perchè questa volontà originaria esprime il linguaggio della mutazione, il populismo presenta i tratti della modernizzazione. Un modernizzazione promossa dalla ordinary people, una democrazia ordinaria.

3. Conclusione. The Making of Moral Person, una regressione modernizzatrice.

In una Gran Bretagna scossa dal thatcherismo, nel mezzo della scomposizione sociale operata dal neoliberismo, Stuart Hall si trovò a dover commemorare il cinquantesimo anniversario della morte di Gramsci. Ne uscì, su Marxism Today del giugno 1987, un importante articolo “Gramsci and us” che è utile sia per capire le dinamiche sociali e politiche della Gran Bretagna dell’epoca ma anche quelle successive, ad esempio l’ascesa di Berlusconi, nel nostro paese. Davvero un’operazione di rilettura di Gramsci in Inghilterra che finisce per tornare di nuovo utile anche in Italia. Quali sono le analisi su Gramsci e la Thatcher da parte di Hall che sono utili anche per noi ad oltre un quarto di secolo da quell’articolo?
Curioso, almeno per il lettore italiano di oggi, che Stuart Hall definisca il thatcherismo come il ritorno alla società di mercato “verso la quale non avremmo mai pensato di tornare dopo gli anni ‘30”. Ritorno che è stato favorito, in Stuart Hall, dalla capacità del fenomeno Thatcher di scomporre parte della società britannica facendo leva sull’autorità popolare promossa da un altro settore di società, quello desideroso di registrare le mutazioni del mondo britannico entro un autoritarismo tradizionale. E’ questa fusione di elementi di novità e di vecchio autoritarismo che Hall chiama, rielaborando direttamente il lascito gramsciano sulla rivoluzione passiva, una “regressione modernizzatrice”.  Modernizzatrice perchè registra e incoraggia la dinamica della nuova differenziazione sociale dell’Inghilterra degli anni ’80, in un paese che si avviava a consegnare metà del Pil interno ai servizi finanziari, e regressione perchè legittima politicamente una gerarchia autoritaria, con al vertice la figura moralizzatrice di Margaret Thatcher, che spazza le vecchie forme della democrazia partecipativa.  Riproducendo una nuova democrazia mista di una società mutata, con una “monarchia” ben salda al potere, come esito dell’ondata populista chiamata a supporto della figura moralizzatrice della Thatcher. Il berlusconismo, in fondo, non è stato molto differente: ha spazzato via le forme di democrazia precedenti, ormai agonizzanti, ristrutturando la società italiana verso una nuova democrazia mista. Democrazia che “semplificava” la presenza dei partiti e delle forze sociali organizzate entro un populismo televisivo che faceva leva sulle novità della società italiana per come erano uscite dagli anni ’80. Con la differenza, significativa, che Berlusconi non ha mai rivestito alcun ruolo moralizzatore. In questo senso Grillo rappresenta, sul piano simbolico, quella svolta moralizzatrice a lungo chiesta dalla società italiana. Si potrebbe parlare di una economia morale istituzionale richiesta dalla società italiana, ma è un tema da affrontare a parte.
La questione da farsi è quindi evidente. Il populismo di Grillo può rappresentare una nuova regressione modernizzatorice della società italiana? Può affermare un nuovo tipo di democrazia mista, come la Thatcher o Berlusconi, contro la precedente?
Il populismo della Thatcher e quello di Berlusconi hanno avuto, questione morale a parte, due caratteristiche in comune. La capacità di evocare e mobilitare una ordinary people di tipo nuovo, quella uscita dalla scomposizione sociale precedente, e quella di rappresentare un nuovo tipo autoritario di democrazia. E persino quella di costruire una nuova retorica visuale, Berlusconi si spiega da solo ma qui la Thatcher è tutta da scoprire, in grado di catalizzare tutte le forme di differenziazione sociale interessate a contribuire ad una nuova stagione populista.
La regressione (nelle forme della democrazia reale ma anche del vivere sociale) modernizzatrice ( attuata grazie al protagonismo di nuovi settori di società) era così servita. Una democrazia ordinaria, quella della ordinary people intesa come sciame di massa di una forte leadership simbolica, che conteva una ristrutturazione autoritaria della democrazia mista presente nel precedente assetto capitalistico della società. Del resto non si è mai vista una ristrutturazione delle forme del potere, anche se verso l’alto, di una società senza forti elementi di novità.
La traiettoria politica futura del movimento a 5 stelle, entro questo scenario, va probabilmente ipotizzata su tre possibilità. Tutte probabilmente visibili dopo la chiusura della fase costituente del movimento. Si sa, dopo le fasi costituenti (quelle aperte) si aprono quelle della specializzazione, della chiusura delle possibilità per garantire un percorso politico definito. In questo senso il sostrato antropologico profondo delle società contemporanee oppone, ai movimenti che si costituiscono, tre grandi campi di forza. Il primo è legato ad una rapida dissoluzione a causa della forza della complessità sociale (è accaduto a molti movimenti nell’ultimo quarto di secolo), il secondo definisce un sostrato antropologico politico di destra (quindi lo specializzarsi verso la concentrazione delle risorse materiali e politiche nei rami alti della società) il secondo è un sostrato antropologico di sinistra (dove la dialettica politica e sociale tendono alla redistribuzione delle risorse).
La retorica ufficiale in questi processi conta poco: ci sono forze politiche ufficialmente “nè di destra nè di sinistra” che hanno risposto ad un sostrato antropologico di destra e persino forze politiche dalla retorica ufficiale di sinistra che, di fatto, sono sopravvissute solo garantendo la concentrazione della ricchezza per pochi.  La democrazia mista contenuta nel grillismo è di tipo nuovo, come abbiamo visto, impone una nuova retorica visuale e quindi innova anche sul piano dei linguaggi e dei comportamenti politici. Ma anch’essa dovrà fare i conti con i campi di forza, fatti delle radici stesse delle società contemporanee, che impongono o una dissoluzione o una specializzazione, un approfondimento di pratiche e comportamenti. O verso destra, perchè le società si stabilizzano anche con una distribuzione ineguale delle risorse destinando potere alla concentrazione di ricchezze, o verso sinistra in una dinamica egualitaria e redistributiva. In ogni caso il passaggio da un tipo di democrazia mista all’altro, tramite il populismo, troverà una specificazione e un chiarimento.
Insomma, per Grillo è possibile un futuro di veloce dissolvimento oppure alla Berlusconi o alla Mary Elisabeth Lease. Sono opzioni completamente diverse ma che mostrano anche il tipo di scelte, in un senso o in un altro, che si imporranno nella società italiana al superamento  da questa fase di sgretolamento di aggregazioni sociali e di partiti usciti da un ultimo ventennio ormai non più riproponibile.

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