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Dentro il campo nemico, contro il campo nemico. Per la solidarietà internazionalista con il Venezuela, contro la guerra che viene

«la tendenza a creare il mercato mondiale […] è data immediatamente nel concetto di capitale. Ogni limite si presenta qui come ostacolo da superare» (K. Marx, Lineamenti fondamentali, vol. II, p. 9.).

Un nostro articolo del 7 dicembre scorso iniziava con le parole «Mentre scriviamo queste righe il Presidente degli Stati Uniti dichiara unilateralmente chiuso lo spazio aereo sopra il Venezuela». Oggi, il 3 gennaio, mentre scriviamo queste righe il Presidente degli Stati Uniti ha ordinato un attacco aereo e di terra di larga scala contro la Repubblica Bolivariana del Venezuela. 

Le notizie sono ancora frammentarie, ma riportano di bombardamenti contro la base militare La Carlota, una raffineria a Caracas e il porto di La Guaira eseguiti con elicotteri ed aerei da guerra. Notizie non confermate e ad ora smentite dai messaggi che arrivano dal Venezuela parlano anche di attacchi contro gli edifici del potere legislativo e giudiziario e contro il palazzo presidenziale. Più preoccupante ed invece probabilmente realistica è l’informazione secondo cui la Delta Force americana avrebbe eseguito una operazione di rapimento nei confronti del presidente Nicolás Maduro e della moglie Cilia Flores e li avrebbe trasportati negli Stati Uniti oppure a Guantanamo. La contraerea venezuelana sembra avere risposto, anche se con poca coordinazione e poca efficacia – mentre più organizzate e più massicce sembrano essere le operazioni delle forze armate di terra venezuelane che si stanno dispiegando a Caracas e nelle zone di confine. Vivi e determinati appaiono i due ministri del governo secondi a Maduro, Diosdado Cabello e Vladimir Padrino – figure dotate di una minore importanza rispetto al Presidente, ma comunque riconosciuti e carismatici militanti chavisti della prima ora e rispettivamente al secondo e terzo posto della «kill list» americana con una taglia sulla testa di 25 e 15 milioni.

Proviamo a dare alcune valutazioni a caldo, ritenendo però doverosa una premessa: ci troviamo di fronte ad un’operazione senza precedenti – sia dal punto di vista militare che dal punto di vista politico – e come tale bisogna interpretarla.

Sull’imperialismo: appunti per comprendere la guerra che viene

Non abbiamo il tempo di dilungarci sulle motivazioni alla base della scelta interventista degli Stati Uniti nei confronti del Venezuela, di cui abbiamo già proposto un’analisi più articolata qui e qui. Riassumiamo tuttavia brevemente alcuni ragionamenti, perché crediamo che sia necessaria qualche chiarificazione per inquadrare correttamente l’operazione militare di questa notte.

Consideriamo che la decisione di un’intervento militare contro il Venezuela sia una, e probabilmente la più contundente, delle risposte statunitensi a ciò che si può definire la crisi del comando imperiale americano. In breve: in un mondo segnato da un equilibrio politico ed economico altamente instabile – con l’Asia sempre più centrale all’interno delle catene di produzione materiale ed un asse occidentale ancora in grado di imporre, per ora, la propria legge sui mercati finanziari e sugli equilibri strategici grazie alla sua capacità di deterrenza militare – il Venezuela rappresenta per gli Stati Uniti una riserva di risorse strategiche (petrolio, gas, oro e minerali rari) fondamentali per spostare a proprio favore la bilancia del controllo delle basi materiali delle catene produttive e della transizione tecnologica. Crediamo che questo sia un elemento fondamentale da tenere a mente quando leggeremo – come in parte sta già accadendo – interpretazioni che presentano questo attacco come una decisione voluta esclusivamente da Trump: una forzatura funzionale ad appagare i falchi della destra americana, oppure una operazione mirata esclusivamente contro Nicolás Maduro, sulla cui pelle il presidente americano cerca di ricostruire un traballante consenso politico. Nella narrazione del progressismo europeo ed americano, la responsabilità verrà fatta ricadere sullo specchietto delle allodole di un presidente americano descritto come “populista” o “fascista”, talvolta persino come figura patologizzata, aggiungendo all’equazione una controparte venezuelana “corrotta” e dittatoriale. 

Ciò che viene così messo in ombra è l’attenzione sulle cause strutturali di una scelta del genere, le cui radici affondano non nella psicologia del presidente americano di turno, ma nella logica materiale dell’imperialismo e nelle contraddizioni che ne governano il funzionamento. Su questo è utile, anche se poco di moda, ricordare Lenin, ed una definizione dei meccanismi di funzionamento dell’imperialismo che riteniamo ancora valida a più di cento anni dalla pubblicazione del testo che la contiene: «Quanto più il capitalismo è sviluppato, quanto piú la scarsità di materie prime è sensibile, quanto più acuta è in tutto il mondo la concorrenza e la caccia alle sorgenti di materie prime, tanto piú disperata è la lotta […]. Da ciò nasce inevitabilmente la tendenza del capitale finanziario ad allargare il proprio territorio economico, e anche il proprio territorio in generale […], comunque e dovunque, in cerca soltanto di possibili sorgenti di materie prime, con la paura di rimanere indietro nella lotta furiosa» (V. Lenin, L’imperialismo fase suprema del capitalismo, p. 122-123).

La condivisione di una interpretazione del genere ci sembra la condizione necessaria, anche se non sufficiente, per comprendere, per situare e per affrontare la situazione che oggi ci troviamo davanti. Non è necessario arrivare a negare le contraddizioni del governo venezuelano, le difficoltà del progetto rivoluzionario bolivariano, i suoi elementi più difficili e, forse anche giustamente, controversi all’interno del dibattito militante e di movimento sul Venezuela. In questo momento, ci appare necessario condividere una chiarezza di fondo. 

Qua non siamo di fronte alla defenestrazione di un “dittatore” (o di un supposto narcotrafficante) compiuta “da un altro dittatore” un po’ più potente e un po’ più pazzo, un evento davanti a cui si possa far valere una tiepida equidistanza, o la richiesta di un ritorno a quella vuota parola tutta occidentale che è “democrazia” – quando viene pensata, ingenuamente o in mala fede, come un concetto del tutto indipendente dai processi di produzione capitalista e di costruzione di autonomia popolare. Già vediamo l’Unione Europea ed il progressismo delle nostre latitudini chiedere «legittime elezioni» in Venezuela, e aspettiamo di vedere da “sinistra” (qualsiasi cosa ciò voglia dire) il richiamo un po’ compiaciuto alla “fine naturale” di un processo rivoluzionario “corrotto” e “anti-popolare”.

Qua siamo di fronte ad un attacco politico-militare su larga scala contro l’autodeterminazione di un popolo e contro un processo rivoluzionario che ha contribuito in maniera innegabile a mettere in difficoltà il capitale statunitense sul controllo delle risorse materiali della produzione e sul controllo degli equilibri politici di un’area geografica politicamente e militarmente strategica per l’imperialismo americano. 

Sull’identità del nemico, e sulle cause del suo intervento militare, non crediamo che debba esserci spazio per nessuna ambiguità. Ed allo stesso modo, non crediamo che debba esserci spazio per nessuna ambiguità nell’aprire e approfondire i percorsi di solidarietà incondizionata alla resistenza del popolo venezuelano e alla rivoluzione bolivariana di fronte ad un evento simile.

Cosa aspettarsi

Può essere che gli attacchi aerei statunitensi si chiudano qua, come ha dichiarato Marco Rubio e come ha lasciato intendere Trump, e che il rapimento di Maduro consenta agli USA di non arrivare al tentativo di disarticolazione totale dello Stato avversario che ha invece contrassegnato l’inizio delle loro ultime operazioni militari (includiamo in questo ragionamento anche le operazioni militari israeliane, che si sviluppano secondo le stesse direttrici tattiche e strategiche di quelle statunitensi), come gli attacchi contro Iraq, Afghanistan, Libia, Hezbollah e – almeno in parte – Iran. Può essere che non si giunga quindi, da parte americana, ad una prosecuzione dei bombardamenti oppure ad un’invasione di terra – anche se è noto che il potenziale militare americano di fronte alle coste del Venezuela è in grado di mantenere un livello di pressione missilistica enorme e che ci sono stati allenamenti di marines nelle foreste caraibiche della Guyana in previsione di un intervento diretto in Venezuela.

Di fronte alla mancanza di una giustificazione reale per una dichiarazione di guerra al Venezuela, e di fronte ad un potere legislativo statunitense profondamente ostile ad operazioni boots on the ground che negli ultimi anni sono finite solo in disastrose ritirate, è possibile che il tentativo di Trump sia quello di rappresentare la questione esclusivamente come un intervento chirurgico statunitense finalizzato all’estradizione di un presidente (falsamente) accusato di narcotraffico. Questo non significa, tuttavia, che ci si possa aspettare la fine o l’assopimento della pressione militare contro il Venezuela: se le operazioni di bombardamento saranno, temporaneamente o meno, sospese sarà a causa di due ragioni principali.

La prima ragione, che abbiamo in parte già richiamato, riguarda le contraddizioni interne all’apparato politico-militare statunitense e alla stessa società americana. La crisi economica e sociale negli Stati Uniti incide in profondità, e il Congresso – insieme a settori della debole e oscillante opposizione progressista – ha già manifestato insofferenza non per il numero delle vittime venezuelane, ma per il costo materiale delle fasi di avvicinamento all’operazione: missili dai costi milionari, impiegati a decine dal Dipartimento della Guerra nelle scorse settimane contro imbarcazioni di pescatori venezuelani accusate di traffico di cocaina e fentanyl. Parallelamente, numerosi analisti militari statunitensi, pur sicuramente colpiti dal successo tattico dell’effetto sorpresa che ha loro imposto un quantomeno temporaneo silenzio, avevano sottolineato le enormi difficoltà a cui andrebbe incontro un’operazione di terra in Venezuela, e l’elevato numero di perdite – conseguenza anche della parziale (ma reale) militarizzazione di massa promossa dal governo venezuelano tra i settori sociali legati alla rivoluzione bolivariana. Sulla base di informazioni necessariamente frammentarie possiamo avanzare solo alcune ipotesi, ma è evidente che per gli USA la valutazione costi-benefici – in termini materiali, umani e politici – di un intervento militare su larga scala volto a occupare il paese, decapitare le forze armate, disarticolare lo Stato e i blocchi sociali chavisti ed imporre manu militari un cambio di governo non è affatto un’equazione lineare e dal risultato scontato. 

Le decisioni finali dipenderanno dalle valutazioni del Pentagono e del Dipartimento della Guerra, chiamati a misurare fino a che punto l’imperialismo statunitense possa permettersi un tale salto nel buio dopo che l’ultima operazione di simile portata nella regione – l’attacco del 1989 contro il Panama che aveva portato alla cattura del presidente Noriega – risale a oltre trent’anni fa e non era certo risultata né rapida, né indolore, a maggior ragione tenendo conto della arretratezza militare delle forze armate panameñe e delle piccole dimensioni del paese. La guerra in Ucraina ha mostrato come l’apparato politico-militare statunitense non sia più in grado di garantire una deterrenza totale né di imporre vittorie rapide e decisive sul terreno. Ciò dipende anche, in parte, dal livello di preparazione delle controparti incontrate – è passata molta acqua sotto i ponti rispetto all’esercito sbrindellato di Noriega o al tanto inefficiente quanto mastodontico apparato militare iracheno di Saddam Hussein. Come ha recentemente dimostrato l’esperienza di lotta e di resistenza del popolo palestinese, la resistenza intesa come disponibilità sociale dispiegata all’insubordinazione, allo scontro politico e militare da parte di ampi settori della popolazione di un paese aggredito, sullo sviluppo di un sentimento di solidarietà e di nemicità collettiva all’aggressore e all’occupante è possibile costruire un’unità e una capacità di tenuta difficilmente neutralizzabili o recuperabili. 

La seconda ragione che condizionerà la prosecuzione dell’intervento americano contro il Venezuela ha a che fare proprio con questo elemento, poiché si baserà sulla capacità della cosiddetta “opposizione venezuelana”, sostenuta dagli Stati Uniti e dalla CIA, di sfruttare il momento di disorientamento del governo bolivariano per mettere in crisi la tenuta interna del paese ed aprire uno scenario di guerra civile. Anche su questo terreno sarà necessario attendere e valutare la risposta delle forze armate venezuelane, all’interno delle quali è storicamente radicata la fedeltà al chavismo inteso non come apparato di potere ma come progetto politico fondato sul controllo popolare delle risorse e dell’economia, e su una dialettica certo irrisolta, ma rivoluzionaria tra potere popolare e potere militare. Ed è, allo stesso tempo, indispensabile ricordare che l’opposizione venezuelana si è strutturata negli anni su posizioni apertamente reazionarie e conservatrici, come confermano anche le recenti prese di posizione della sua principale esponente, María Corina Machado. 

È comprensibile la difficoltà, per chi proviene da esperienze di auto-organizzazione e da una sensibilità almeno in parte anti-autoritaria, nel sospendere l’immediata simpatia istintiva che tende a farci schierare, in ogni conflitto sociale, con chi manifesta contro il governo del proprio paese piuttosto che con le sue forze di polizia. E tuttavia, proprio il contesto venezuelano ci ricorda che qualsiasi forza sociale opera sempre entro rapporti di forza materiali, politici e militari determinati, che ne condizionano l’efficacia, il programma e soprattutto l’identità. Bisognerebbe provare a superare la storica difficoltà nel riconoscere che l’opposizione venezuelana si configura sì come una forza reale, ma che si posiziona esplicitamente nel campo reazionario, e che le contraddizioni interne alle società e ai processi rivoluzionari esistono e vanno analizzate assumendo una valutazione politica, tattica e strategica dei campi di alleanza da sostenere e delle controparti da individuare.

Dalle nostre parti, dalla nostra parte

Crediamo che, alla luce della sorpresa che ha colto molti di noi stamattina – ma non tutti, visto che già da mesi c’era chi segnalava che questo sarebbe accaduto – possano emergere alcuni spunti di base per orientarsi nel momento che stiamo affrontando. 

La prima è non perdere la bussola e prepararsi a comprendere, studiare e prevedere le prossime mosse  ed i futuri scenari di sviluppo dell’imperialismo statunitense e delle sue articolazioni collettive in Europa e nell’Occidente. Organizzarsi per fare fronte ai passaggi successivi di un’offensiva che non può che concludersi o in una crisi diffusa e potenzialmente mortale dell’imperialismo occidentale, oppure nella rinnovata affermazione del suo dominio attraverso una guerra mondiale – frammentata nel tempo e combattuta per procura, ma in ogni caso su larga scala – richiede la capacità di leggere i processi in modo coerente e condiviso.

La seconda è lavorare per rafforzare quelle opzioni politiche – nello scenario latinoamericano – in grado di continuare a mettere in crisi la capacità degli Stati Uniti e dell’Occidente collettivo di riorganizzare a proprio vantaggio le catene mondiali del valore attraverso il saccheggio materiale delle periferie, in particolare di quelle che detengono risorse critiche. Occorre fare, chiaramente, un’esercizio di umiltà, poiché si tratta di lavorare in questo senso nel campo delle nostre possibilità e del nostro posizionamento geografico e politico – senza, quindi, illudersi di poter spostare chissà cosa. Eppure, riconoscere che gli Stati Uniti tentano di scaricare all’esterno le proprie crisi interne – dalla questione delle sostanze stupefacenti alla gestione della forza lavoro migrante – trasformandole in pretesti per disciplinare politicamente avversari del «modo di vita americano» identificati nei governi marxisti dell’America Latina significa anche dare spazio ai tentativi di riforma sociale in corso in Venezuela, Colombia e Brasile, che aprono nuovi scenari di agibilità politica per il movimento, le forze progressiste e in parte anche quelle rivoluzionarie, dopo anni di repressione feroce. Non si tratta qua di mettere in soffitta tout court una posizione storicamente giusta e rivendicabile di ostilità e diffidenza nei confronti delle formazioni statali e dei governi, anche quando si tratta di governi progressisti, ma di ricordare che gli elementi della propria identità politica devono trovarsi in una relazione dialettica con le valutazioni tattiche e strategiche della fase in corso e che, in questo momento, si può ritenere opportuno accantonare temporaneamente tale posizione a favore di un sostegno critico a esperienze di governo come il progressismo colombiano, che ad esempio si è rifiutato di concedere suolo e basi militari agli americani per facilitare un’invasione del Venezuela, e che in queste ore sta esercitando il proprio peso nella regione per mettere in difficoltà l’apparato imperialista statunitense e l’opposizione conservatrice venezuelana che ne vorrebbe approfittare.

La terza riguarda, invece, le nostre possibilità più concrete, ed ha a che fare con la necessità di approfondire le contraddizioni interne alla riproduzione di capitale alle nostre latitudini e, per esteso, all’imperialismo occidentale. Questa partita, forse la più interessante e decisiva, si svolge su diversi piani. Il primo riguarda la costruzione di mobilitazioni concrete in solidarietà con la resistenza del popolo venezuelano, capaci di sostenere le capacità politiche e militari del Venezuela di mettere in difficoltà i piani statunitensi per accaparrarsi il suo petrolio, ma che non rischino di scadere nel semplice richiamo alla «resistenza dei popoli» come fattore esclusivo in grado di contenere o arrestare la violenza dell’imperialismo statunitense. Il secondo piano riguarda quello che dovrebbe essere invece per noi uno dei fattori fondamentali nel poter mettere in difficoltà la controparte imperialista e che è invece, ci sembra, un elemento sistematicamente sottovalutato che invece richiederebbe un inquadramento più deciso, a maggior ragione poiché si colloca più in profondità e, paradossalmente, molto più alla nostra portata. Parliamo dell’intensità delle contraddizioni politiche e produttive interne agli Stati Uniti, all’Europa e al campo occidentale, e dei loro risvolti sulla configurazione complessiva della congiuntura internazionale. 

In parte, il movimento di solidarietà alla Palestina è riuscito a individuare alcune di queste contraddizioni e ad agire per provare ad acutizzarle, con l’obiettivo di mettere in crisi il comando imperialista a casa propria: dare battaglia sul piano della legittimazione politica di un genocidio e di una guerra di conquista, la graduale costruzione di un campo sociale potente, capace di riconoscersi a vicenda e darsi forza nel produrre difficoltà reali per i governi occidentali, ed una stagione di mobilitazione radicale capace di identificare, denunciare e bloccare alcuni nodi fondamentali della valorizzazione capitalistica europea e, soprattutto, che proponeva al suo interno in maniera interessante ed innovativa la dialettica tra consenso e radicalità. 

Si tratta quindi di lavorare per rafforzare il campo che si è strutturato attorno alla solidarietà internazionale con la Palestina, estendendone la disponibilità di lotta alla solidarietà con il Venezuela e, più in generale, alla costruzione di un’opposizione sociale e allo sviluppo di un antagonismo e di un rifiuto diffuso nei confronti della guerra di conquista, di sterminio e di predazione condotta dal comando occidentale contro i popoli del mondo. Questo implica la capacità collettiva di mettere tatticamente e strategicamente da parte esitazioni e ambivalenze, tenendo insieme la solidarietà internazionalista, il sostegno senza ambiguità alla resistenza dei popoli oppressi e, soprattutto, l’intelligenza di individuare ed intervenire sulle contraddizioni politiche, sociali ed economiche del capitale alla portata della nostra azione collettiva. 

È su questo terreno che diventa possibile conoscersi, riconoscersi e organizzarsi per sabotare i meccanismi di costruzione e riproduzione dell’imperialismo, mettere in difficoltà il campo politico della controparte e agire non attraverso un esercizio di solidarietà retorica, ma come sostegno attivo alla resistenza del popolo venezuelano, del popolo palestinese e di tutti i popoli che verranno inevitabilmente colpiti. Questo terreno è dentro il campo nemico, contro il campo nemico, perché è qui che siamo chiamati a lavorare per inceppare l’orrore che si sta preparando e che è già in corso, ed è qui che siamo chiamati a praticare solidarietà concreta e sostegno reale ai popoli che si svegliano sotto le bombe.

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