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“I padroni del mondo:come i fondi finanziari stanno distruggendo il mercato e la democrazia”

Venerdì 6 giugno presso il CSOA Askatasuna alle ore 19.30 si terrà insieme all’autore Alessandro Volpi la presentazione del libro “I padroni del mondo: come i fondi finanziari stanno distruggendo il mercato e la democrazia” (Laterza, 2024). 

D’accordo con l’autore pubblichiamo l’introduzione del libro.

Mappe.

Esiste un legame evidente fra l’idea che serva una continua riduzione del gettito fiscale, per consentire ai mercati di scatenare le proprie doti salvifiche, e la brusca contrazione della spesa pubblica. Senza entrate infatti è difficile mantenere lo Stato sociale a meno di non supplire al minor gettito con il ricorso all’indebitamento pubblico che, tuttavia, sta diventando sempre più costoso e nel caso italiano difficilmente sostenibile alle attuali condizioni. Dunque si determina una transizione molto rapida, in diverse realtà in giro per il mondo già avvenuta, dai modelli sociali del Welfare a forme di privatizzazione dei servizi essenziali, a cominciare dalla sanità, che implica la trasformazione della cittadinanza in fruitrice dei prodotti della finanza globale. In altre parole, la scomparsa della dimensione pubblica conduce all’affermazione di strutture privatizzate che sono finanziate dai risparmi dei singoli, indirizzati verso fondi sempre più grandi che tendono a sostituirsi agli Stati. I cittadini, così, attraverso il risparmio diventano soggetti finanziari che affidano le loro sorti a gestori in grado di monopolizzare la liquidità disponibile. La sanità e la previdenza “complementari” assumono una rapida e crescente centralità in un simile panorama e modificano la natura dei loro destinatari che devono consegnarsi alle “strategie” dei gestori dei fondi per provvedere alla propria salute e alla propria pensione.
Questo libro prova a raccontare, in modo quanto più possibile chiaro, partendo dal caso italiano per approdare poi ad una prospettiva più ampia, come lo smantellamento del Welfare, indotto dal taglio fiscale e dalle privatizzazioni, abbia favorito, negli ultimi vent’anni, lo spostamento di risorse verso fondi finanziari che le hanno utilizzate per diventare i pivot decisivi dell’intero sistema economico mondiale, approfittando anche delle debolezze della stessa politica, fin troppo accecata dalla religione del mercato. Lo smantellamento degli Stati sociali si è accompagnato infatti alla convinzione che proprio i mercati finanziari fossero il luogo dove poter creare i redditi e la ricchezza che le economie della produzione non riuscivano più a generare nelle parti del mondo guidate dal cosiddetto capitalismo maturo. Privatizzazione e finanziarizzazione si sono così saldate su più piani: i cittadini-risparmiatori sono approdati attraverso i fondi alla finanza e la finanza si è sostituita all’economia reale moltiplicando gli strumenti disponibili, venduti agli stessi cittadini risparmiatori. Tramite questi strumenti un numero sempre più limitato di fondi è riuscito a determinare i prezzi dei beni, operando sulle principali borse del mondo continue e colossali scommesse che hanno fruttato rendimenti decisamente alti, tanto da attrarre volumi di risparmio in costante crescita. In questa nuova dimensione, i prezzi non erano più il portato dell’offerta e della domanda reali ma diventavano il risultato, predeterminato, di un mostruoso gioco d’azzardo a senso unico.
Così, nomi come Vanguard, Black Rock, State Street e pochissimi altri fondi, con la straordinaria liquidità raccolta per effetto della propria capacità di condizionare quello che non era più un mercato ma un monopolio, hanno celermente acquisito anche il controllo delle principali società del pianeta, a cominciare da Apple, Microsoft e da gran parte delle prime cinquanta realtà quotate allo S&P, il più importante listino del mondo. In parallelo con queste campagne acquisti i fondi sono penetrati nelle società pubbliche, a cui sono affidate la proprietà e la gestione delle reti e delle infrastrutture vitali per la sovranità di un paese, e nelle tante multiutility, le società di servizi pubblici nate in varie parti d’Italia e d’Europa e quotate in Borsa. Con veloci scalate o con partecipazioni strategiche questi soggetti finanziari sono diventati assolutamente rilevanti nella definizione delle scelte in materie dal chiaro impatto pubblico; in sintesi, salute, previdenza, infrastrutture e beni pubblici sono diventati oggetto di pochissimi grandi player, la cui logica è soltanto quella di garantire rendimenti finanziari a breve termine, in sostanza dividendi e remunerazioni obbligazionarie, fidando sulla propria capacità di occupare tutti gli spazi delle decisioni, dalla definizione dei prezzi alle dinamiche produttive e ai principi di erogazione dei servizi e condizionando in modo vincolante una politica che ha deciso di affidarsi ad un simile monopolio in nome di un mercato cancellato dagli stessi fondi monopolisti. È naturale che lungo questo tracciato il culto del dividendo, che deve remunerare il grande azionista e il piccolo risparmiatore, partecipe del fondo, sostituisce ogni altra valutazione in merito a forza lavoro, investimenti, ambiente e costo dei servizi.
I protagonisti di un siffatto assalto al potere globale sono, come accennato, fondi nati negli Stati Uniti fra gli anni Settanta e Ottanta, che hanno accumulato i loro enormi patrimoni in tempi recenti, sfruttando anche la crisi del 2008 da cui sono usciti decisamente rafforzati perché assai meno invischiati di altri soggetti finanziari e creditizi nel tossico sistema dei mutui immobiliari, da cui tendono a restare accuratamente distanti. I loro fondatori avevano scelto, in origine, la soluzione dei “fondi passivi” che si limitavano a replicare alcuni indici scelti con grande cura, potendo promettere ai clienti, proprio per l’abbattimento dei costi di gestione consentito dalla natura passiva, un servizio quasi gratuito. In altre parole, utilizzavano indici esistenti, seguendone l’andamento, e in base a quello retribuivano i loro “clienti”. Alla luce di ciò si presentavano come gli interpreti di una nuova finanza “democratica” che ha inizialmente faticato ad affermarsi ma che, dopo i tracolli dei grandi colossi tradizionali, è diventata sempre più attraente ed è riuscita a stabilire relazioni strette con la politica: un esempio palese di un siffatto legame è stato il rapporto intimo fra il fondatore di Black Rock, Larry Fink, e il segretario al Tesoro, Timothy Geithner, maturato durante il crack del 2008.

In tal modo si è costituito un vero cartello, dai confini sconosciuti alla storia contemporanea, che possiede le Borse, determina i prezzi, ha partecipazioni decisive nel sistema produttivo globale e garantisce i rendimenti a milioni di risparmiatori dipendenti per la loro stessa esistenza dai pochissimi membri di tale cartello. Lo stesso cartello controlla le agenzie di rating, che decidono le sorti dei debiti pubblici degli Stati, gran parte della stampa economica, le principali banche del pianeta, le assicurazioni, la farmaceutica, l’industria militare, le società hitech, l’intera filiera alimentare e quella dell’energia, compresa quella delle rinnovabili. Passano da tale cartello anche le principali piattaforme turistiche, gli alberghi, gli airbnb, il gioco d’azzardo, e molta parte dell’entertainment. Le pagine che seguono tracciano la mappa di questo sterminato potere, che ormai rende estremamente difficile, per non dire impossibile, persino l’utilizzo del termine mercato per qualificare l’attuale condizione dell’economia mondiale: una mappa che mostra una incredibile onnipresenza e, al tempo stesso, certifica l’incapacità di larga parte della politica di svolgere qualsiasi tipo di interposizione, tanto marcata da far pensare ad una esplicita connivenza. Non c’è stata traccia, a riprova di ciò, di alcuna azione di controllo sulla diffusione di questi fondi, sul loro peso, costantemente esercitato con l’utilizzo dei diritti di voto nelle assemblee societarie, e sulla loro prerogativa di determinare gli esiti economici di interi settori. Non ci sono stati controlli veri neppure sulla loro struttura proprietaria, caratterizzata da frequenti e oscure partecipazioni incrociate che non permettono di capire quasi nulla su chi realmente decida in tali colossi al di là delle dichiarazioni pubbliche rese dagli amministratori delegati, tra i quali continuano a comparire gli originari fondatori.
È relativamente facile infatti capire che cosa controllano, in maniera più o meno diretta, quali società sono nelle loro mani, quali Borse, quali settori, quali banche, quali assicurazioni, quali piattaforme, quali giornali: insomma è possibile mettere insieme una raffigurazione del loro potere. Ma c’è un aspetto molto complicato da scoprire ed è rappresentato proprio dalla individuazione di chi siano realmente questi fondi. Black Rock è posseduto per il 14% da Vanguard, per il 6,7% dalla stessa Black Rock e per un altro 4,5% da State Street. Segue poi una decina di fondi più piccoli. Vanguard è posseduta per il 13,5% da Black Rock, per il 9,5% da Vanguard e per il 3% da State Street cui si aggiungono altri fondi di minori dimensioni. State “Street Corporation è posseduta per il 12,6% da Vanguard, per l’8,1% da Black Rock e per il 5% da State Street. In altre parole, i tre più grandi soggetti economici e finanziari del pianeta sono posseduti gli uni dagli altri in una sequenza che non permette di comprendere chi sia il vero proprietario, al di là delle figure dei vari Ceo, talvolta ancora identificati con i “padri” fondatori. Per essere ancora più chiari, non ci è dato di sapere chi sono “i signori del mondo” che stanno dietro la più grande concentrazione di ricchezza di sempre. È democrazia questa? È libero mercato? Mi sembra proprio di no. Siamo di fronte ad una opacissima autocrazia. Allora, l’obiettivo di questo libro è quello di far emergere i contorni della ruvida contrapposizione fra uno strapotere globale di cui conosciamo solo il volto apparente e che sta smontando interi pezzi dei sistemi politici, economici e sociali del lungo Novecento e la possibile permanenza in vita di una democrazia sostanziale.
Un’ultima, eloquente chiosa a questo riguardo. Sei società hanno realizzato nel 2023 ricavi per 408 miliardi di dollari e 88 miliardi di profitti. Si tratta di Amazon, Alphabet, Apple, Microsoft, Meta e Netflix che, già nel 2022, avevano realizzato profitti per 61 miliardi di dollari.

Cosa hanno in comune queste sei società? Due cose. La prima, come già accennato, che hanno gli stessi azionisti di riferimento: Vanguard, Black Rock e State Street. La seconda, che hanno licenziato quasi 250 mila dipendenti nel 2023, dopo averne licenziati 160 mila nel 2022. È evidente che in questo monopolio finanziario i superprofitti generano disoccupazione. Un mondo alla rovescia che risulta ancora più inaccettabile se si considera quanto pagano di imposte queste sei società e i loro “padroni”. Secondo le stime più recenti, circa un terzo dell’utile lordo di tali realtà è tassato in paesi a fiscalità “agevolata”: un fenomeno, questo, comune alle principali società Usa che pagano le tasse in Delaware, uno Stato trasformato in paradiso fiscale, e alle società cinesi che le pagano nelle Isole Cayman. In Italia poi non versano quasi niente. Le filiali italiane delle principali big tech mondiali hanno pagato infatti al nostro fisco 187 milioni di euro, a fronte di fatturati per quasi 8,5 miliardi di euro. Alcune piattaforme, come nel caso di Booking, non hanno versato neppure un euro. Questa condizione è resa possibile anche dalla natura della tassazione esistente, che non è in grado di colpire i servizi immateriali, e e dalla volontà politica, coltivata ormai da anni, di non far pagare le tasse ai grandi soggetti finanziari, come dimostra proprio la vicenda di Amazon che ha negoziato accordi fiscali su misura con vari paesi europei, tanto solidi da reggere alle cause promosse presso tutte le Corti del Vecchio Continente.

Il paradosso è che i principali azionisti di tali società, i grandi fondi finanziari, stanno comprando le principali infrastrutture italiane, dalla rete, alle autostrade, ai rigassificatori, e stanno ricevendo lussuosi dividendi dalle principali banche, assicurazioni, società energetiche e manifatture di cui sono azionisti, anche in questo caso senza pagare imposte perché hanno la sede fiscale all’estero. In pratica, stiamo assistendo all’incredibile paradosso per cui i soggetti che maggiormente fanno profitti in Italia e che sono proprietari o concessionari di servizi pubblici non contribuiscono in alcun modo al fisco italiano. Il 2023 è stato un anno record per l’indice della Borsa di Milano che ha superato i 30 mila punti ed è tornato ai livelli precedenti alla “grande crisi” del 2008. I settori che hanno registrato i livelli più alti sono stati tre. Il primo è quello delle banche con utili stratosferici a cui è corrisposta un’impennata del costo dei mutui per imprese e famiglie italiane. Il secondo è quello dell’energia a cui è corrisposta un’impennata delle bollette di luce e gas. Il terzo è quello “delle multiutility, in larga parte partecipate dai fondi, a cui è corrisposta un’impennata dei costi per le utenze di tutti gli altri servizi. È logico?

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