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In Libano la rivolta ridefinisce gli spazi pubblici e i rapporti sociali

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Una testimonianza dalla piazza libanese…

La popolazione libanese scende in piazza per il quinto giorno consecutivo dall’inizio delle proteste in occasione di uno dei più grandi scioperi generali chiamati nel paese negli ultimi anni. Le manifestazioni, iniziate giovedì sera dopo l’annuncio del governo di voler imporre una tassa sulle chiamate via app, si sono velocemente diffuse in tutte le regioni da nord a sud e hanno portato in piazza richieste e rivendicazioni derivanti da un malcontento ormai diffuso tra la popolazione messa in ginocchio da una crisi economica in cui il paese sta sprofondando da diversi anni.

Le poteste sono cominciate in maniera spontanea giovedì sera e sono proseguite senza sosta fino ad oggi, giornata in cui è previsto un incontro tra i vertici del governo per decidere un piano di riforme condiviso che non contempli l’imposizione di nuove tasse gravanti sulla popolazione. Quasi un milione le persone che hanno raggiunto le strade di Beirut nella giornata di domenica.

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Centinaia di migliaia di giovani, sia uomini che donne, sono i protagonisti indiscussi delle proteste di questi giorni. Un cordone di più di trenta donne presidia da giorni la folla a Riad al-Solh Square separando, di fatto, un ingente schieramento di forze di polizia dal resto dei manifestanti. L’immagine stilizzata della ragazza che giovedì sera ha colpito con un calcio una delle guardie ministeriali di Akram Chehayeb è diventata virale sui social ed è presto divenuta una delle icone delle rivolte di questi giorni. Moltissimi i cori presi in prestito dalle primavere arabe, tanti gli slogan che prendono di mira ministri nello specifico come Gebran Bassil, dal 2015 leader del Free Patriotic Movement e attualmente Ministro degli Affari Esteri e Migrazione.

In piazza non sono presenti simboli facenti riferimento a partiti politici ma solo bandiere libanesi: le dissidenze politico-religiose che hanno contraddistinto la società libanese negli anni della guerra civile e, più in generale, nel corso della storia contemporanea del paese, hanno lasciato spazio ad una folla compatta e unita contro l’élite politica libanese, della quale si chiedono a gran voce le dimissioni.

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Il centro di Beirut, conosciuto come downtown, non è mai stato così vivo e popolato di gente: da anni ormai (e, più in generale, da quando negli anni ’90 è stata affidata la ricostruzione post bellica del centro città a Solidere, società in mano alla famiglia del Primo Ministro Hariri) politiche neoliberali di gestione dello spazio urbano hanno trasformato il centro di Beirut in una città fantasma, totalmente priva di spazi pubblici di aggregazione e completamente asservita allo sfruttamento capitalista capitanato dalle élite libanesi e del Golfo che si sono spartite questi spazi.

La riappropriazione dello spazio urbano è diventato, dunque, un elemento chiave in questi giorni di proteste: Martyrs’ Square, la piazza antistante la moschea El-Amin e che da anni viene utilizzata come parcheggio, è gremita di gente che balla, canta, gioca a carte e fuma narghilè. Due edifici storici del centro, simboli della guerra civile, sono stati riaperti e occupati dai manifestanti: uno è un teatro costruito più di cento anni fa dall’architetto Youssef Aftimus e utilizzato come cinema a luci rosse durante la guerra; l’altro è il famoso cinema di forma ovale “The Egg”, la cui costruzione iniziò nel 1965 e che non venne, tuttavia, mai portata a termine. Questi luoghi sono diventanti, da un giorno all’altro, spazi di aggregazione e socialità a lungo negati ad una società civile tra le più attive in Medio Oriente: giovani e meno giovani vi si ritrovano improvvisando serate musicali, spettacoli di giocoleria e di danza dabke. Inoltre, giovani artisti animano le strade di downtown facendone rivivere gli spazi attraverso la street art.

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Domenica sera, una veglia commemorativa ha avuto luogo davanti al cinema “The Egg” in ricordo dei due ragazzi che hanno perso la vita giovedì sera nel corso delle proteste. Un altro ragazzo ha perso la vita in uno scontro a fuoco avvenuto sulla strada che conduce all’aeroporto, dove decine di ragazzi in motorino proponevano passaggi a pagamento per raggiungerne l’ingresso, ostacolato da diversi blocchi stradali e barricate.

Questa sera alle h. 19 scadranno le 72 ore indette da Hariri per trovare una soluzione condivisa alla crisi attuale: starà alla piazza decidere se rinnovare la fiducia al governo o in che modo continuare le proteste.

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