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Intervista all’Accademia della Modernità Democratica 

Abbiamo svolto questa intervista all’Accademia della Modernità Democratica per approfondire il contesto più ampio relativo alla guerra all’Iran e il punto di vista delle comunità curde sui territori coinvolti e che potenzialmente verranno coinvolti nelle dinamiche di guerra guerreggiata. Anche a partire dalle notizie di qualche settimana fa, alimentate in senso propagandistico dall’Occidente, in merito a una entrata in guerra contro l’Iran da parte delle comunità curde.

L’obiettivo di questo focus è di restituire uno sguardo che punti alla complessità, elemento dirimente per una comprensione del contesto generale. Al netto di questo livello permangono delle differenze di punto di vista sul livello di analisi, in particolare relativamente alla categoria di imperialismo. 

Non si tratta quindi di aprire un dibattito teorico sulle categorie quanto più di fornire e costruire collettivamente gli strumenti di lettura di fase in funzione di un agire comune che si ponga degli obiettivi precisi. Approfondire, dunque, per tentare di essere maggiormente efficaci, data la premessa condivisa del rifiuto della guerra qui e altrove come leva di attivazione del presente. 

Come espresso qui e qui per quanto ci riguarda porre sullo stesso piano imperialismo americano e il suo legame con il progetto sionista nella regione dell’Asia Occidentale con la Repubblica Islamica pensiamo rischi di essere fuorviante e poco utile nel riuscire a individuare quale sia la scala gerarchica che occorre saper leggere per poter agire in una certa direzione, ci troviamo in questo senso più vicini all’analisi proposta qui

In ogni caso, pensiamo sia importante dare spazio a un dibattito che in qualche forma si avvera anche nelle dimensioni che attraversiamo alle nostre latitudini. Un dibattito che pensiamo debba avere come bussola l’ambizione di guardare alle contraddizioni e alle possibilità di questa fase e che non si esprima nell’ottica di un posizionamento privo di profondità e figlio di sterili automatismi ben rappresentati dalle dinamiche campiste che sicuramente non ci appartengono.

Un contributo che si pone in continuità, relativamente all’obiettivo di alimentare uno spazio di confronto, con questa intervista svolta a seguito della caduta del regime di Assad in Siria.

Buona lettura!

Qual è il punto di vista dell’Accademia della Modernità Democratica riguardo la nuova coalizione di partiti curdi iraniani? Possiamo parlare di un blocco unico ed omogeneo oppure quali sono le diverse anime e prospettive? 

Prima di tutto bisogna dire che questa coalizione non nasce con gli attacchi di Israele e USA all’Iran. È in realtà il frutto di un processo politico più ampio che ha coinvolto diversi partiti curdi iraniani. Però non va dimenticato che il contesto è quello delle enormi proteste di Dicembre-gennaio 2026 che in quelle settimane hanno visto sollevarsi contro il regime una buona parte delle società iraniana. Come in occasione di altre sollevazioni popolari in Iran, le regioni del Kurdistan sono state particolarmente colpite dalla repressione del regime, alcuni nomi potrebbero risuonarci dalle notizie di quei giorni: Kermanshah, Ilam, Malekshahi, Lorestan…

Quindi, come esito di un processo di dialogo e confronto politico durato anni, il 22 Febbraio 2026 è stata annunciata la Coalizione delle forze politiche del Kurdistan iraniano (https://rojhelat.info/en/12231). La Coalizione nasce dalla necessità di lavorare per l’unità tra tutte le forze del Kurdistan iraniano e sviluppare la lotta comune contro il regime della Repubblica Islamica e per rafforzare il movimento politico nazionale curdo in Iran. La Coalizione è composta da organizzazioni con diverse storie, linee politiche e dimensioni. Ci sono partiti come lo storico Partito Democratico del Kurdistan Iraniano (PDKI), diverse scissioni del partito comunista curdo Komala, il partito islamista Xebat, il nazionalista Partito per la libertà del Kurdistan (PAK) e il Partito per la vita libera in Kurdistan (PJAK) vicino alle idee del Confederalismo democratico e del PKK. Questi partiti sono per lo più illegali, categorizzati come terroristi dall’Iran e quindi operano soprattutto in clandestinità. Senza entrare nel dettaglio, per esempio, il PAK è un partito nazionalista che ambisce a costruire uno Stato autonomo curdo e ha avuto spesso posizioni favorevoli ad allearsi con USA e Israele per raggiungere questo obbiettivo. Il PJAK, considerato terrorista anche dalla Turchia e inserito nella lista delle sanzioni dagli USA, invece, ha sempre espresso la linea della “terza via”, che significa non prendere parte nelle guerre tra Stati, ma di lavorare per la democratizzazione e la liberazione con lotte autonome, popolari e dal basso. 

Questa Coalizione è di per sé un fatto molto rilevante, perché tra questi partiti, negli ultimi decenni, si sono avute collaborazioni e scontri politici, talvolta anche armati. Se guardiamo l’esempio della Siria, vediamo come anche lì nel 2012 ci sia stato un tentativo di riunire i vari partiti Curdi in un organismo di coordinamento, che ha avuto vita breve. I punti programmatici della Coalizione riguardano il riconoscimento dei diritti del popolo curdo, lo sviluppo di relazioni e amicizia con gli altri popoli oppressi in Iran, lo sviluppo di sistemi decisionali e amministrativi locali democratici, e che garantiscano la partecipazione di tutti i gruppi religiosi, etnici, linguistici, i diritti e la partecipazione delle donne. Inoltre, in diverse dichiarazioni, la Coalizione ha dichiarato che l’obiettivo non è smembrare l’Iran, ma garantire i diritti della nazione curda nel quadro di un Iran decentralizzata e democratica (https://pjak.net/fa/12714 ). Guardando questi punti, si può dire che le idee del PJAK abbiano trovato spazio nella progettualità comune di questa coalizione. Proprio in questi giorni la Coalizione ha diramato un comunicato che recita: «Riteniamo che il raggiungimento di un futuro stabile per l’Iran sarà possibile solo attraverso l’instaurazione di un sistema democratico fondato sul riconoscimento ufficiale dei diritti nazionali di tutti i popoli, sul consolidamento della giustizia e dell’uguaglianza e sulla garanzia delle libertà fondamentali per tutti i cittadini.», e che quindi fa appello alla cooperazione con tutte le forze politiche e civili democratiche per costruire un Iran libero, democratico e multietnico (https://hawarnews.com/en/east-kurdistan-alliance-addresses-message-to-azerbaijani-and-turkish-people-and-region-countries). 

Facendo un passo indietro, qual è la storia dei Curdi in Iran ? 

Questa domanda è importante perché ricostruire la storia permette di avere uno sguardo più complesso sulla realtà dei conflitti politici e sociali che attraversano tutta la regione.

I Curdi sono un popolo indigeno dell’Asia occidentale e, nella parte di Kurdistan attualmente sotto occupazione iraniana (in curdo chiamata Rojhilat), vivono fianco a fianco con Persiani, Azeri, Lur, Baluci, Arabi e Turcomanni. Nel 1639, a seguito di alcune sconfitte militari, lo scià Abbas firmò un trattato con il sultano Ottomano Murad che sancì la prima divisione del Kurdistan. Questo confine, oggi tra Turchia e Iran, è rimasto pressoché immutato da allora. Si trovano testimonianze di ribellioni, deportazioni e tentativi di assimilazione dei Curdi già all’epoca dell’impero Safavide nel XVII secolo. Questo è il motivo per cui, per esempio, ancora oggi nella regione Khorasan – nell’Iran orientale, molto lontano dal Kurdistan- una parte della popolazione parla Kurmanji: si tratta dei discendenti di quei Curdi che furono deportati lì a partire dal XVI secolo.

Venendo all’Iran moderno, l’importazione dall’Europa del modello dello Stato-nazione ha significato una maggiore violenza, oppressione, assimilazione, emarginazione sia sul piano culturale, che economico e sociale non solo per i Curdi, ma anche per Arabi, Baluci, Azeri e Lur. Insomma, per chiunque non fosse persiano. In particolare, la monarchia dei Pahlavi ha sempre messo in atto politiche repressive e coloniali nei confronti dei Curdi, come d’altronde di tutta la popolazione iraniana. Proprio la Coalizione dei partiti curdi iraniani ricorda l’oppressione subita e le politiche della monarchia contro tutto il popolo iraniano in un recente comunicato di risposta a Reza Pahlavi (https://pjak.net/fa/12697), il quale aveva condannato “i gruppi separatisti” (https://apnews.com/article/iran-iraq-kurds-pahlavi-6beae57e9fdc3546a61ec8f1432eef4b) pur senza mai menzionare i Curdi o il Kurdistan.

È utile soffermarsi su alcuni episodi di resistenza che nella storia scritta dal potere, tanto dal regime quanto dalle potenze occidentali, vengono spesso rimossi o mistificati. In seguito all’invasione dell’Iran da parte di UK e URSS (1941), Qazi Muhammad, fondatore del KDPI, colse l’occasione per dichiarare la Repubblica curda di Mahabad. Durò meno di un anno, dal Gennaio al Dicembre 1946. Infatti, se inizialmente aveva goduto del supporto dell’Unione Sovietica, gli accordi tra URSS e USA portarono alla fine del sostegno sovietico alla Repubblica e permisero all’esercito iraniano dello Scià di riconquistare, a costo di enormi massacri, quei territori.  

Un altro momento che ci aiuta a ricostruire la relazione tra popolo curdo e regimi iraniani è la rivoluzione del 1979. Per un breve periodo dopo la rivoluzione alcune zone del Kurdistan iraniano si autogovernarono attraverso consigli locali, in questo processo ebbero un ruolo rilevante KDPI e Komala. Ma Khomeini non accettò le loro proposte di sviluppare forme di decentralizzazione e autonomia nello Stato iraniano. Quindi dichiarò una prima (aprile 1979) e una seconda (settembre 1980) guerra contro quell’esperienza politica. Il Corpo delle guardie della rivoluzione islamica (IRGC, in inglese) condusse massacri in diverse città e assediò per ventiquattro giorni Sanandaj. Per dare una dimensione dei fatti, i Guardiani della rivoluzione dichiararono 24mila morti tra le loro fila, 19mila tra i combattenti curdi e circa 45mila morti complessivi (https://www.theamargi.com/posts/forgotten-history-kurdistans-brief-freedom-1979-and-the-year-khomeini-ended-it-1980). Quindi possiamo dire che fin dagli albori della Repubblica Islamica il Kurdistan è stato considerato una minaccia e lo scontro è stato costante. Nonostante la propaganda del regime dipinga i Curdi come quinta colonna dell’imperialismo, e quindi li rimuova implicitamente dalla rivoluzione del 1979, la realtà storica è diversa. Quella rivoluzione è rimasta un’esperienza politica importante che ha lasciato il suo segno sulla società curda iraniana nei decenni a venire. 

Facendo un altro grande salto temporale è necessario arrivare al 2022 con il movimento jin, jiyan, azadi. Il 16 Settembre a Teheran, Jina Mahsa Amini, donna curda di 22 anni, venne uccisa a bastonate dopo essere stata arrestata dalla polizia morale per aver indossato in maniera impropria l’hijab. Nei giorni e nelle settimane che seguirono, in tantissime città dell’Iran ci furono manifestazioni, scontri e di varie forme di sfida al regime. Le donne assunsero un ruolo di primo piano e slogan rivoluzionari che denunciavano l’apartheid di genere, l’oppressione politica e la disuguaglianza economica si diffusero in tutto il paese. La repressione del regime fu molto pesante, centinaia di arresti (molti concentrati nelle regioni del Kurdistan), morti per le strade, condanne a morte… Nonostante i media abbiano associato lo slogan jin, jiyan, azadi esclusivamente a queste sollevazioni, in realtà questo slogan ha radici nella storia del movimento delle donne curde e il suo significato filosofico, politico e sociale è molto più ampio e profondo. Si può dire che però le sollevazioni del 2022 siano riuscite a farlo salire all’attenzione della società iraniana insieme alle idee del movimento per la libertà curdo, la sua prospettiva di liberazione delle donne e di decentralizzazione a favore delle minoranze oppresse in Iran. 

Non ci soffermiamo nel dettaglio, ma bisogna sottolineare che molti dei partiti curdi della coalizione hanno condotto una guerra di guerriglia contro lo Stato iraniano per decenni. In particolare, è solo dopo violenti scontri che nel 2011 tra PJAK e IRGC è stato negoziato un cessate-il-fuoco. 

In particolare penso sia interessante fare un riferimento alla congiuntura del 1991 quando nell’operare la caduta di Saddam Hussein gli USA ebbero già un ruolo centrale nell’alimentare ribellioni interne all’Iraq per poi reprimere sia i ribelli sciiti sia i curdi iracheni. Ci sono analogie con la Siria e la caduta di Bachar al Assad e con quanto potrebbe succedere in Iran? 

Si sta parlando di tre contesti e fasi storiche diverse. Nel caso dell’Iran gli attacchi di USA e Israele hanno in realtà fermato la sollevazione popolare di Dicembre-Gennaio che stava mettendo in difficoltà il regime.

Il caso dell’Iraq del 1991 è istruttivo su come i disegni egemonici nell’area si siano alimentati anche dell’oppressione subita da minoranze etniche e religiose. È utile fare almeno un piccolo passo indietro fino al 1988, alla fine della guerra Iraq-Iran. In quel conflitto i due principali partiti curdo-iracheni, Partito democratico del Kurdistan (KDP) e l’Unione patriottica del Kurdistan (PUK), erano alleati proprio con l’Iran in funzione anti-irachena. In risposta, il regime di Saddam Hussein lanciò l’operazione Anfal, nel marzo-settembre 1988, che aveva l’obiettivo di perpetrare il genocidio del popolo curdo e arabizzare il Kurdistan iracheno. Le vittime civili furono oltre 100mila, secondo alcune fonti 180mila. In particolare, il 16 marzo 1988, il regime bombardò la città di Halabja, nel Kurdistan iracheno, con varie armi chimiche non ancora del tutto identificate uccidendo 5mila persone. Ad oggi rimane ancora il bombardamento con armi chimiche diretto contro la popolazione civile con più morti della storia. Inoltre, dal regime di Saddam Hussein sono stati perpetrati massacri anche contro gli Arabi sciiti. Quindi le rivolte del 1991 avvennero all’indomani di questi eventi. Gli USA resero il Kurdistan iracheno “no-flight zone” e con un percorso tortuoso cominciò il percorso verso la costituzione del Governo Regionale del Kurdistan (KRG), ancora oggi governato da KDP e PUK. Secondo Öcalan, la costituzione del KRG è un tentativo USA di dirigere le aspirazioni dei Curdi verso un progetto compatibile col disegno imperialista e antitetico a quello socialista del PKK, che all’epoca era in una fase di forte crescita.

In Siria il contesto in cui sono emersi prima il Rojava e poi l’Amministrazione Autonoma Democratica del Nord Est Siria è quella di una sollevazione popolare di tutte le componenti della popolazione siriana contro il regime di Assad.  Nel contesto di queste sollevazioni popolari le forze imperialiste globali e regionali hanno sostenuto diverse formazioni politiche e militari. Sarebbe molto complesso ripercorrere tutti gli sviluppi che vanno dal sostegno al Consiglio nazionale siriano e al Free Syrian army, passando per i rapporti ambigui della Turchia con l’ISIS, per arrivare al riconoscimento del governo di HTS dopo la caduta di Assad. Possiamo dire che mentre Russia e Iran sostenevano il regime, USA, Turchia, Qatar e Arabia Saudita hanno sempre perseguito le proprie agende politiche nel paese sostenendo e finanziando soprattutto un variegato insieme di gruppi islamisti. (https://web.archive.org/web/20190503191530/https://www.businessinsider.com/cia-vetted-syrian-rebels-fighting-assad-2015-10). Il sostegno militare della Coalizione internazionale alle YPG/YPJ sarebbe cominciato solo successivamente (2015) e solo ad est dell’Eufrate, a fronte del fatto che queste forze si erano mostrate le uniche in grado di combattere l’ISIS. Le YPG/YPJ avevano invece una collaborazione con la Russia a ovest dell’Eufrate, in particolare per il cantone di Afrin. Bisogna sottolineare che nessuna di queste forze internazionali, né la Russia né gli USA, hanno mai voluto dare alcun tipo di riconoscimento politico all’esperienza dell’Amministrazione Autonoma della Siria del Nord Est. D’altronde questo progetto politico è troppo lontano dai progetti imperialisti sulla regione. I continui tentativi delle potenze imperialiste e regionali di trovare un referente politico più compatibile sul piano ideologico e politico sarebbero stati poi evidenti con l’operazione che ha portato HTS al governo e il sostegno internazionale che ha raccolto molto rapidamente. 

Possiamo provare a dare degli elementi generali che possono mettere ordine. Dal basso le rivolte in questi tre Stati sono dovute alle sofferenze e ingiustizie che i regimi hanno causato con lo sfruttamento predatorio di persone e territorio. In tutti e tre gli Stati troviamo un mosaico di identità – religiose, culturali, linguistiche,.. – che nel corso del tempo sono state vittime di politiche discriminatorie e genocidiarie. In fin dei conti, questi casi sono esemplificativi del fallimento del modello dello Stato-nazione in Asia occidentale. Bisogna poi considerare l’influenza delle potenze regionali e delle potenze globali che hanno la loro agenda politica e provano a realizzarla con l’intervento diretto o sostenendo alcune delle parti in causa. 

Possiamo però vedere che il rovesciamento dei tradizionali regimi dispotici ha aperto il vaso di pandora, mettendo a nudo problemi che la modernità capitalista di matrice occidentale non aveva gli strumenti adatti per affrontare. Riguardo al caso iracheno, Abdullah Öcalan parla esplicitamente di una situazione di caos ed anarchia (https://democraticmodernity.com/it/il-pensiero-di-abdullah-ocalan-sulla-dissoluzione-degli-stati-nazione-in-medio-oriente/). Diventa chiaro che la lotta per la libertà e l’autodeterminazione dovrà tenere in considerazione i rapporti e le contraddizioni tra i diversi attori, elaborare una proposta alternativa tanto alle forze imperialiste globali quanto ai regimi dispotici degli Stati-nazione, e avere la capacità di sviluppare il necessario radicamento sociale e organizzazione per poterla realizzare. 

Qual è il ruolo della propaganda occidentale in questa fase? 

La propaganda europea e statunitense dimostra un approccio opportunistico nei confronti dei Curdi, e cambia a seconda dell’agenda politica che di volta in volta sostiene. A partire dal 3 marzo intere prime pagine sono state dedicate a un’imminente operazione di terra “dei Curdi” dall’Iraq verso l’Iran. Questa offensiva non è poi avvenuta e, anzi, è stata esplicitamente smentita dai partiti curdi della Coalizione. Tuttavia, non abbiamo visto nessuna smentita sulle prime pagine dei maggiori media occidentali. L’obiettivo sembra essere quello di coinvolgere i partiti curdi nel conflitto scatenato da USA e Israele, probabilmente cercando di far scattare la scintilla in un  conflitto già esistente. Il co-presidente del PJAK, Amir Karimi, ha chiaramente detto che questo genere di annunci non sono altro che propaganda e che non c’è stata alcuna telefonata con Trump (https://yeniyasamgazetesi9.com/pjak-esbaskani-halkimizi-korumak-icin-her-seye-haziriz/ ). Inoltre, l’idea stessa che “le forze curde” stessero aspettando al confine tra Iraq e Iran per cominciare un’operazione di terra è mistificatoria e cerca di rimuoverne il radicamento e la forza politica: il PJAK è già in Iran, tra la gente, nelle città.

In generale, per la propaganda occidentale sembra che i “Curdi” un oggetto indistinto con qualche elemento folkloristico, senza storia, senza politica, senza religione (la maggioranza è musulmana sunnita, ma in Iran sono per lo più sciiti). Spesso vengono rappresentati come se fossero naturali alleati dell’occidente in Medio oriente. Bisogna notare che questa propaganda non è che un riflesso, capovolto, della propaganda ritenuta avversa. In particolare, gli Stati che colonizzano il Kurdistan – Iraq, Iran, Siria, Turchia –  hanno diffuso per decenni una rappresentazione del popolo curdo come agente dell’imperialismo americano e israeliano per delegittimarne la lotta di decolonizzazione e di autodeterminazione. Per esempio nel corso dell’ultimo anno, testate come Al-Jazeera e Middle East Eye, finanziate dal Qatar e vicine all’agenda politica turca, hanno insistito particolarmente su presunti accordi tra le Forze siriane democratiche e Israele. Questa propaganda ha riempito i mesi precedenti l’attacco alle aree controllate dalle Forze siriane democratiche da parte del governo siriano ad interim, sostenuto dalla Turchia e che aveva effettivamente stretto un accordo con Israele. La cosa interessante è che questa narrazione, in maniera speculare, è anche stata molto presente sulla stampa israeliana.

Le potenze coloniali europee hanno tracciato i confini facendo in modo che i Curdi fossero minoranza oppressa in ognuno dei quattro Stati-nazione. In questo modo, hanno fatto in modo che, da un lato, il Kurdistan, ricco di risorse e situato sulle strategiche catene montuose, fosse controllabile dall’esterno, dall’altro che si alimentassero conflitti da sfruttare per mantenere un’influenza sulla regione.

La propaganda da sempre è uno strumento di guerra. Impone una narrazione monodimensionale e polarizzata finalizzata al rafforzamento degli assetti di potere e allo schieramento nella guerra, guerreggiata o d’opinione. Il problema non è tanto in quale schieramento ci si posiziona, ma è il meccanismo stesso della propaganda che cancella la realtà delle società e le possibilità di alternative autonome dai blocchi di potere. 

Al di là della propaganda, chi oggi abbraccia l’idea del confederalismo democratico apre alla possibilità di collocarsi nello scenario attuale con una posizione ben specifica. Qual è questa prospettiva? 

Il PJAK, fondato nel 2004, è un partito che esplicitamente si ispira alle idee di Abdullah Öcalan e promuove il confederalismo democratico come alternativa per l’Asia Occidentale. La risposta si deve articolare su due questioni: quale modello alternativo al regime della Repubblica islamica propone e quale posizione assume rispetto all’attuale attacco di USA e Israele. È importante partire dalla prima, perché a prescindere dagli attacchi imperialisti, il PJAK da più di due decenni conduce un’intensa lotta, anche armata, contro il regime. Già nei mesi scorsi il PJAK ha lavorato per portare avanti un programma condiviso – come abbiamo accennato all’inizio – con gli altri partiti curdi e un invito a tutti i popoli oppressi dell’Iran. In una recente intervista Amir Karimi, co-presidente del PJAK, fa chiarezza su alcuni punti (https://x.com/RojhelatInfo_En/status/2033307871333552471). Nonostante la propaganda del regime parli di “gruppi separatisti”, l’obiettivo del PJAK non è fondare uno Stato curdo, ma è quello di realizzare un Iran democratico e decentralizzato, in cui la questione curda venga affrontata attraverso soluzioni politiche e giuridiche e non con logiche di guerra, coloniali e securitarie. Secondo il PJAK, è necessario un modello che abbia i meccanismi e la flessibilità per consentire la coesistenza tra identità diverse; perciò in Iran avanza la proposta di una confederazione democratica, basata sulla democrazia partecipativa e diretta di tutti i popoli. Questo progetto sarebbe realizzabile anche attraverso dei negoziati con il regime. A dirlo è stato anche Abdullah Öcalan, fondatore del PKK, durante un incontro con una delegazione del partito Dem sull’isola carcere di Imrali nella quale è imprigionato da ventisette anni: «Vorrei dire questo al PJAK: se con l’Iran dovesse emergere un terreno comune basato su un’integrazione democratica, come quello che abbiamo creato qui con la Turchia, dovrebbero sviluppare il dialogo. Tuttavia, se dovessero persistere la negazione, il genocidio e l’ostilità, dovranno difendersi. Senza dubbio si prepareranno con cura. Ma l’Iran non è uno Stato da sottovalutare, è pericoloso. Non voglio dare troppe indicazioni, ma devono organizzare una difesa efficace e difendersi bene.» (https://mezopotamyaajansi35.com/GENCLIK/content/view/304039). Karimi sostiene che, poiché fino ad ora il regime ha dimostrato la sua incapacità di cambiare o di accettare qualsiasi trasformazione, l’unica strada sembra essere il suo rovesciamento. Tuttavia, ritiene che il modo migliore per cambiare la situazione in Iran siano le rivolte popolari e gli ultimi dieci anni hanno dimostrato la disponibilità della società iraniana in questo senso. Il 2 Marzo la Coalizione dei partiti curdi ha diramato un comunicato rivolto alla popolazione, invitando alla creazione di reti di solidarietà e comitati territoriali per affrontare i problemi sociali legati alla situazione di guerra (https://rojnews.news/ku/hevpeymaniya-hezen-siyasi-yen-rojhilat-bo-cekdaren-rejime-derfeta-dawi-ye-dev-ji-rejime-berdin/). Nonostante l’IRGC bombardi costantemente le basi dei partiti curdi in Iran e in Iraq, causando diversi morti tra i loro combattenti, ad oggi non c’è stata alcuna risposta militare da nessuno dei partiti della coalizione.

Quale è dunque il posizionamento rispetto all’attacco imperialista di USA e Israele?

Un’analisi generale viene da Duran Kalkan, fondatore del PKK e membro dell’Accademia di scienze sociali Abdullah Öcalan (https://www.theamargi.com/posts/duran-kalkan-kurds-are-not-in-a-position-to-become-a-tool-for-anyones-interests). L’attacco di USA e Israele, lungi da essere una lotta per la democrazia, fa parte di uno scontro globale che dura dal 1990 tra blocchi di potere e interessi economici rivali; in gioco c’è l’egemonia regionale in Asia occidentale e il controllo di risorse e corridoi energetici. In generale, questa Terza guerra mondiale scaturisce dal tentativo degli USA di riempire il vuoto egemonico creato dal crollo del sistema sovietico e impedire l’ascesa della Cina come potenziale concorrente. Se  in Asia occidentale finissero per prevalere Stati Uniti e Israele, il dominio iraniano verrebbe sostituito con l’egemonia israelo-americana, senza portare a una maggiore democrazia o pace. Al contrario, se l’Iran dovesse prevalere, la regione tornerebbe al precedente status quo oppressivo, in cui le potenze regionali – oggi Israele, Iran e Turchia, ma ieri anche Siria, Iraq ed Egitto – si contendono il dominio della geografia e delle risorse. Ma, in entrambi i casi, le vere vittime sarebbero i popoli dell’Asia occidentale, che subiscono morte e distruzione: «Questa guerra non porta alcun beneficio ai popoli del Medio Oriente» dice Kalkan. Quindi, i Curdi non devono diventare proxy di alcuna potenza regionale o globale, e devono invece rafforzare la propria organizzazione politica autonoma e la propria capacità di autodifesa nel caso di attacchi – la cosiddetta “terza via” – nella prospettiva di una “repubblica democratica”. Gli stessi concetti sono ribaditi esplicitamente da Gulavîj Orîn, portavoce del PJAK (https://www.avvenire.it/mondo/lintervista-noi-curdi-siamo-contro-questo-iran-ma-non-vogliamo-forze-dallestero_105816): «Il nostro intervento non ha nulla a che vedere con l’approvazione di  forze come Israele e gli Stati Uniti. Non ne abbiamo bisogno. Siamo in  guerra con il regime iraniano da anni. Abbiamo sempre fatto affidamento  sulla nostra forza intrinseca. La decisione di intervenire sarà presa da noi e dai partiti curdi con cui siamo alleati».

In particolare, considerato il progetto israelo-americano nell’area, dunque tendere alla balcanizzazione dell’Iran e auspicare una situazione di caos generale in cui imporre il proprio dominio, se questa coalizione, o alcuni partiti, dovessero propendere per una entrata nella guerra guerreggiata all’Iran per approfondire la crisi degli Stati-nazione in virtù di un programma democratico rivoluzionario, come ci si immagina il proprio ruolo in contraddizione alla dinamica più generale delle forze di resistenza all’oggi impegnate nel contrapporsi al disegno sionista nella Regione appoggiato dall’imperialismo americano?

Per quanto riguarda gli scenari ipotetici, probabilmente nessuno è in grado di dare una risposta in questo momento, saranno le condizioni materiali della lotta un fattore determinante nelle decisioni della parti coinvolte. Questa guerra è stata imposta, non voluta, tuttavia il PJAK si prepara per ogni possibile scenario (https://thewire.in/world/interview-iranian-kurdish-leader-says-kurds-seek-political-guarantees-before-joining-war).

La resistenza al disegno sionista è la resistenza al progetto della modernità capitalista nella regione. Non pensiamo che ci sia alcuna contraddizione tra la libertà del popolo palestinese e la libertà del popolo curdo e degli altri popoli dell’Iran. Anzi, si possono alimentare a vicenda. Le politiche della modernità capitalista in Asia occidentale ci mettono di fronte a una situazione per cui da un lato abbiamo il progetto delle forze dell’imperialismo globale, dall’altro il progetto di egemonia delle forze dello status quo basato sugli Stati-nazione; entrambi gli scenari si sono dimostrati colonialisti e genocidari. È necessario sottrarsi a questa falsa contrapposizione perché non è altro che una contrapposizione tra rappresentanti dello stesso sistema di modernità capitalista, che utilizzano la resistenza di un popolo contro quella di un altro per mantenere la propria egemonia. È invece necessario sviluppare una proposta autonoma.

Però questo significa anche condurre un’analisi spietata dei fallimenti del secolo scorso e immaginare nuove teorie e strategie per la resistenza antimperialista; significa elaborare nuove proposte per l’autodeterminazione dei popoli, da un lato evitando la strumentalizzazione imperialista, dall’altro resistendo contro le politiche nazionaliste e genocidiarie degli Stati-nazione (https://democraticmodernity.com/it/la-lotta-di-liberazione-kurda-e-l-antimperialismo-nel-xxi-secolo/). 

Come è noto, fino alla prima guerra mondiale l’Impero ottomano e quello persiano giocavano un ruolo egemonico sulla regione. Le potenze imperialiste europee fecero leva sulle rivendicazioni nazionali-stataliste dei popoli sottomessi all’Impero ottomano per portarlo al collasso; la Grande rivolta araba, che mirava a costruire uno Stato-nazione arabo da Aleppo ad Aden – incoraggiata e poi tradita dalla Gran Bretagna – rimane uno degli episodi più noti. Simili iniziative vennero intraprese anche con le tribù curde di Sulaymaniyah. La disgregazione dell’Impero ottomano e di quello persiano e la nascita degli Stati-nazione è stato un processo profondamente influenzato dalle potenze imperialiste europee. In questo contesto è avvenuta la spartizione del Kurdistan tra Turchia, Siria, Iraq e Iran, e l’occupazione della Palestina con la creazione dello Stato di Israele. Quest’ultimo, nel vuoto di potere che si era creato, doveva diventare il potere egemonico centrale della modernità capitalista in Asia occidentale. La resistenza al disegno sionista va quindi inserita in un approccio antimperialista che sia in grado di costituire una vera alternativa sociale e politica al sistema di modernità capitalista nella regione, e che riesca a renderla innocua (https://democraticmodernity.com/it/gli-stati-nazione-arabi-e-la-fondazione-di-israele/). 

Per ripensare l’antimperialismo prima di tutto è necessario guardare al fenomeno attraverso le giuste lenti. Se assumiamo come centrale il punto di vista della società allora possiamo comprendere la violenza, lo sfruttamento, l’ingiustizia del regime iraniano. Ogni Stato-nazione della regione per quasi un secolo è rimasto in un costante stato di guerra non solo esterno, ma anche interno contro il proprio popolo. Tutti si sono fondati su pratiche estrattiviste, colonialiste e sullo sfruttamento di classe, che hanno arricchito piccole élite e hanno significato il disastro per la maggior parte delle società. Gli Stati sub-egemonici sul territorio da loro controllato non sono altro che agenti locali dell’imperialismo e del sistema di modernità capitalista. Da questo punto di vista insistere su una prospettiva basata sugli Stati-nazione non può fornire alcuna soluzione ai problemi sociali esistenti nella regione, anzi li aggrava e li approfondisce. Addirittura, secondo Abdullah Ocalan, il sistema degli Stati-nazione è uno strumento per sfiancare le società dell’Asia occidentale mettendole una contro l’altra fino a renderle impotenti (https://democraticmodernity.com/it/gli-stati-nazione-arabi-e-la-fondazione-di-israele/). 

La crisi strutturale degli Stati-nazione e della modernità capitalista sono ormai fatti acclarati, e le forze imperialiste spingono velocemente nella direzione del loro superamento (https://democraticmodernity.com/it/il-pensiero-di-abdullah-ocalan-sulla-dissoluzione-degli-stati-nazione-in-medio-oriente/). Il punto è cosa accadrà dopo, come se ne uscirà. Quali forme di organizzazione sociale e politica, quali forme di vita comune si svilupperanno al posto dell’attuale regime degli Stati-nazione? Sarà determinante la capacità di aver costruito la forza sociale e l’organizzazione necessarie per avanzare una proposta alternativa a quella delle forze imperialiste. Da questo punto di vista la proposta politica del PJAK è proprio inserita in un movimento che vede milioni di persone, da decenni, impegnate a sperimentare e realizzare il confederalismo democratico come alternativa agli Stati-nazione e all’ordine imperialista in Asia occidentale.

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“Shield of America”: chiudere i conti, o quanto meno provarci

Pubblichiamo la seconda puntata dell’approfondimento sulla nuova politica Usa in Latino America, a cura della redazione. Qui la prima puntata. Buona lettura!

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Approfondimenti

“Shield of Americas”: l’Impero annuncia la guerra in America Latina

Pubblichiamo, in due puntate, questo speciale a cura della redazione sul progetto imperialista Usa, targato Trump, diretto verso l’America Latina. Nella prima parte, si approfondirà il progetto “Shield of America” e il nuovo corso interventista portato avanti dagli Stati Uniti. Nella seconda parte ci si concentrerà sulla portata politica della nuova fare apertasi con il rapimento di Maduro e l’assedio di Cuba, analizzando le implicazioni e i compiti che potenzialmente ci si pongono di fronte. Buona lettura!

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Approfondimenti

Riforma Valditara, tra industria 4.0 e svendita ai privati della scuola pubblica

È stato pubblicato da qualche giorno il nuovo decreto del Ministero dell’Istruzione e del Merito sull’ordinamento degli istituti tecnici. Si tratta della risoluzione finale di una riforma già definita con il PNRR nel 2022 e voluta dall’allora ministro dell’Istruzione Patrizio Bianchi, membro del governo Draghi.

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Approfondimenti

Una prospettiva antifascista dalla Francia

Una prospettiva antifascista dalla Francia – Fascistizzazione dello Stato, genealogie coloniali e congiuntura elettorale a un mese dai “fatti di Lione”. Intervista con Antonin Bernanos e Carlotta Benvegnù

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Approfondimenti

Il nuovo disordine mondiale / 33 – Guerra infinita e fine delle alleanze (tra stati e classi)

di Sandro Moiso da Carmillaonline
Redazione di InfoAut, La lunga frattura, DeriveApprodi, Bologna 2025, pp. 168, 15 euro

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Approfondimenti

L’Asse del Caos

da Machina

La guerra contro l’Iran segna un ulteriore salto nell’escalation mediorientale guidata da Israele e Stati Uniti. Le ritorsioni iraniane sulle infrastrutture energetiche del Golfo mostrano quanto fragile sia l’equilibrio globale costruito su petrolio e rotte commerciali. Sullo sfondo emerge un progetto più ampio dell’«Asse del Caos»: indebolire e frammentare gli Stati della regione, con conseguenze difficilmente controllabili.

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Approfondimenti

L’Hub toscano dentro l’escalation in Medioriente? Basi, ferrovie e le domande che nessuno ci fa

Qualcuno ha deciso che il territorio tra Pisa, Livorno e San Piero a Grado debba diventare un nodo strategico della macchina militare occidentale. Non è un’ipotesi: è quello che emerge leggendo contratti pubblici, documenti NATO e piani di investimento europei. Ma la domanda che nessuna istituzione ci pone è semplice: lo vogliamo?

da No Base

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Approfondimenti

Intervista a Romolo Gobbi

Ci uniamo al messaggio di saluto da parte di Derive Approdi in merito alla scomparsa di Romolo Gobbi e per ricordarlo ripubblichiamo questa intervista presente sul sito Futuro Anteriore – Dai Quaderni Rossi ai movimenti globali: ricchezze e limiti dell’operaismo italiano.

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Editoriali

Giovani Contro

Oggi la politica istituzionale in toto inizia ad avere un timore, ossia quello di vedere nei “giovani” un settore capace di organizzarsi, incidere e non avere alcuna fiducia nei confronti della delega e della politica dei partiti.

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Bisogni

Noi la guerra non la paghiamo

Ripubblichiamo il testo della campagna lanciata dall’Assemblea Studentesca di Torino in merito ai rincari, in particolare legando la questione dell’aumento dei prezzi dovuto alla crisi energetica causata dalla guerra di Usa e Israele contro l’Iran, alla necessità di un trasporto gratuito.

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Confluenza

9-10 maggio marcia popolare a difesa dei crinali dell’Appennino mugellano

Nelle scorse settimane si è tenuta una passeggiata sui crinali mugellani per esplorare i territori coinvolti nel nuovo progetto eolico industriale che dovrebbe sorgere nel Comune di Londa, in provincia di Firenze.

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Bisogni

Referendum: dalla questione della giustizia agli incubi della guerra

Diciamocelo: quella cartina d’Italia con la distribuzione dei “No” e dei “Sì” al referendum di ieri ci ha dato una bella soddisfazione. Ma forse il problema della giustizia ha avuto un’importanza relativa sul risultato.

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Bisogni

I Sud si organizzano

Contro la guerra globale e ai nostri territori. Per la costruzione di un orizzonte di possibilità oltre estrattivismo e sfruttamento.
Cosenza – 11 e 12 aprile 2026

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Conflitti Globali

28 marzo a Niscemi: liberiamo i territori dalla guerra

Il 28 marzo alle ore 15 torniamo a scendere in piazza a Niscemi (CL), la città del MUOS, per dire con forza no alla guerra e all’uso delle basi militari statunitensi in Italia.

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Conflitti Globali

La guerra come risposta alla crisi di egemonia statunitense conduce alla recessione globale

L’apprezzamento momentaneo del dollaro spinto dalla domanda aggiuntiva di petrodollari occulta una fragilità strutturale dell’economia americana.

Da Radio Blackout

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Antifascismo & Nuove Destre

Contro i re e le loro guerre: 27 e 28 weekend No Kings a Roma

Da Radio Blackout
l processo autoritario e guerra fondaio si combatte insieme: per questo No Kings Italy, il 27 e il 28 Marzo, raccoglie a Roma una coalizione di più di 700 realtà contro i re e le loro guerre:

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Editoriali

Tutti a casa!

Un voto contro il sistema e la guerra.
Ciò che abbiamo pronosticato qualche giorno fa alla fine si è avverato, stra-vince il No al referendum costituzionale e il Governo prende la più grossa batosta, in termini di consenso, di tutta la sua legislatura.