InfoAut
Immagine di copertina per il post

La crisi politica nel mondo arabo: non è un fatto di civiltà e non è unico

Crediamo sia importante tradurre e condividere quest’articolo, apparso qualche giorno fa su juancole.com. Questo perché oggi, in un periodo di grandi mutamenti nel mondo arabo, e medio-orientale in generale, la stampa mainstream si lascia andare a pseudo-analisi (?) dal carattere marcatamente orientalistico, totalmente appiattite su una lettura della regione attraverso il prisma della religione islamica, e la sua presunta incapacità ad adattarsi alla modernità. Anche la stessa lettura della pervasività del fenomeno settario di scontro sunniti-vs-sciiti viene ad essere inquadrata attraverso l’Islam come fatto-sociale-totale, elemento principe che identifica e struttura la società, unica chiave per spiegare i comportamenti di tutti i suoi aderenti, e non tiene invece in conto dell’uso politico del credo religioso come leva di mobilitazione e legittimazione di più profonde rivalità geopolitiche.

Qui Cole pone un problema di narrazione e delle categorie di percezione della regione nell’immaginario globale. Rispondendo ad un articolo di Melhem apparso su Politico, egli afferma che non esiste nessun difetto morale e nessun declino di civiltà nelle popolazioni arabe, ma che, per comprendere quello che succede oggi, dobbiamo riferirci ai vari sconvolgenti mutamenti – nella composizione della popolazione, nell’organizzazione sociale e del lavoro, nell’ambiente, nell’economia – che il mondo arabo ha subito.

 

Hisham Melhem ha scritto un articolo su quello che lui chiama “il collasso della civiltà araba”.

L’articolo é zeppo di contraddizioni e pensieri confusi, e con tutto il dovuto rispetto per Melhem, che é un giornalista esperto e ben informato, sono fortemente in disaccordo con quanto dice. Credo che lui sostenga che gli Arabi portano un’onere morale per le atrocità che stanno venendo commesse nella regione, e che non possono evitare ciò incolpando problemi regionali legati al colonialismo europeo o ricorrendo all’invasione e all’occupazione americana dell’Iraq.

Prendiamo i 22 paesi membri della Lega Araba (che includono, per ragioni politiche, paesi non-di-lingua-araba come Somalia e Gibouti). Non c’è niente di sbagliato nella loro civiltà.

Negli ultimi 50 anni la popolazione araba é passata dall’essere in maggioranza rurale, per l’80%, all’80% urbanizzata (esistono ancora paesi arabi significativamente rurali, come l’Egitto e la Siria, ma persino lì gli abitanti urbanizzati sono la maggioranza). Anche l’Arabia Saudita, che un secolo fa contava moltissimi pastori nomadi, é oggi urbanizzata quanto gli Stati Uniti. La popolazione araba é inoltre passata dall’essere largamente analfabeta ad alfabetizzata, specialmente per quanto riguarda la fascia tra i 15 e i 30 anni. Il livello di educazione superiore e universitario é salito alle stelle. Gli arabi oggi hanno accesso al mondo tramite la televisione satellitare. In termini di civiltà, il livello medio degli arabi oggi è di molto superiore a quello dei propri nonni e genitori.

Sicuramente, gli stati del mondo arabo stanno subendo importanti transizioni e alcuni sono collassati. Ma il collasso dello stato non é la stessa cosa di quello della civiltà, né è causato da quest’ultimo, qualsiasi cosa esso significhi.

Perché gli stati stiano collassando é una bella domanda per le scienze sociali, ma non è colpa di un difetto morale come Melhem fa credere, né è l’unico. Io mi concentrerei sui seguenti:

1. Demografia. Il mondo arabo è pieno di stati che hanno avuto un tasso abbastanza alto di crescita demografica per 150 anni. Nella mia ipotesi questo boom di popolazione è legato al riscaldamento globale, che é anch’esso iniziato 150 anni fa, e che potrebbe aver ridotto le epidemie nella regione, che sappiamo fossero comuni e cicliche nel Medioevo e nel primo periodo moderno (“le piaghe”). La Tunisia subì una transizione demografica e cominciò a stabilizzarsi, ma molti tra gli altri paesi continuavano ad avere alti tassi di natalità (l’Egitto si è stabilizzato nel 2005 ma, apparentemente, l’instabilità degli ultimi tre anni ha causato un nuovo baby boom). Alti tassi di crescita demografica possono contribuire all’instabilità se non ci sono abbastanza opportunità di impiego per le onde di giovani che entrano nel mercato del lavoro ogni anno. Il PIL è una questione di lunga durata. Così, se la crescita demografica è del 3% annuo, e pure quella dell’economia, l’aumento del reddito pro capite nel PIL quell’anno è….zero. Andando avanti così la situazione per decenni si manifesterà una stagnazione economica e sociale. Ecco perché la politica di un solo figlio in Cina è stata così intelligente. Non ci sarebbe potuto essere il decollo post-1980 nello stesso modo (in Cina) se il livello di crescita demografica fosse stato come quello dell’Egitto. E’ un anomalia che i due paesi che iniziarono a subire un cambiamento nella transizione demografica negli anni ’70, Tunisia e Turchia, sono i due paesi più stabili nella regione?

2. Produttività. Molti paesi arabi furono sotto amministrazione coloniale europea nel XIX° secolo e fino a metà del XX°. Nessuna amministrazione coloniale era interessata a promuovere l’industrializzazione (in contrasto, per esempio, al Giappone Meiji, che fu indipendente ed interessato alla posizione del proprio paese nel mondo). I paesi arabi, dopo la 2^ Guerra Mondiale, erano per la maggior parte agricoli e poveri. L’80% degli iracheni erano agricoltori senza terra e 2500 famiglie possedevano le migliori terre, e facevano la parte del leone, nel 1958. Mentre ci fu una qualche industrializzazione di stato, circa la metà della popolazione della Siria rimaneva ancora rurale. L’ economia agricola ha bassi tassi di produttività di capitale. E molti lavoratori urbanizzati sono impegnati nei servizi, i quali anch’essi non sono certo caratterizzati da molto aumento della produttività. L’alta crescita demografica insieme con la bassa produttività equivale alla stagnazione economica e sociale.

3. La distorsione dell’economia petrolifera. L’urbanizzazione in Egitto, per esempio, può essersi bloccata dagli anni ’70 poiché i lavoratori, che avrebbero potuto essere impegnati nelle produzione egiziana, al contrario emigrarono in Arabia Saudita, Kuwait e EAU. Quando, e se hanno fatto ritorno in patria con i loro risparmi, spesso lo hanno fatto ai loro villaggi, dove hanno aperto negozi o altre piccole attività. L’economia petrolifera del Golfo inoltre ha indotto a emigrare gli insegnanti e gli ingegneri più intraprendenti. L’economia petrolifera ha rafforzato le valute a causa del valore delle materie prime, che rende i prodotti fatti-in-casa più cari e danneggia gli artigiani, le industrie e l’agricoltura, poiché mercati esportatori come l’India non possono permettersi questi beni se scambiati con valuta forte (questo fenomeno é noto come Sindrome olandese1 perché l’Olanda ne soffrì all’inizio degli anni ’70 quando la sua industria di gas naturale prese piede). Inoltre, la presenza nella regione di regimi autoritari di piccole dimensioni ma enormemente ricchi come Qatar, Kuwait, EAU e Arabia Saudita è stata ed è destabilizzante. Essi innaffiano la regione di soldi (petro-dollari) per sostenere i loro procuratori, che sono pronti a combattere e hanno le risorse per comprare armi di ultima generazione.

4. Aridità e cambiamento climatico. Il mondo arabo si trova in una zona arida duratura, che si estende dal Marocco fino al Deserto del Gobi. La maggior parte di questa regione non può contare sull’aiuto delle precipitazioni in agricoltura e dipende dall’irrigazione. Ma, nel corso del tempo, il cambiamento climatico sta producendo una crescente aridità, con siccità di lungo periodo. Il collasso della Siria é senz’altro causato, in alcune sue parti, dal cambiamento del clima. L’Egitto stesso ha subito una crisi legata all’acqua, e in alcuni villaggi dell’Alto Egitto le proteste sulla mancanza di acqua hanno fatto parte delle agitazioni durante la rivoluzione del 2011 e oltre.

 

Questa serie di cause hanno contribuito alle difficoltà che il mondo arabo si trova ad affrontare, non certo il deterioramento morale o di civiltà. Sicuramente il collasso statale può creare un vortice sociale dove raccapriccianti gruppi come ISIS trovano terreno fertile. Ma essi sono il risultato di altri fattori, e sono legati all’instabilità e allo spostamento forzato di popolazione. Non sono la causa principe di niente per sé stessi. Né lo sono i soli Arabi in tutta la regione. La brutalità e l’uso sproporzionato della forza perpetrato da Israele e il suo esercito a Gaza é un’altra forma di barbarie.

Chiamare in causa il mondo arabo é ingiusto.

La Spagna é stata governata dal 1936 da una dittatura fascista, che è durata fino agli anni ’70. Uno dei paesi-modello della civiltà, il paese di Goethe e Schelling- la Germania- é diventata fascista negli anni ’30. Allo stesso modo l’Italia ha avuto un governo fascista dagli anni ’20, che é stato rovesciato da un’invasione americana, non dagli dagli stessi italiani. Anche nell’ultimo decennio l’Italia è stata degradata da Freedom House dall’essere una democrazia di prima fascia, a causa delle pratiche di corruzione e autoritarie del Primo Ministro Berlusconi (i giornalisti che lavorano per i suoi media erano costretti a scrivere bene di lui). Non é chiaro del tutto se l’Europa si sarebbe diretta verso la democrazia, o l’avrebbe fatto in maniera così veloce, se si fosse arrangiata da sola. Quello che noi pensiamo delle pratiche democratiche è stato imposto nell’Europa occidentale dagli USA.

Anche il Sud-est asiatico ha avuto le sue difficoltà, passando dall’essere agricolo e coloniale a diventare indipendente, urbanizzato e industrializzato. L’Indonesia ha fatto fuori centinaia di migliaia di comunisti nel 1965, qualcuno parla anche di milioni. Il Vietnam è stato in subbuglio per decenni e poi si è trasformato in una dittatura a partito-unico, rimanendo disperatamente povero. Laos e Cambogia sono stati destabilizzati dalla guerra degli States in Vietnam. Di 7,5 milioni di cambogiani nel ’75, il 25% circa è stato ucciso dal genocidio degli Khmer Rossi, una cifra intorno agli 1,8 milioni.

Non esiste paese arabo dove una percentuale di popolazione tale (25%) è stata uccisa, come in Cambogia. La rivoluzione algerina (1954-1962) è costata tra i 500mila e 1milione di vite per una popolazione di undici milioni, ma una larga fetta di questa cifra è stata uccisa dalle truppe francesi. La guerra civile libanese ha ucciso verosimilmente 100mila persona, che su una popolazione di 4 milioni sono il 2,5%. La guerra Iran-Iraq intorno ai 250mila iracheni (alcuni affermano il doppio) di 16 milioni, e ha fatto più o meno lo stesso numero di vittime iraniane. Le guerre arabo-israeliane, per quanto orribili sono state, hanno fatto poche vittime, con vittime da parte araba in decine di migliaia. La Tunisia non é stata coinvolta in nessun conflitto dopo la 2^ Guerra Mondiale. L’invasione americana e l’occupazione dell’Iraq, che hanno destabilizzato il paese, sono risultate in un’eccessiva mortalità compresa tra i 200mila e il milione di morti, su una popolazione di 30 milioni nel 2003 (e, malgrado Melhem, credo che sappiamo di chi é stata la colpa in questo caso).

Uno potrebbe anche fare comparazioni con l’Africa. Non voglio focalizzarmi sulla grande destabilizzazione e perdita di vite umane nella Repubblica Democratica del Congo, la cui crisi è incominciata con la politica del Belgio che ha fatto vittima metà della popolazione. Oltre 5 milioni sono morti a causa dell’instabilità (e relative malattie) nella RDC dal 1995.

Il fatto é che il colonialismo e il neocolonialismo europeo hanno avuto un effetto alquanto destabilizzante sulla regione. Ma Melhem ha ragione a dire che ci sono anche altre cause. Ma non sono quelle che fa notare lui. La crescita demografica, i pattern economici, e la povertà di risorse (specialmente per quel che riguarda l’acqua, che menziona solamente per lo Yemen, ma solo come una lamentela) sono tutti coinvolti.

L’articolo di Melhem sta nel solco di una lunga tradizione. Dopo la Caduta di Baghdad nel 1258 alle armate mongole e buddiste, molti intellettuali musulmani arrivarono alla conclusione che Dio ce l’aveva con loro per essere diventati civiltà decadente, e così, per punizione divina, li fece cadere nelle mani degli infedeli dell’est. Ma le invasioni mongole non rappresentarono la caduta morale delle genti di Iran e Iraq. Essi furono invece la conseguenza, in molte parti, delle sofisticate tecniche di guerra dei Mongoli.

Non farti così del male, Hisham.

Ti è piaciuto questo articolo? Infoaut è un network indipendente che si basa sul lavoro volontario e militante di molte persone. Puoi darci una mano diffondendo i nostri articoli, approfondimenti e reportage ad un pubblico il più vasto possibile e supportarci iscrivendoti al nostro canale telegram, o seguendo le nostre pagine social di facebook, instagram e youtube.

pubblicato il in Approfondimentidi redazioneTag correlati:

crisiguerraIsisislammondo arabo

Articoli correlati

Immagine di copertina per il post
Approfondimenti

Sull’abbassamento dell’età della violenza di genere: guerra, nuove destre e manosfera

Leggiamo ancora una volta con dolore e rabbia di un episodio di violenza avvenuto nella nostra città: stavolta una violenza agita da tre ragazzi di 19, 21, 22 anni nei confronti di una ragazza di 13. 

Immagine di copertina per il post
Approfondimenti

Dentro il nuovo spirito etico-politico

Genocidio, guerra, crisi. È dentro un contesto internazionale sempre più pesante, segnato dallo stravolgimento degli equilibri politici degli ultimi anni, che questo autunno si sono riaperte anche possibilità di mobilitazione di massa. Piazze attraversate da soggettività spesso disorganizzate, non sempre politicizzate in senso tradizionale, ma capaci di rompere la passività di fronte alla guerra e alla complicità occidentale nel genocidio in Palestina.

Immagine di copertina per il post
Approfondimenti

Cosa pensano l3 giovan3 della guerra: un’inchiesta radiofonica a cura della trasmissione “I saperi maledetti”

Ripubblichiamo le tre puntate-inchiesta svolta dalle redattrici e redattori del programma “I sapere maledetti” in onda gli ultimi due lunedì del mese su Radio Blackout.

Immagine di copertina per il post
Approfondimenti

Torino 80

Abbiamo attraversato quegli anni ‘80 con gioia e fatica. Giovani, allora, che pensavamo ancora di poter cambiare un mondo che non ci piaceva, arrivati troppo tardi per l’ondata rivoluzionaria del lungo ’68 italiano e troppo presto per non sentirne il peso.

Immagine di copertina per il post
Approfondimenti

Il sisma dei movimenti 

Studiare la conflittualità sociale permette di comprendere la storia e le storie di forme di opposizione e resistenza senza cedere il passo agli appiattimenti mediatici

Immagine di copertina per il post
Approfondimenti

Dalla dottrina Mitterrand alla perfida Albione, le mirabili acrobazie complottiste del giullare Fasanella

E’ uscita nelle librerie una nuova edizione di Che cosa sono le Br, Rcs, la lunga intervista che ventidue anni fa Giovanni Fasanella realizzò con Alberto Franceschini. Il volume viene riproposto al pubblico senza alcun aggiornamento critico del testo redatto nel 2004 e ormai ampiamente datato, nel quale l’ex brigatista dava ampio sfoggio della sua presa di distanze dal passato esercitandosi nel rito dell’autocritica (e della calunnia) degli altri.

Immagine di copertina per il post
Approfondimenti

Aziende di tutta la Silicon Valley, unitevi!

Qualche giorno fa l’azienda Palantir ha pubblicato sul proprio profilo X un manifesto in 22 punti su quanto riguarda società, Silicon Valley, tecnologia e gestione del potere. In realtà si tratta di una estrema sintesi del libro The technological Republic scritto a quattro mani da Alex Karp e Nicholas Zamiska.

Immagine di copertina per il post
Approfondimenti

Ucraina, l’imperialismo e la sinistra.

In questa intervista con Rob Ferguson, il ricercatore e scrittore ucraino Volodymyr Ishchenko discute i nodi sorti nel suo libro Towards the Abyss: Ukraine from Maidan to War e altre pubblicazioni

Immagine di copertina per il post
Approfondimenti

L’illuminismo oscuro di Peter Thiel. Note per una genealogia / 3

Siamo partiti parlando di agency di questa parte della classe borghese, dei loro sistemi valoriali, fino a spingerci ad analizzare un CEO come Thiel. Tuttavia, non va persa la bussola per muoversi dentro questo marasma ultra-destro. Le tendenze del capitale, la sua necessità continua di rivoluzionare i propri strumenti di estrazione del valore, prescindono da qualsiasi nome e cognome, da qualsiasi nome d’azienda, da qualsiasi ideologia, rimane la stessa da secoli: lo sfruttamento del lavoro vivo separato dalle sue condizioni oggettive.

Immagine di copertina per il post
Approfondimenti

Albania tra crisi di potere e rappresentanza: uno sguardo più ampio

Pubblichiamo un contributo di Immigrital, Cua Torino e Cua Pisa in merito agli avvenimenti in Albania degli ultimi mesi.

Immagine di copertina per il post
Bisogni

La Fifa e la guerra

Tra l’estate del 2025 e la primavera del 2026 alla Casa Bianca sono passati, nell’ordine, la rosa della Juventus e i due pluripremiati Pallone D’Oro Cristiano Ronaldo e Lionel Messi, che negli ultimi venti anni hanno dominato la scena del calcio globale.

Immagine di copertina per il post
Traduzioni

Offensiva in Mali: una guerra di portata senza precedenti dal 2013. Intervento di Said Bouamama

Pubblichiamo la traduzione e trascrizione di un’interessante intervento di Said Bouamama sui recenti attacchi in Mali.

Immagine di copertina per il post
Conflitti Globali

Global Sumud Flottilla di nuovo in viaggio!

Come annunciato più volte la flottilla non si arrende!

Immagine di copertina per il post
Sfruttamento

Utili monstre per banche e aziende energetiche, pagano i consumatori. Schettino: “un’economia che si basa sull’antagonismo di classe”

Utili milionari per i colossi energetici e bancari. Profitti record anche per le aziende italiane, come Italgas che chiude il primo trimestre con ricavi in crescita del 44,1%, cioè 661milioni.

Immagine di copertina per il post
Conflitti Globali

Stretto di Hormuz: tra navi militari, missili, droni e propaganda il golfo Persico resta un pericolosissimo teatro bellico

Iran. Con il perdurare dello stallo dentro e attorno allo Stretto di Hormuz, nuovo pesante allarme Fmi sul caro energia che colpisce in particolare le classi popolari dell’Europa. “Con i prezzi attuali, la famiglia media dell’Ue perde 375 euro nel 2026, pari allo 0,7% del consumo medio, a causa di tutti gli aumenti di prezzo”.

Immagine di copertina per il post
La Fabbrica della Guerra

Opuscolo: strumenti e piste di inchiesta a partire dal convegno di Livorno

Qui la prima parte del report della due giorni di Livorno, un lavoro che intende porsi come strumento utile all’orientarsi per sviluppare piste di inchiesta e conricerca negli ambiti trattati e individuati come centrali per intervenire nella “fabbrica della guerra”.

Immagine di copertina per il post
Bisogni

Primo maggio: Torino si schiera contro la guerra

Per liberare il quartiere Vanchiglia oggi un altro passo è stato fatto.

Immagine di copertina per il post
Editoriali

“Make America Great Again”: il sogno è diventato un incubo

Trump sembra sia riuscito a trasformare il sogno Maga in un pantano, e molti dei sostenitori di quel progetto iniziano a prendere le distanze seriamente messi di fronte al fallimento e all’incoerenza del presidente.