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Un’Anabasi post-sovietica. Storia del Gruppo Wagner

Barabanov, Korotkov; Il Nostro business è la morte; Nero ed.; Roma 2025.

di Jack Orlando, da Carmilla

Gli uomini in mimetica camminano soli o a coppie dentro fitti banchi di nebbia, a malapena si intravedono i campi desolati attorno alla lingua di cemento. La colonna di fanti è accompagnata da moto da cross e automobili civili senza più sportelli, cariche di individui armati col volto coperto. Un drone riposa poggiato sull’asfalto.

Le immagini dell’esercito russo che completa la conquista di Pokrovsk, se evitiamo il solito florilegio di interpretazioni mediatiche campate per aria, offrono un’istantanea potente della guerra com’è oggi, o forse come è sempre stata.
Qualcosa di inaspettato, di sporco e sgangherato simile alla “Nave dei folli”. Nulla a che vedere con truppe che marciano ordinate e storie di assalti eroici care a ogni propaganda bellicista. Il mondo delle trincee è un mondo che sconquassa le geografie, mentali, materiali, morali, e si impone come regno dell’assurdo. Solo nella coltre di questo disordine una volontà politica può imporre mutamenti drastici delle condizioni reali.


Il vociare provocato delle immagini di Pokrovks ricorda molto quello di un’altra sventurata località: Bakhmut, altro regno dell’assurdo più brutale, la cui contesa tra agosto ’22 e maggio ’23 gli è valsa il soprannome di Tritacarne.
A farsi macellare in prima linea per conquistare la città c’erano ex detenuti, ora mercenari del famigerato gruppo Wagner.

Quegli uomini erano usciti apposta dai bagni penali, reclutati dentro le prigioni direttamente da Evgenij Prigožin, chiacchierato capo dei mercenari, con la promessa di soldi e libertà.
Anche con poca o nessuna esperienza militare, servivano a tamponare l’emorragia di truppe che costava una battaglia fatta di assalti suicidi e che anche un’organizzazione così potente aveva difficoltà a saturare.
Un episodio limite, ma che abbozza l’idea di cosa davvero fosse la Wagner.
Ed effettivamente proprio questa compagna mercenaria è un perfetto laboratorio per osservare le traiettorie che la guerra ha assunto oggi, senza mai cessare per un momento ma muovendosi lungo assi fluidi che travalicano i confini facendo, ora più ora meno, fracasso.

Ed è una felice intuizione quella di tradurre il libro-inchiesta di due giornalisti russi, Barabanov e Korotkov, che per anni hanno indagato il fenomeno e raccolto testimonianze interne e documenti riservati.
Una storia che merita di essere raccontata già solo per la sua immensa potenza narrativa, inscenando in veste russa una sorta di nuova Anabasi di Senofonte. La tragica spedizione dei mercenari greci di Ciro verso la conquista del trono di Persia e ritorno.
Ma soprattutto un lavoro giornalistico prezioso che è costato l’esilio agli autori, al pari di molti altri colleghi (per altri invece il conto è stato ancora più pesante), e che fa piazza pulita delle ricostruzioni rabberciate di redazioni prone a un modus sciatto e servile, delle ciarle di improvvisati “esperti” a caccia di follower.

Fino al 2022 pochi infatti, fuori dai circoli di cose militari, avevano sentito parlare del Gruppo Wagner. Venivano alla ribalta con l’invasione russa dell’Ucraina.
Eppure proprio in Donbass, otto anni prima in una guerra invisibile, avevano vissuto il loro battesimo di fuoco.
Impegnati da un lato a respingere le forze ucraine che tentavano di recuperare il territorio delle neonate repubbliche di Donetsk e Lugansk alle milizie che le difendevano, dall’altro a mettere ordine tra queste ultime attraverso omicidi mirati e sabotaggi, nel tentativo di riportare tutto sotto un possibile controllo russo.
Di fatto quel movimento che si era ribattezzato Primavera Russa e che aveva portato, dopo Euromaidan, alla secessione del Donbass; che in Occidente è sempre stato dipinto come un’univoca operazione del Cremlino, è rientrato dentro un’eterodirezione moscovita proprio grazie agli sforzi di entità grigie come l’allora sconosciuta Wagner.

Ma tra il Donbass prima del fronte congelato dagli accordi di Minsk e quello furente dell’invasione su larga scala, la Wagner ha accresciuto le sue fila e i suoi teatri operativi: impiegati in Siria come forze di terra a supporto del regime assadista, sono quelli che strapperano la città di Palmira al Califfato Islamico.
Conquistano e proteggono pozzi petroliferi da cui ricavano grossi guadagni, si spostano in Libia prendendo parte alla catastrofe post-gheddafiana. Imbracciano le armi in Sudan, in Mali, nella Repubblica Centrafricana.
Sono i responsabili dell’addestramento dei soldati e del contrasto allo jihadismo nel Sahel. Ovunque il loro operato va intrecciandosi con rapporti di potere, influenze diplomatiche ed estrazione di risorse: nessuna retorica umanitaria, niente proclami roboanti, solo accordi commerciali ed esecuzione di servizi.

Eppure se diversi paesi, sovente sotto governi appena instaurati in una rapida concatenazione di golpe, si sono spostati nell’orbita russa e un bel pò di truppe atlantiche, insieme ai residui di quel cancro coloniale della Francafrique, sono state buttate fuori dal continente, una discreta parte di responsabilità ce l’hanno questi mercenari.
E seppure dalle nostre parti si continua a leggerli come una diretta emanazione di Mosca, preferiamo la più complessa lettura dei due autori, per cui è molto difficile capire dove inizia il mandato esplicito dello Stato e dove finisce l’ambizione personale di Prigožin nel perseguire un’agenda di grandeur che vede fondersi insieme nazionalismo, affari, geopolitica e interesse nazionale.

Tanto più che se le imprese della Wagner, molto più delle altre PMC, ricordano quelle delle Compagnie di ventura della prima modernità; la tragica parabola del capo e dei suoi sottoposti sembra emergere direttamente dalla penna di Le Carrè.
C’è dell’incredibile in un Prigožin, piccolo delinquente appena scarcerato, che si arrabatta con un chiosco di hot dog nella ex-Leningrado del pieno collasso sovietico.
Un signor Nessuno che, in quella vasca di squali che è la democratizzazione russa, scala i ranghi della società come ristoratore e finendo per ottenere contratti milionari di forniture allo Stato, inserendosi direttamente nell’ascendente cerchia di un giovane Vladimir Putin.
Imprenditore gastronomico che mette su posticci cartelli mediatici e campagne di disinformazione e che decide, con megalomane spregiudicatezza, di costruire un proprio esercito privato.

Ogni miliardario postsovietico ha la sua stola di gorilla armati e non pochi sono quelli che assumono la forma di una vera e propria Compagnia Militare. Il riciclo delle competenze dell’Armata Rossa è stato un buon mercato per molti militari e disoccupati.
Prigožin, figlio del suo tempo, non fa eccezione in questo. Ciò che lo differenzia è la volontà di perseguire un’agenda politica para-nazionale in cui i suoi affari si intrecciano con l’interesse di Stato.
Da criminale a imprenditore a condottiero, il passo a mito è breve, e infatti il brand Wagner è dal 2022 una piccola moda del pubblico russo: facile acquistare t-shirt e magliette, ancora più facile imbattersi nel flusso memetico che accompagna le dichiarazioni sempre più ruvide di Prigožin sui social network.

E infatti l’ultimo atto della Wagner è accompagnato da un codazzo di apprezzamenti e selfie.
L’oggettivo strapotere ottenuto negli anni e la sovraesposizione dovuta alla battaglia Bakhmut portano prima all’inevitabile conflitto d’interessi tra chi dirige le forze armate ufficiali e chi gestisce uno spaventoso esercito fedele solo ai suoi capi.
Conflitto che Prigožin decide di risolvere passando, letteralmente, all’offensiva in uno strano tentato colpo di stato che vede i mercenari conquistare Rostov sul Don senza sparare un colpo e passando una giornata a posare per selfie e strette di mano con i passanti entusiasti, mentre una colonna marcia verso Mosca.
Un golpe che chiedeva la testa dei vertici dell’esercito e si risolve, nel giro di 24 ore, in un nulla di fatto. I mercenari si ritirano dopo un’opaca trattativa apparentemente senza ripercussioni.

Due mesi dopo, agosto 2023, l’aereo privato che trasportava Prigožin e i suoi comandanti, tecnicamente esiliati in Bielorussia, da Mosca a San Pietroburgo salta in aria uccidendo tutti i passeggeri. Pagavano il pegno del loro tradimento alla verticale del potere.
Da allora la Wagner viene in parte smantellata e in parte assorbita dalle forze armate, i suoi asset africani vengono riorganizzati sotto il (pessimo) nome di Afrika Korps.

Già dai primi giorni dopo la caduta dell’aereo si moltiplicano i memoriali con bandiere e fiori, foto di Prigožin e Utkin. Non solo in Russia: in Repubblica Centrafricana gli viene eretta più di una statua e in giro nel Sahel si tengono piccole dimostrazioni di cordoglio.
Che dei criminali di guerra attirino tutto questo affetto non è inedito e non dovrebbe scandalizzare più di tanto. Ciò che è da osservare è come, sedimentando un forte immaginario e tentando di strappare una legittimazione d’autorità, una compagnia militare privata per la prima volta nel mondo contemporaneo si imponga come soggetto politico.
Reclama la sua possibilità di decidere dei destini di una guerra ben oltre il proprio mandato. Una possibilità inattuabile perché ancora non c’è sufficiente spazio di manovra per i capitani di ventura ma che, se guardiamo ai movimenti simili dei capitani dell’industria Hi-Tech della Silycon Valley, dovrebbe far riflettere per il futuro prossimo.

In questa specie di Guerra dei trent’anni, che è diventata la globalizzazione, dove il fronte di guerra si sposta di luogo in luogo ignorando i confini tra nazioni, gettando odi e motivazioni in una centrifuga in cui è difficile tenere fermo il significato, nuovi predatori emergono e le prerogative tipiche degli Stati Nazione vanno diluendosi in nuove concentrazioni di potere privato.
E alla fine di tutto, quando un diverso ordine si imporrà con i suoi equilibri, non è detto che a vincere sarà uno Stato piuttosto che lo sconosciuto CEO di un comparto tecno-militare.

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