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La questione della Palestina nel mondo di lingua cinese

Dagli anni Sessanta fino agli Ottanta, il governo cinese sostenne con forza il movimento rivoluzionario palestinese, stabilendo stretti legami con l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina: li appoggiava a livello internazionale, forniva loro aiuti materiali e ne promuoveva l’immagine all’interno del paese. Questo periodo, insieme ad altre eredità del periodo maoista, rimane tuttora nella memoria della vecchia generazione cinese.

di Lou

Col passare del tempo, però, le cose sono cambiate: con la svolta capitalista della Cina, anche quell’amicizia è stata lentamente sepolta tra le pagine della storia, riemergendo solo di tanto in tanto nei ricordi. Nell’ottobre 2023, con l’operazione “Diluvio di al-Aqsa” lanciata da Hamas e la brutale risposta di Israele, il movimento di solidarietà con la Palestina è ricomparso in Cina. Questa volta, però, si tratta di un movimento puramente popolare, nato e sviluppatosi in una società completamente diversa.

In questo articolo cercherò di descriverne la composizione dei partecipanti, le modalità di azione, i problemi attuali e le prospettive future, con l’obiettivo di offrire ai compagni interessati una panoramica di base.

Composizione e modalità di azione

Da tempo, per gli attivisti cinesi — indipendentemente dal loro orientamento politico — andare all’estero rappresenta una scelta comune: da un lato per ottenere spazi di partecipazione politica, dall’altro per sfuggire alla persecuzione del regime. Negli anni 2020 questa dinamica non è affatto tramontata. Allo stesso tempo, il movimento di solidarietà con la Palestina in Cina ha un carattere in larga misura “importato”, fortemente influenzato dalle esperienze estere. Questi due fattori spiegano perché una parte consistente dei sostenitori cinesi della Palestina viva oggi all’estero: studenti, lavoratori migranti, persone stabilitesi fuori dal paese.

In patria, invece, i sostenitori della Palestina sono soprattutto attivisti di sinistra, studenti e una piccola parte di giovani lavoratori. Insieme, dentro e fuori la Cina, danno vita a iniziative di solidarietà per la Palestina.

Va detto, però, che i sostenitori della Palestina non costituiscono un gruppo omogeneo. Nei paragrafi successivi cercherò di descriverli più nel dettaglio.

Persone con esperienza internazionale

Sinistra radicale— Comprende comunisti di varie correnti, anarchici, nonché alcuni attivisti provenienti dal mondo ecologista radicale o LGBT+. Poiché si trovano all’estero, hanno la possibilità di partecipare direttamente alle iniziative di solidarietà con la Palestina nei paesi ospitanti; in questo processo entrano in contatto con le posizioni politiche della sinistra locale, ne apprendono le modalità di azione e condividono queste conoscenze con i compagni rimasti in Cina. Nonostante le differenze dei contesti geografici e delle persone con cui entrano in relazione, la sinistra cinese ha comunque sviluppato una posizione sostanzialmente unitaria sulla questione palestinese, in sintonia con quella della sinistra internazionale. Essi si oppongono a Israele e ai paesi che lo sostengono (Stati Uniti, Unione Europea, ecc.), criticando severamente anche la Cina che, pur proclamando a parole la pace, in realtà mantiene rapporti di cooperazione con Israele.

Quanto agli Stati che a livello internazionale appoggiano la Palestina (come l’Iran), ne criticano il carattere reazionario dei governi, pur riconoscendo la legittimità della lotta dei popoli iraniani.

Nelle modalità di azione, essi partecipano solitamente alle iniziative di solidarietà con la Palestina promosse dalle organizzazioni della sinistra locale nei paesi in cui vivono, per lo più a titolo individuale, talvolta invece come collettivi, ad esempio in quanto gruppi di lavoratori migranti. Parallelamente, traducono articoli per i compagni rimasti in patria e condividono con loro gli sviluppi del contesto internazionale. Se rientrano in Cina, e qualora vi siano spazi di agibilità politica, cercano di organizzare attività culturali come proiezioni cinematografiche, gruppi di lettura o raccolte fondi.

Progressisti— Questo tipo di persone è tipicamente rappresentato nella classe media urbana. Alcuni hanno studiato all’estero, altri amano leggere libri di studiosi stranieri. Sostengono la Palestina perché per loro è una scelta che risponde meglio a un certo “gusto morale ed estetico”. Curiosamente, però, nello stesso ambiente ci sono anche altri che, pur dichiarandosi ugualmente “progressisti”, finiscono per schierarsi con Israele. La loro vita non è diversa da quella della maggior parte della popolazione urbana cinese, e la loro posizione politica, in sostanza, si riduce a un consumo identitario depoliticizzato: non partecipano a movimenti concreti, né si confrontano davvero con la complessità della storia e della realtà.

Terzomondisti internazionali— Queste persone sono un po’ diverse da quelle influenzate dall’eredità politica di Mao, di cui parlerò dopo. Il loro “terzomondismo” nasce soprattutto dalle critiche al colonialismo fatte dagli studiosi occidentali, e quindi danno priorità all’essere anti-USA e anti-UE. Uno dei motivi principali per cui partecipano alle attività pro-Palestina è proprio l’opposizione al sostegno che Stati Uniti ed Europa danno a Israele. Quando parlano dell’Occidente, attaccano duramente il capitalismo e denunciano i crimini di guerra; però, quando si tratta di altri paesi, di solito non si fanno troppe domande.

Persone con esperienza locale

Queste persone vivono soprattutto nella Cina continentale (inclusa Hong Kong) . La loro visione è fortemente plasmata dalla storia, dalle esperienze di vita e dalle correnti di pensiero diffuse all’interno della Cina. Le differenze politiche dirette all’interno di questo gruppo che include anche esponenti della destra, sono enormi. Molti di loro iniziano a interessarsi alla politica tramite i social media e spesso è lì che cominciano a “partecipare” alla vita politica, sviluppando facilmente posizioni estreme e irrealistiche. In seguito cercherò di descriverli.

Nazionalisti— sebbene possa sembrare strano che dei nazionalisti sostengano la Palestina, persone di questo tipo esistono davvero,minoritari ma rumorosi. Includono influencer filorussi o coloro che si identificano con l’Asse della Resistenza. Per queste persone, la Palestina non è altro che una pedina geopolitica: non si interessano alla sofferenza della popolazione locale né si preoccupano realmente della loro resistenza. Considerano la questione soltanto come un pretesto per l’antiamericanismo, coltivando l’illusione del “declino dell’egemonia statunitense”

Sinistra radicale locale— Le loro posizioni sono allineate con quelle della sinistra all’estero e il gruppo è composto principalmente da attivisti già inseriti nel mondo del lavoro e da studenti universitari. Gli attivisti si spostano tra le varie province cinesi alla ricerca di spazi adatti per le iniziative, mentre gli altri mantengono i contatti e li assistono quando possibile.

Progressisti locali— Il loro numero è molto esiguo, poiché i liberali in Cina tendono di solito ad assumere posizioni conservatrici, mostrano scarso interesse per i paesi meno sviluppati e non sostengono le cause progressiste. Inoltre, a causa del carattere “importato” del liberalismo in Cina, l’equazione “liberalismo = paesi occidentali” è profondamente radicata nella mente di molti. In tale contesto, gli Stati Uniti e Israele ricevono naturalmente maggiore simpatia da parte dei liberali cinesi.

Terzomondisti locali—Queste persone sono solitamente appartenenti alla “vecchia sinistra” e la loro simpatia per la Palestina deriva dall’esperienza storica della Cina con il colonialismo e la liberazione nazionale. Tuttavia, pongono maggiore enfasi sul sostegno della Cina alla Palestina e non vogliono riconoscere che la Cina sia ormai diventata complice e beneficiaria dell’ordine imperialista. Essa difende l’attuale ordine internazionale. Collabora strettamente con Stati Uniti ed Unione Europea — considerati potenze imperialiste — sia sul piano economico sia nella condivisione di strumenti di repressione. Inoltre, esercita forme di colonialismo verso i paesi meno sviluppati attraverso il cosiddetto “sostegno economico”.

Inoltre, la narrazione secondo cui i paesi del Terzo Mondo ottengono l’indipendenza nazionale vincendo le guerre contro gli agenti degli Stati Uniti suscita una profonda risonanza tra i cinesi. Di conseguenza, non sono solo gli appartenenti alla “vecchia sinistra” attivi o ex-attivi nel movimento a credervi, ma anche alcune persone comuni con una certa familiarità con la cultura di sinistra ne sono influenzate. Queste persone sono attive sui social media, producono video o commentano le notizio. Ci sono video in Twitter o YouTube intitolati “Cinesi a sostegno della Palestina”, e una parte dei commenti dei cinesi presenti sotto questi video proviene proprio da loro.

I musulmani— tra i musulmani cinesi ci sono persone motivate da sentimenti religiosi (come Zhang Chengzhi), che guardano alla causa palestinese dentro una visione umana e comune di “Ummah”. Una grande parte dei musulmani cinesi criticano Hezbollah o l’Iran.

Naturalmente, le motivazioni dei sostenitori della Palestina nella realtà sono complesse. In generale, la sinistra riconosce la lotta anticoloniale dei palestinesi e, nella pratica, assume dei rischi per promuovere e sostenere la loro causa come parte della propria agenda politica. Una parte della vecchia sinistra ha ereditato il lascito del terzomondismo di Mao Zedong e, almeno in parte per questo, mantiene un atteggiamento più favorevole verso il governo cinese. Al contrario, il sostegno della destra alla Palestina è radicato nel loro bisogno di opposizione agli Stati Uniti; raramente partecipano ad attività sul territorio, e il loro “anti-americanismo” è spesso più uno strumento per ottenere visibilità e traffico online. Tuttavia, essi continuano a esercitare un certo influsso sull’opinione pubblica.

Tra tutte le categorie sopra menzionate, coloro che sono disposti a correre rischi per organizzare attività sono i militanti di sinistra. Gli attivisti locali in Cina e i simpatizzanti della sinistra, ispirati da coloro che vivono all’estero e partecipano a iniziative politiche, si dedicano alla traduzione e alla diffusione di articoli sulla Palestina, alla raccolta di fondi, alla proiezione di film sul territorio e, nelle regioni dove è possibile manifestare legalmente — come Hong Kong —all’organizzazione di proteste di solidarietà.

I musulmani che sostengono la Palestina in Cina non sono pochi e la loro capacità di azione non è trascurabile. Tuttavia, l’identità religiosa rimane un tema sensibile nel contesto cinese; per questo motivo, la loro voce sui social media è relativamente limitata. Alcuni attivisti di sinistra hanno sviluppato legami personali con musulmani e, in alcune occasioni, si sono reciprocamente sostenuti nell’organizzazione di attività sul territorio. Ciononostante, nel complesso non si può parlare di una collaborazione strutturata o su larga scala tra sinistra e comunità musulmana sul tema palestinese.

Oltre a queste due grandi categorie, pacifisti, progressisti e istituzionalisti costituiscono di solito i partecipanti periferici alle attività. Essi prendono parte a riunioni, donano fondi, leggono e diffondono articoli, ma è raro che si impegnino più attivamente.

Limiti e prospettive

Le attività di sostegno alla Palestina in Cina si scontrano oggi con la stessa difficoltà che grava su qualsiasi iniziativa politica: l’impossibilità, o quasi, di svilupparsi davvero nello spazio offline. Traduzioni, articoli e la loro diffusione sui social media restano pratiche rischiose, soggette a censura e perfino a convocazioni da parte delle autorità; tuttavia, si tratta di rischi relativamente gestibili. Ben diverso è il caso delle attività offline: anche eventi di carattere caritatevole o culturale possono essere bloccati già nella fase di approvazione, oppure risultare impossibili per mancanza di spazi adeguati. E se mai oltrepassassero la “linea rossa”, sarebbero immediatamente interrotti, con conseguenze gravi per gli organizzatori, fino al carcere.

Questa fragilità limita la capacità degli attivisti di incidere sulla società. Non di rado, l’assenza di compiti concreti porta i gruppi a ridursi a cerchie isolate, logorate da divergenze minime o rancori personali, fino a degenerare in denunce reciproche alle autorità e in scandali pubblici.

A ciò si aggiunge la distanza: per la maggior parte dei cinesi, la Palestina rimane un paese lontano e marginale. Con Giappone e Corea esistono legami culturali e conflitti politici; con la Russia, relazioni storiche; con Europa e Stati Uniti, rapporti complessi ma costanti, che li fanno percepire come “importanti”. Per questi paesi o regioni, i cinesi possono provare attrazione, illusioni, disprezzo, percezioni distorte o persino odio; in ogni caso, essi formano l’immaginario cinese dell’estero. Il Medio Oriente, invece, nella propaganda cinese appare come una regione arretrata e lacerata dalla guerra, quasi indegna di attenzione. Se la generazione precedente conserva qualche ricordo della Palestina, questo proviene dagli anni del terzomondismo maoista; la nuova generazione invece si trova a dover conoscere la regione da zero, in un contesto storico e politico completamente diverso.

Il sostegno alla Palestina proviene principalmente da giovani studenti. Essi hanno facile accesso alle informazioni, molti conoscono lingue straniere e seguono con interesse le notizie internazionali; è quindi naturale che reagiscano al conflitto in Palestina. Tuttavia, la loro condizione di studenti — anche universitari — li mantiene sotto la tutela delle istituzioni scolastiche, impedendo che siano considerati a pieno titolo membri della società. Allo stesso tempo, godono di un certo privilegio culturale: in alcune università prestigiose, sono gli stessi professori a promuovere attività culturali, e anche le iniziative organizzate direttamente dagli studenti vengono tollerate in una certa misura. Inoltre, nel caso di arresto, il rischio di sanzioni gravi è generalmente più basso. Questa situazione, tuttavia, può talvolta ridurre l’attività politica a semplici iniziative di circoli culturali universitari. La scarsa indipendenza economica e la mancanza di esperienza nelle lotte sociali li rende inoltre vulnerabili alla repressione e instabili nella partecipazione.

Eppure, nonostante i limiti e i numeri ridotti, il sostegno alla Palestina rappresenta già un tentativo concreto della sinistra cinese di riappropriarsi dello spazio politico offline, sul territorio. La maggior parte delle iniziative è promossa da attivisti della società civile e raggiunge anche fasce di popolazione esterne ai soli circoli universitari. Nel corso di queste esperienze, alcuni imparano a organizzare, a gestire i rischi, a dialogare con posizioni diverse; altri stringono legami, trovano amici, scoprono una direzione politica.

È un punto di partenza. Si può imparare, rafforzarsi, costruire. La strada è lunga, ma mentre il popolo palestinese continua a resistere ogni giorno di fronte alla morte, quale giustificazione resterebbe a chi scegliesse la resa?

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