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‘La Tav non ci porta a Lione in tre ore, ma ad Atene in cinque minuti’

Bussoleno-Susa, 25 febbraio – Il serpentone che si snoda lungo il percorso, valsusini torinesi e quanti venuti da più lontano frammischiati in un corpo unico: è il segno tangibile di quello che è avvenuto in questi mesi. La lotta No Tav è diventata un bene comune che stringe oramai con un legame profondo chi vive in valle, chi ci è venuto dal tre luglio in poi, chi nel paese la sente come propria perché vi vede un punto di ripartenza e una possibile prospettiva comune nel quadro terribile di una crisi che va approfondendosi. Un momento importantissimo, dunque.

Ma la giornata è un momento alto anche perché è la risposta riuscita al punto di svolta impresso dai poteri forti con la doppia mossa della militarizzazione dell’area della Maddalena e degli arresti dei notav. Con la convinzione e pacatezza di sempre, su un terreno pieno di trappole, il movimento ha ribadito che -buoni” o “cattivi” che siano- i no tav sono tutti di qua sul terreno del giusto, le variegate lobby del Tav sono tutte sull’altra sponda. La “legalità” dei campioni, presunti o reali, dell’antimafia si sta rivelando nei fatti difesa della mafia dell’alta velocità, quella “pulita” e quella meno pulita (ma inchieste al riguardo non sono in vista), degli intrecci tra banche e partiti (il Chiampa premiato dal San Paolo: tutto “legale”), delle violenze (documentate ma non “agli atti”) delle forze del disordine che sparano lacrimogeni illegali ad altezza d’uomo. Un bel successo della procura torinese, mentre emerge la grettezza e la falsa imparzialità del concetto di legalità difeso dai Travaglio -quello del “facciamo fare a Caselli il suo lavoro”- e dai Ciotti (silente, ha perso la favella?).

Il movimento – che ancora una volta ha dimostrato di non aver bisogno di amici a condizione che… – ha posto una questione semplice ed enorme al tempo stesso: il criterio cruciale è se è giusto o meno ciò che si agisce, mentre la legalità dall’alto nell’epoca della dittatura dei mercati diviene sempre più un paravento dell’ingiustizia effettiva dell’agire delle istituzioni a difesa di sporchi interessi privati. Del resto, cosa avremmo dovuto fare, cosa dovremo fare, di fronte a un atto di palese ingiustizia? Non reagire e starcene con le mani in mano?

Dalla scorsa estate si è entrati in una nuova fase. Che non è solo quella della lotta No Tav, ma di questa dentro il passaggio che sta trascinando violentemente il paese intero nel gorgo della crisi globale del debito. Le bandiere greche che con felice intuizione qualcuno sventolava al corteo erano lì a ricordarcelo. Sono qui nuove ragioni da mettere in comune con chi inizia a sentire sulla propria pelle le conseguenze del debito che dall’alto stanno scaricando su tutti/e noi. NO TAV NO DEBITO sta diventando senso comune nel movimento e oltre, e può divenire l’anello di un’azione più ampia con cui portare la lotta sul terreno dell’avversario, senza farsi rinchiudere nei limiti di uno scontro locale (per di più su un terreno militarizzato) e di tempi imposti da altri. Fin qui li abbiamo costretti a “recintarsi” a Chiomonte più che a recintare: non è una piena vittoria, non è certo una sconfitta. Sappiamo che continuando a resistere alla Maddalena dovremo anche fare “incursioni” creative e intelligenti a più ampio raggio per togliere il terreno da sotto i piedi a un’opera per cui non ci sono né soldi veri né consenso (e su cui sicuramente c’è molto più contrasto nei piani alti di quanto viene fuori).

In questo nuovo quadro il governo Monti-Napolitano – servo di due padroni, tra l’ossequio all’austerity europea e i salvataggi a senso unico delle banche di stampo obamiano – è il vettore dei diktat dei mercati. Si fa forte esclusivamente della paura che la gente ha del crack finanziario. A sua volta mostra sottotraccia un forte timore per le possibili reazioni sociali alle sue misure inique e oltretutto inutili per un’uscita vera dalla crisi (utili solo a farla pagare in basso) fatte di sacrifici a senso unico… in nome dello spread. Altro che “crescita” e “equità”.

Le prime reazioni a tutto ciò (forconi, tassisti, pastori, anti-equitalia), al di là delle evidenti differenze e contraddizioni, indicano esattamente il terreno che il movimento No Tav ha aperto: resistere per sopravvivere, per riprodursi come esseri umani e non come pedine dei mercati. La domanda che sempre più si pone è: come riprodurre la propria vita naturale e sociale quando i mercati la distruggono?

Ecco la possibilità di un raccordo, paziente e intelligente, tra il qui e l’altrove, tra il nostro da difendere e il comune da ricostruire. Le sempre nuove dimensioni via via scoperte dalla lotta No tav possono averci stupito e anche disorientato, ma fin qui non hanno mai fatto retrocedere il movimento. Anzi, lo hanno arricchito. È una lotta più profonda di quanto tutti noi avessimo pensato, è nostra e insieme di altri/e, è appunto comune. Per questo teniamo, a questo teniamo.

 

26 febbraio

Redazione di Infoaut.org

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