InfoAut
Immagine di copertina per il post

Stop Motion: i tempi interstiziali della rivolta a passo uno

di Wu Ming 5

Si esce dall’infausto tunnel appenninico alla luce, si apre la periferia di Bologna. Poiché Bologna è una piccola città, il tempo che separa dall’arrivo è poco. Prossimi alla vista, elementi di paesaggio urbano. Il generico dell’erba che cresce in mezzo alle crepe, tra i binari, la ghiaia, il bitume, tag e graffiti. Il generico: che significa il potente in sé. Poi lo sguardo si allarga, e dopo lo straniamento iniziale ecco i luoghi. Il taglio della linea ferroviaria li rende da un’altra prospettiva, riposano sulla terra con un senso di legittimità, naturalezza apparente, lontana dalla sensazione di chiusura o dai sentimenti di oppressione, dal teatro di fuga possibile che evocherebbero quando li si cammina per strada. Appaiono assorti, dimensione posta sul crocicchio tra inerziale, mera massa, architettura e piano urbanistico. Li si guarda dall’alto e li si attraversa veloci, a dispetto della stolidità, dell’idiozia dei materiali, del peso gravoso di case e strutture, o dell’apertura frequente di spazi dedicati al tempo parallelo del gioco – il basket, il calcio. Si stenta a credere che siano luoghi attraversati, segnati ciclicamente dal tempo radioso della rivolta: tutto appare sempre dato, e a dispetto dei segnali che indicano disfacimento o mutazione, tutto appare sotto il volto della fissità, della continuità, della lunga durata. Ogni volta che la scena si ripete – e l’arrivo, il ritorno, a dispetto o proprio per l’assenza di spettatori, è sempre una scena che presuppone maschera e azione- si ricompone una geografia affettiva, si nominano i luoghi e si associano a volti, eventi, si misura il trascorrere del tempo annotando quel che è cambiato, si fanno esercizi di retrospezione per richiamare alla memoria viaggi lontani, un’altra epoca del mondo. L’arco esistenziale che la mia esperienza copre è ormai abbastanza lungo da riconoscere di aver attraversato, se non vere e proprie epoche, quantomeno temperie distinte.

La mente può funzionare come una macchina da presa che registri un fotogramma all’anno, puntata sempre sullo stesso scenario.
All’inizio degli anni ’70 del secolo scorso l’area dove oggi si trova il parco Zanardi era posta al limite della città. Siamo nel territorio di Casalecchio di Reno, quartiere Croce, vicina a una delle aree calde della Bologna di strada di quegli anni, la Barca. La zona non aveva perso ancora del tutto i connotati di zona industriale: là sorgeva la fabbrica di biscotti Gamberini, svariate officine meccaniche, e, appena dietro alla porta del campetto da calcio prossimo al canale della Chiusa, la mole di uno stabilimento grigio-rossastro. La facciata incombeva, il rumore di una grossa ventola d’areazione, continuo, suonava prossimo al silenzio.
Si trattava invece di un rumore industriale, tutt’altro che sommesso.

Se si ponesse la macchina da presa al centro del parco nel 1973, e, quattro fotogrammi l’anno, uno per stagione, si facesse scorrere in avanti la sequenza, vedremmo la contrazione dell’area del campo da calcio, lo spianamento, la successiva espansione, il montaggio delle porte, delle reti, gli alberi che vengono piantati e crescono nel prato a monte, lo scavo di canaletti attorno al campo, eccetera. Potrebbero apparire come movimenti di un organismo dalla vita ampia, dal metabolismo lento, variabili dell’avvicendarsi delle stagioni. E i mutamenti dietro la porta del campetto: la fabbrica che chiude e viene smantellata dopo una breve rovina, e l’area che viene poi edificata, i bassi casamenti bolognesi con giardino, potrebbero non apparire forse come il dato, il segno dell’attività dell’uomo. La scomparsa delle fabbriche, la trasformazione dell’area in zona residenziale, l’esilio del rumore e dei gesti, dei ritmi diretti della produzione, i mutamenti sociali sopravvenuti nelle vie vicine, l’arrivo degli immigrati, la scomparsa dei ragazzi, la vecchiezza degli italiani (qualsiasi cosa questo termine significhi): cose che nello spettacolo proiettivo verrebbero elise, a favore di una ambigua resa del cambiamento come dinamica naturale, germinativa, terrena.

L’ordinata periferia bolognese nasconde (o svela) sezioni archeologiche, tarkowskiane, la tendenza dell’erba a rompere cemento e mattoni, l’ombra di muri industriali dismessi, a volte umidi di muschio, l’aprirsi inaspettato di salici lungo i canali, di acacie, di alberi che per la maggior parte degli inurbati costituiscono l’indistinto vegetale che sfugge a caratterizzazione e denominazione. Bologna fu piegata dall’immaginazione di almeno due generazioni ad assomigliare alla Londra del punk rock, alla Berlino delle occupazioni, alla New York dei ritmi frenetici e dei fumetti della Marvel, nei tempi in cui una parte degli spettacoli offerti ai bambini erano serie televisive dell’est europeo, provenienti dal mondo parallelo e familiare del socialismo reale, di cui noi bolognesi vivevamo una peculiare declinazione. La periferia è il luogo in cui si impara che il disagio può indossare una maschera, divenire teatro, rendersi consapevole, e a partire dall’esclusione, dall’abitare i margini, è possibile alzare una visione della vita e del mondo che non disconosce il conflitto. Qui ci si dovrebbe interrogare sul rapporto tra maschera e reale: come in una contemporanea commedia dell’arte, le maschere del disagio, sottoculturali, delinquenziali, politiche, con tutti i gradi di commistione, sarebbero forse l’unico modo in cui il reale può mostrarsi, stagliarsi sullo scenario di buche, crepe, binari morti, canali putridi e in qualche modo renderlo intelligibile.

Filopat e Patafil era il nome di una serie a pupazzi animati di provenienza tedesca. Tedesca della DDR, si intende. E’ una serie degli anni ’60, ma costituiva un punto fermo nei palinsesti per bambini negli anni ’70 italiani. Nel mondo classico di fine XX secolo, prima della caduta del muro, serie televisive per l’infanzia concepite oltrecortina coloravano in modo deciso l’ambiente emotivo in cui si formavano le nuove generazioni: Sabbiolino (DDR), Gustavo e La famiglia Mezil (Ungheria), Il Professor Baltazar (Jugoslavia)… L’esistenza di un altro sistema sul pianeta determinava una serie di soglie e di linee di confine spesso retoricamente irte di cavalli di frisia, recinzioni elettriche e filo spinato e invece del tutto permeabili. Negli stessi anni, i giovani dei paesi del socialismo reale trovavano una via socialista al rock, forse anche alla cultura psichedelica. Noi, nei nostri caseggiati popolari, seguivamo le avventure di due personaggi di fil di ferro, le teste di sughero, calati in avventure della dimensione di una stanza, alla prese con oggetti di cancelleria, tubi dell’acqua, scatole di cerini, rocchetti di filo. I ritmi erano dilatati. I pupazzi si muovevano a passo uno: i movimenti erano membra aggiustate, piegate a mano e poi ripresi un fotogramma alla volta. Il linguaggio ideologico rivolto al ghetto altrettanto ideologico dell’universo infantile in questo caso doveva più di uno spunto alle avanguardie storiche, sia dal punto di vista della costruzione di mondo sia della definizione, tutta grafica, dei personaggi. Noi eravamo bambini esposti alle avanguardie.

 

 

Filopat e Patafil si muovevano, passo dopo passo, con una strana scioltezza. Tra i movimenti coglievi la fissità, l’artificio solo dopo un’osservazione attenta. L’antropomorfizzazione era ridotta al minimo. Non si trattava di esseri nel tuo stesso tempo, ma questo non era chiaro a tutti, subito. Il tempo degli esseri di fil di ferro era il passo uno. Forse erano davvero vivi solo nelle pause, nell’inavvertito.

La quantità di lavoro puramente umano contenuto in una storia di questo tipo, e la sua qualità, era notevole. Oggi i mezzi tecnici a disposizione della specie consentono un passaggio velocissimo dall’immagine mentale di chi crea al movimento filmico, all’azione scenica. Allora non era così. La mano costruiva intelligenza, e Filopat e Patafil diventavano soggetti. Lo sforzo era ambiguo: un automa passivo (quasi una contraddizione in termini) che un uomo fa agire provava ad articolare movimenti umani.

Negli stessi anni in cui si fruivano quelle storie, la musica attorno incominciava a mutare. Nelle periferie industriali alcuni si interrogavano sulla natura e sui limiti dell’umano, esattamente come i creatori di Filopat e Patafil, ma il mezzo che si sceglieva era una musica fatta di cascami culturali, pezzi di fil di ferro e teste di sughero sonore, una variante di quella che pochi anni prima era stata definita “musica per punk in giro in macchina per cercare un altro fast food”. Rock ‘n roll supportato da una filosofia e un’estetica problematiche. La musica-per-adolescenti brandita come questione centrale, vita o morte. Ad Akron, nell’Ohio, i Devo tengono il primo concerto nel 1973. Anche la loro musica è una riflessione sui confini e sulla natura dell’umano. La loro risposta, provocatoria, è che l’uomo post-industriale è un organismo biopsichico in de-evoluzione, segnato dalla contiguità e dall’innesto con l’artificiale, il meccanico, il numerico. Non stupisce che il luogo di origine di quell’esperienza sia intrinsecamente e direttamente politico, e veda il gesto tipico del potere, la repressione violenta, come terreno di coltura.

Il 4 maggio 1970, alla Kent State University, la guardia nazionale dell’Ohio uccide quattro studenti e ne ferisce altri nove, uno dei quali rimarrà sulla sedia a rotelle. I soldati-sbirri-guardiani sparano 67 raffiche nel giro di 13 secondi. Una dimostrazione di efficienza meccanica che servirà da pietra di paragone. Alcuni degli studenti colpiti protestano contro l’invasione americana della Cambogia, che il presidente Nixon aveva annunciato in TV pochi giorni prima. Altri, semplicemente, passano di lì. La tradizione americana del massacro nel campus ha origine istituzionale, militare, statale. Nella discografia dei Devo c’è almeno un pezzo che si riferisce direttamente all’evento: Ohio, appunto, rilettura di una canzone di Neil Young. Gli ideologi della band, Gerald Casale e Bob Lewis, teorici della de-evoluzione, sono studenti della Kent State.

Forse è per questo che non c’è un singolo istante di autoironia nella vicenda dei Devo. Possono risultare grotteschi, buffi, ma la loro disciplina è ferrea, i segni che formano la loro costellazione vibrano netti, precisi. Attraverso il loro impegno senza scopo, le loro meccaniche stolide, ripetitive, rivelano il doppio osceno della società americana, la fondamentale idiozia, la ferocia, lo scoprire i canini, il lato direttamente scimmiesco del così detto vivere civile. La loro è dis-funzione promossa a macchina da guerra, una sorta di rivendicazione vuota. Chi imbraccia gli strumenti in quegli anni lo fa del resto con un’attitudine precisa. In modo allegorico, nemmeno simbolico, gli strumenti sono armi.

La quantità di lavoro impiegata per suonare meccanici, innaturali, deve essere stata altissima, così come dare l’illusione della fluidità a pupazzi in fil di ferro. I Devo erano capaci di una musica riconoscibile come rock‘n’roll, ma eseguita da meccanismi a orologeria. La loro perizia era sbalorditiva. Nei momenti migliori, il loro era rock‘n’roll a passo uno.

Filopat e Patafil, e tanti altri personaggi di creta, di carta, linee, grafismi antropomorfi o zoomorfi di quel periodo, vivevano un’esistenza inerte nell’intervallo tra i fotogrammi. L’azione era apertamente una simulazione. Soggetti manovrati, in cui ogni movimento dipendeva da un intervento diretto, manuale e invisibile. Dita umane piegavano materiali. Corpi irretiti, predefiniti, letteralmente manipolati per assumere configurazioni svariate, gambe e braccia adattati man mano a quotidiane strategie. In realtà, quello che noi vedevamo erano sequenze di fissità, inerzie elastiche. Corpi di fil di ferro e teste di sughero, Filopat e Patafil non costituivano che lo scarto inerte di un movimento. Appena rilevati sull’indistinto domestico dei materiali, era la loro passività a rendere possibile l’azione.

Il clima emotivo di molte serie dell’est era straniante. Qui non ci si comportava come una famiglia americana media, la cifra di ogni operazione dai Flintstones ai Jetsons (i Flinstones sono cavernicoli che girano in automobile e giocano a bowling. I Jetsons vivono nel “futuro”, cioè una strana estensione dei Sixties americani). I Devo, anche loro in fondo si comportano come una famiglia americana. Non idealizzata, ma reale. Segnata dalla fatica del vivere ad Akron, Ohio, capitale della gomma. Radiazioni, esalazioni, psicofarmaci. Strane avventure apodittiche, che spesso avevano in sé la tendenza alla deriva, al vagabondaggio. In fondo, e paradossalmente, a Filopat e Patafil bastava muoversi. La loro originaria avventura era direttamente un movimento. Per questo, in fondo, gli esseri con la testa di sughero, tonda, priva di capelli, le scarpe nere, anch’esse tondeggianti, troppo grosse, avevano in se qualcosa di losco. Lombroso annota, tra le caratteristiche dell’uomo delinquente, la tendenza a muoversi troppo – il vagabondaggio – e la tendenza a muoversi troppo poco. La natura eterodiretta del movimento dei pupazzi, la loro materia inerte, invisibile come tale, copriva tutto l’arco lombrosiano del movimento delinquenziale. A volte era possibile vedere quegli esseri di fil di ferro fumare voluttuosamente.

1/2 – continua

 

Fonte: http://www.wumingfoundation.com

Ti è piaciuto questo articolo? Infoaut è un network indipendente che si basa sul lavoro volontario e militante di molte persone. Puoi darci una mano diffondendo i nostri articoli, approfondimenti e reportage ad un pubblico il più vasto possibile e supportarci iscrivendoti al nostro canale telegram, o seguendo le nostre pagine social di facebook, instagram e youtube.

pubblicato il in Approfondimentidi redazioneTag correlati:

Articoli correlati

Immagine di copertina per il post
Antifascismo & Nuove Destre

Genova: in ogni caso nessun rimorso.

Si è svolto ieri il corteo lanciato da diverse realtà genovesi e non per i 25 anni dell’omicidio di Carlo Giuliani.

Immagine di copertina per il post
Crisi Climatica

25 luglio: in marcia verso i cantieri della devastazione

Quindici anni fa, il potere politico ed economico decise di trasformare la Val di Susa in una zona di sacrificio e in un laboratorio di militarizzazione per imporre un’opera già rifiutata dall’intera comunità nel 2005.

Immagine di copertina per il post
Divise & Potere

E’ stato ucciso Abderrahim Fakir dalla polizia a Bologna

L’omicidio di Abderrahim Fakir a Bologna per mano della polizia sotto gli occhi di operatori sanitari immobili è una dura immagine che restituisce quanto la vita delle persone abbia sempre meno valore per un sistema come quello in cui viviamo.

Immagine di copertina per il post
Confluenza

Carta per la transizione popolare e un’energia autonoma dagli interessi delle grandi industrie

Durante il weekend di iniziative a difesa dell’Appennino è stata prodotta una carta a partire dal confronto tra i vari comitati presenti. La trovate di seguito con l’invito a diffonderla e stamparla!

Immagine di copertina per il post
Crisi Climatica

Seconda giornata del weekend di lotta No Tav: confronto, socialità e preparativi per l’Alta Felicità

Prosegue il Campeggio di Lotta No Tav al presidio di Venaus. Dopo la prima giornata, aperta dall’inaugurazione del nuovo sito di notav.info dall’iniziativa di lotta a San Didero, il secondo giorno è stato dedicato al confronto politico, alla socialità e alla presenza nei luoghi della resistenza.

Immagine di copertina per il post
Editoriali

Genova, venticinque anni dopo: brucia ancora

Venticinque anni sono un’infinità di tempo, sono un quarto di secolo, eppure non cancellano nulla. Genova 2001 non è una data semplice da commemorare: è una posta politica ancora aperta, e va trattata come tale.

Immagine di copertina per il post
Approfondimenti

Genova 2001. Una storia del presente

Riproponiamo questo lungo testo di Emilio Quadrelli, compagno che ci ha lasciati nel 2024 e che con le sue parole ha accompagnato riflessioni preziose per una prospettiva antagonista. A 25 anni da Genova ci aiuta a ricordarci il significato e il carico di quel momento che fu, con tutte le sue contraddizioni, un momento di rottura.

Immagine di copertina per il post
Crisi Climatica

1° giorno di Campeggio di lotta: da Venaus a San Didero

Si è concluso ieri sera il primo giorno del Campeggio di Lotta No Tav, appuntamento estivo che ogni anno anima la Valle e desta sempre grande preoccupazione per la controparte.

Immagine di copertina per il post
Editoriali

C’hanno insegnato la meraviglia verso la gente che ruba il pane

Rincorrere, sparare a freddo a due uomini è giustiziare. Rincarare la dose con una terza persona già a terra, non è farsi giustizia da soli ma essere spietati assassini.

Immagine di copertina per il post
La Fabbrica della Guerra

Porto di Livorno, nodo nevralgico della filiera militare

Il porto di Livorno rappresenta uno snodo logistico importante per tutto il Mar Mediterraneo. E’ uno dei cinque principali porti italiani sia in termini di traffico di merci varie, sia in termini di TEU, sia in termini di traffico passeggeri.

Immagine di copertina per il post
Approfondimenti

Faida: alcune tesi sulla crisi (definitiva?) della Lega-Parte 2

In una minuscola frazione dell’Aspromonte un giovane sulla trentina viaggia a dieci km orari a bordo del suo Jimny scalcagnato. Sono le 22, l’aria gelata dell’inverno sta sferzando le cime degli ulivi. I finestrini dell’auto sono appannati. Lui non deve andare da nessuna parte, non deve raggiungere parenti o amici: molti di loro si sono trasferiti in città, altri sono al Nord, forse torneranno per le ferie di Natale. Una grande cappa di solitudine lo avvolge, lo opprime. Si chiede, quando è solo, sempre più solo, se il resto del mondo sappia cosa vuol dire vivere così, abitare in un paese morente senza la possibilità, l’intenzione o la forza di andarsene.

Immagine di copertina per il post
Approfondimenti

Qualcosa di nuovo sul fronte orientale

Negli ultimi anni, l’Armenia e più in generale i Paesi del Caucaso stanno emergendo come nuovi attori cruciali nel processo di ristrutturazione del capitalismo digitale nato dal boom della Silicon Valley. Mentre Stati Uniti, Israele e Unione Europea costruiscono i presupposti per future capitalizzazioni e posizionamenti strategici nell’area, Russia e Iran  – per ora – prendono nota.

Immagine di copertina per il post
Approfondimenti

Faida. Alcune tesi sulla crisi (definitiva?) della Lega – Parte 1

Faida è una delle parole germaniche che è sopravvissuta nell’italiano odierno. La sua sopravvivenza è dovuta probabilmente al fatto che per lungo tempo ha rappresentato un istituto giuridico preciso nelle culture germaniche. Infatti, mentre noi usiamo comunemente faida come la definizione di uno scontro brutale e prolungato tra due gruppi di persone (si pensi alle “faide familiari”, o quelle tra le cosche mafiose), il suo significato originale indica il diritto, per un privato, di ottenere soddisfazione per un torto subito ricorrendo all’uso della forza. Una sorta di “giustizia privata”.

Immagine di copertina per il post
Approfondimenti

Astroturfing: accelerare la fascistizzazione delle classi popolari in Gran Bretagna

L’astroturfing è una pratica di comunicazione strategica, che mette tra parentesi i reali promotori e finanziatori di un messaggio o di un’organizzazione, strutturandola in modo che appaia come un movimento spontaneo, autentico e nato dal basso, ovvero di natura grassroots. Il termine evoca l’erba sintetica AstroTurf in contrapposizione al manto erboso naturale, evidenziando la fabbricazione del consenso popolare.

Immagine di copertina per il post
Approfondimenti

L’Intelligenza Artificiale come «Macchina», «Iperindustrializzazione» e «Combinazione Attiva» alla luce della teoria della mercificazione dell’esperienza di Romano Alquati – di Emiliana Armano

l presente articolo propone una rilettura critica dello sviluppo dell’Intelligenza Artificiale attraverso alcune categorie analitiche elaborate da Romano Alquati (1935-2010), sociologo e intellettuale italiano tra i più originali del secondo Novecento. Alquati si autodefiniva «marxiano» — e non marxista — per distinguersi dai marxismi ortodossi e per indicare un rapporto diretto, critico e non canonizzato con l’opera di Marx: i suoi strumenti concettuali non vanno intesi come dottrina, ma come dispositivi analitici aperti, da ripensare continuamente alla luce delle trasformazioni del capitalismo.

Immagine di copertina per il post
Approfondimenti

“Per coloro che soddisfano le condizioni”, Una nuova pagina della mai realizzata abolizione dell’hukou

Traduciamo di seguito un articolo di Eli Friedman pubblicato sulla rivista Positions Politics nel giugno 2026. Il testo prende spunto dalla nuova direttiva del Consiglio di Stato cinese sui servizi pubblici nel luogo di residenza per interrogarsi su una questione che ritorna ciclicamente nel dibattito sulla Cina contemporanea: il sistema dell’hukou sta davvero per essere […]

Immagine di copertina per il post
Approfondimenti

Dalla discarica al clic

Il 1 maggio 2026 i principali sindacati italiani si sono dati appuntamento a Marghera.

Immagine di copertina per il post
Approfondimenti

Intelligenza artificiale e guerra

Proponiamo i due approfondimenti realizzati dalla trasmissione universitaria I Saperi Maledetti in onda gli ultimi due lunedì del mese sulle libere frequenze di Radio Blackout.