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Una nuova situazione politica in America Latina: che cosa sta per accadere?


Buona lettura

 

Di Claudio Katz
3 gennaio 2016
Claudio Katz intervistato da La Llamrada

 

“Il Venezuela definisce il futuro del ciclo progressista”

– Nella sua opera sull’America Latina lei Parla della dualità che ha caratterizzato il secolo scorso. Che cos’è esattamente quella dualità?
Claudio Katz: Secondo me, il cosiddetto ciclo progressista dello scorso decennio, è stato un processo risultante da ribellioni popolari parzialmente riuscite (Argentina, Bolivia, Venezuela, Ecuador) che hanno alterato le relazioni di forza nella regione. Ci hanno permesso di trarre vantaggio dei prezzi più alti delle materie prime e del reddito in dollari in un modo che differiva considerevolmente da quello che prevaleva in altri periodi. Durante questo intervallo, schemi neo-evolutivi di politica economica e distribuzionisti esistevano insieme al modello neoliberale. Politicamente, ai governi di destra, si sono aggiunti ora governi di centro-sinistra e radicali. E’ stato un periodo in cui la capacità dell’imperialismo per l’azione era gravemente circoscritta, con il ritiro dell’OAS (Organizzazione degli Stati Americani) e il riconoscimento di Cuba. Davide finalmente ha sconfitto Golia e gli Stati Uniti hanno dovuto accettare quella sconfitta.
E’ stato anche un secolo in cui non ci fu alcun adeguamento di stile greco, praticamente in nessun paese latino-americano. E ci furono importanti vittorie democratiche. E’ molto esemplificativo paragonare il Sudamerica con l’America Centrale. Il livello attuale di aggressione in Messico, Honduras e Guatemala, contrasta con le libertà pubbliche conquistate in Argentina, Bolivia o Brasile: una chiara indicazione dello scopo di questo cambiamento. E il Chavismo ha salvato il progetto socialista. Per tutte queste ragioni il Sudamerica è diventato un punto di riferimento per tutti i movimenti sociali nel mondo intero.
In un mio recente articolo, ho fatto notare una “dualità in America Latina” perché questo cambiamento nel ciclo politico e nelle relazioni di forza, coesistevano con un consolidamento dell’accumulazione estrattivista che ha le radici nell’esportazione di materie prime elementari e con l’inserimento dell’America Latina nella divisione internazionale del lavoro come fornitore di prodotti di base. Questa situazione è naturale per un governo neo-liberale – forma parte della sua strategia. Ma per i governi progressisti di centro-sinistra, c’è una tensione per quella struttura; per i governi radicali, distribuzionisti, c’è un conflitto di enormi proporzioni.
Ci sono quindi state ribellioni riuscite che hanno avuto come risultato governi diversi, alcuni anti-liberali, ma si prodotta una situazione che presto o tardi doveva scomparire, dal momento che non potevano coesistere con il modello estrattivista e con il rafforzamento della tradizionale configurazione economica dipendente dell’America Latina. Ciò che è cominciato a emergere in mesi recenti è quella contraddizione. E questo è il motivo per cui la restaurazione conservatrice è iniziata e insieme a questa il dibattito sulla fine del ciclo progressista. Alla fine dell’anno siamo di fronte a due eventi di importanza cruciale.
Primo, il trionfo di Macri che è importante perché è il primo esempio del ritorno
della destra alla presidenza. Cominciando con i cacerolazos (le dimostrazioni di piazza durante le quali la gente percuote pentole e padelle), la Destra ha costruito il suo potere politico, ha sconfitto il Peronismo e ha formato un governo di “CEOcrazia” (potere dei CEO- Chief Executive Officer – Amministratori Delegati) per un paese ora governato dai “suoi propri possessori,” un governo che viene fuori direttamente dalla classe capitalista.
Il secondo avvenimento è più parziale, ma più significativo. In Venezuela la Destra ha ottenuto non il governo, ma il parlamento in condizioni di una brutale guerra economica, di terrorismo dei media, di caos economico prodotto dai reazionari. E il Venezuela è il simbolo più completo dei processi radicali all’interno del ciclo progressista.

Quale è la situazione, in questo nuovo scenario continentale, dei paesi che, lungi dalla dualità, hanno mantenuto non soltanto il modello economico, ma anche le politiche neo-liberali?
Uno dei più importanti vuoti dell’informazione in tutto questo periodo, è stato causato dall’occultamento di ciò che sta accedendo nei paesi governati dal neoliberalismo. Si potrebbe avere l’impressione che tutto lì vada meravigliosamente e che gli unici problemi in America Latina siano in altre nazioni. Di fatto, però, questa è una monumentale distorsione dei media. Basta guardare la situazione in Messico, un paese che ha livelli estremamente alti di criminalità, distruzione del tessuto sociale, ed enormi regioni piene di traffico di droga. Oppure si deve guardare la situazione nei paesi centro-americani decimati dall’emigrazione e dal dominio del crimine, con presidenti come quello del Guatemala che sono stati rimossi dall’incarico per scandali legati alla corruzione. Oppure si può considerare il modello economico cileno che è in una situazione alquanto critica, con una crescita significativamente ridotta e ora la comparsa della corruzione in un paese che ha sempre ostentato la sua trasparenza.
L’indebitamento delle famiglie, l’insicurezza del posto di lavoro, l’ineguaglianza e la privatizzazione dell’istruzione hanno cominciato a emergere. E il governo della Bachelet è paralizzato. Quelle riforme per le pensioni e l’istruzione che questo pensava di attuare, sono ora rimandate.
Guardando l’universo neo-liberale, vediamo anche il solo caso di insolvenza dei debiti di tutto questo periodo, a Portorico, un paese che di fatto è una colonia nordamericana che ha subito la decapitalizzazione, il saccheggio delle sue risorse, la disintegrazione del suo tessuto sociale. Per un certo tempo questo è stato compensato da finanziamenti pubblici, ma ora questo sostegno è finito e il paese ha dichiarato fallimento.

Quindi nei paesi dove le rendite delle materie prime di questo super ciclo non sono state ridistribuite, la situazione sociale, politica ed economica è molto grave. Nessuno, però, ne parla.
In questa nuovo scenario che si è aperto, che cosa pensa che accadrà nei paesi di nuovo sviluppo come Argentina e Brasile? La restaurazione in quei paesi tenderà a riconfigurare i “blocchi,” integrandoli con il blocco apertamente neoliberale?
In questo caso possiamo essere molto categorici nel nostro bilancio di che cosa è accaduto e molto cauti su ciò che avverrà. Separerei le cose, per differenziare ciò che sappiamo da ciò che possiamo immaginare. Chiaramente, in Argentina e in Brasile il cambiamento in corso è il risultato di un esaurimento del modello economico neo-evolutivo. Non è la sola causa e non sono sicuro che possa essere attribuito a questo un impatto maggiore che ad altri fattori, ma è il contesto del problema.
In entrambi i paesi ci fu un tentativo di usare una parte della rendita creata dall’aumento dei prezzi delle materie prime allo scopo di migliorare l’industria e di tentare di costruire un modello basato sul consumo. Dato, però, che stiamo operando nell’ambito del sistema capitalista, questo tipo di processo ha limiti molto stretti, perché quello che funziona all’inizio, in seguito si esaurisce quando viene influenzata la redditività capitalista. La teoria dell’economia del gocciolamento all’insù non funziona.

E’ un’illusione dell’etedorossia keynesina supporre che con un semplice aumento della domanda cominci un circolo vizioso. Succede il contrario. A un certo punto quei governi incontrano un limite e poi comincia il classico processo di fuga dei capitali e di pressione sui tassi di cambio – cosa che è avvenuta in entrambi i casi.
Credo che ci sia un esaurimento economico, ma c’è stato anche un importante deterioramento politico sia in Brasile che in Argentina. Quella erosione fu determinata in entrambi i casi dalla comparsa di scontento sociale che nessuno dei due governi era disposto a canalizzare soddisfacendo le richieste. Questo era il clima in cui era situata l’ascesa di Macri e l’espansione della base sociale della Destra brasiliana.
Il bilancio è chiaro, ma non è chiaro quello che succederà. La grande prova sarà il governo di Macri. Non possiamo ancora valutarlo. E’ un classico governo di destra con tutte le caratteristiche reazionarie di un governo di destra che però opera in un contesto di grande combattività. C’è quindi una contraddizione tra quello che vuole fare e quello che può fare.

Ritornando al Venezuela, in una conferenza che lei ha tenuto, sollevò un’idea che pensiamo sia importante, notando la futilità di applicare sempre e dovunque il cliché che “ciò che non avanza retrocede,” “ciò che non si radicalizza, torna indietro.” Esprimendolo in termini concreti, ricordiamo la raccomandazione di Fidel ad Allende dopo il Tancazo:* “Questa è la tua Playa Girón.”

 

– Quali prospettive – non astratte – lei vede per la radicalizzazione in Venezuela? Quali misure si dovrebbero prendere in quella direzione?
Si sono sentite ripetutamente queste frasi, ma molti di coloro che le usano si dimenticano di applicarle quando è necessario farlo, specialmente oggi in Venezuela dove vengono definiti il ciclo progressista e il futuro. E stato il processo principale e il suo risultato determinerà il contesto dell’intera regione.
E’ ovvio che l’imperialismo ha deciso di ottenere qualcosa dal Venezuela. Gli Stati Uniti riconoscono Cuba e hanno rapporti amichevoli con molti governi, ma non con il Venezuela dove impongono la diminuzione dei prezzi del petrolio, aiutano le organizzazioni paramilitari, finanziano le ONG cospiratorie, operano militarmente. Ha messo in atto strategie di destituzione che già preparate da un po’ di tempo. Le elezioni si sono svolte in questo contesto di guerra economica e alla fine la Destra ha ottenuto la vittoria. Per la prima volta ha avuto la maggioranza e mira ora a indire un referendum per revocare il mandato al Presidente Maduro.
La Destra cercherà di percorrere due strade, quella di Capriles e quella di López. Quest’ultimo promuove un ritorno alle guarimbas, cioè le tecniche di guerriglia nelle strade, mentre Capriles è a favore di una guerra di logoramento contro Maduro. Ed è molto esemplificativo che in Argentina Macri all’inizio ha proposto un assalto con al copertura di “clausola democratica” sebbene in seguito ha optato per rimandarla. Macri fa l’equilibrista tra le due strategie (notate, però, che Lilian Tintori, moglie di López. era presente alla sua vittoria nelle elezioni). Seguirà il tono dominante. López da una parte e Capriles dall’altra, dato che i due si completano a vicenda, e Macri è uno di quelli che orchestra quella cospirazione a livello internazionale.
Ora c’è una forte pressione affinché Maduro sia d’accordo a negoziare, il che lo lascerebbe sopraffatto senza la capacità di fare nulla. Può però anche reagire e adottare la famosa frase: un processo che non si radicalizza, regredirà. Può dare inizio a un contro golpe. Si sta avvicinando un grosso conflitto perché il parlamento con la leadership della destra domanderà poteri che il presidente non è pronto a concedere.
Il parlamento voterà l’amnistia per López, e l’esecutivo porrà il veto. L’esecutivo emetterà una legge contro l’accaparramento e il parlamento non l’accetterà. O governa l’esecutivo o governa il parlamento: uno scontro di poteri molto tipico.
In quel senso, dato che ci vuole un anno per preparare un referendum revocatorio – devono raccogliere le firme, devono essere riconosciute ufficialmente, devono indire il referendum e vincerlo, – questo causerà un importante conflitto. E qui sta il dilemma. C’è un settore conservatore, sociale, democratico o invischiato nella corruzione, all’interno del Chavismo che non ha alcuna voglia di fare nulla in risposta a quel dilemma per mezzo di una radicalizzazione del processo.
Quel settore ostacola la reazione contro l’aggressione dell’Impero. E’ ovvio che l’imperialismo sta conducendo una guerra economica al Venezuela, ma il problema è che Maduro non è riuscito a sconfiggere quegli attacchi. Il problema è che il Venezuela è un paese che continua a ricevere dollari tramite compagnia petrolifera PDVSA (Petroleos de Venezuela S.A.), e quei dollari sono consegnati a settori della burocrazia corrotta e ai capitalisti che operano la bicicletta finanziaria che rovina l’economia del Venezuela. Quei dollari trovano il modo di arrivare in Colombia di contrabbando, di creare degli ammanchi di scorte, di fare speculazione sui tassi di cambio, mentre la nazione vive facendo le file e con nell’irritazione generale. Il Venezuela è ora carico del peso un considerevole debito pubblico. Non ha dollari sufficienti a pagare tutte le importazioni e, contemporaneamente, a pagare il debito.
In questa situazione i settori social-democratici e conservatori del governo si limitano a lamentarsi “della terribile situazione imposta dall’imperialismo,” senza fare intraprendere un’azione efficace per impedire quella aggressione.
E questa condotta ha delle conseguenze, perché aumenta la demoralizzazione. La Destra è stata vittoriosa non tanto perché ha sottratto voti al Chavismo, ma perché la gente non è andata a votare. Era accaduto prima. E’ una forma di protesta in cui si impegnano alcuni venezuelani. E molto più problematica, più grave, è l’atteggiamento dei leader che dicono addio al Chavismo oppure ritornano alla vita privata. O non esprimono alcuna opinione, o si limitano a criticare il governo, invece di proporre misure radicali contro la Destra. Questo a sua volta viene accentuato dalla condotta del governo di evitare che le correnti di sinistra si sviluppino. Invece di incoraggiarle, invece di facilitare la loro azione, questo atteggiamento limita le loro possibilità. E mantiene la struttura verticalista del PSUV (Partito Socialista Unito del Venezuela).
Questa quindi è la situazione. E, come dicono molti, questa volta è l’ultima occasione. Ora o mai. E questa occasione significa prendere decisioni in due aree molto precise. In campo economico: nazionalizzare le banche e il commercio estero, e usare questi due strumenti per definire un’altra forma di usare i dollari. Ci sono molti bravi economisti che lo dicono da 10 anni. Hanno ideato programmi che spiegano in dettaglio come si fa. Non sono quindi misure sconosciute. E l’altro pilastro è politico. Per sostenere la radicalizzazione è necessario il potere comune. Il Venezuela ora ha una legislazione, una struttura, leggi che sono state adottate, che permettono di amministrare il paese con una nuova forma di organizzazione comune – dal basso e dall’alto, con poteri diversi, in cui la democrazia sia una realtà e il potere popolare non si limiti a essere in insieme di istituzioni difensive. E’ un’architettura decisiva per lottare con il parlamento della Destra. Se Maduro e la dirigenza venezuelana vogliono salvare il processo Bolivariano, questa è l’ora del potere comune. Vedremo. Quello che penso è che le carte sono sul tavolo e che si devono prendere delle decisioni.
E’ diventat per gli intellettuali, anche per gli attivisti, porre le loro speranze nel protagonismo dei governi che in quello delle organizzazioni di massa.

– Quale è la prospettiva che c ‘è in vista per le lotte sociali? Quale ruolo dovrebbero avere in queste l’anti-imperialismo e l’anti-capitalismo?
Credo che sia molto importante in qualsiasi discussione sul fatto che il ciclo progressista sia finito, guardare non soltanto al governo, ma anche a che cosa sta avvenendo in basso. Molti scrittori tendono a valutare un ciclo in base a chi esercita il potere esecutivo. Quello, però, è soltanto un elemento. Il ciclo si originò con la ribellione popolare e ciò che evidenzia i rapporti di forza sono le ribellioni popolari. Il processo nello scorso decennio era insolito perché, per mezzo di una parziale redistribuzione delle rendite delle risorse, molti governi hanno sviluppato reti di assisenzialismo e modelli di consumo che moderavano le lotte sociali. Questa è una delle spiegazioni del perché fin dal 2004 non abbiamo avuto più ribellioni.
C’è un cambiamento nel ciclo economico che rimetterà in agenda la lotta sociale e intanto si riprenderà il progetto di discussione della sinistra. Molto dipende da ciò che si svilupperà in Venezuela, cosa che è stato il riferimento politico nel periodo recente per la Sinistra significativa , nello stesso modo in cui la Rivoluzione cubana o il Sandinismo lo sono stati in altri tempi. I riferimenti per l’emancipazione sono continentali. Si verificano in un paese e diventano il punto centrale per tutti gli altri.
Il grosso problema strategico, però, sta nel fatto che molti teorici sono del parere che la Sinistra dovrebbe incentrare la sua attenzione sulla costruzione di un modello di capitalismo post-liberale. Questa idea blocca i processi di radicalizzazione. Ritiene che essere a Sinistra significhi essere post-liberale, che essere a Sinistra significa lavorare sodo per un capitalismo organizzato, umano e produttivo. Questa idea ha indebolito la Sinistra oramai da parecchi anni perché essere a sinistra significa combattere il capitalismo. Per me questo ‘l’ABC. Essere socialisti vuol dire combattere per un mondo comunista. A ogni stadio quell’orizzonte cambia e i parametri strategici vengono aggiornati, ma l’identità della Sinistra è alterata e il risultato è la frustrazione.
Costruire la Sinistra significa accettare l’idea di Chávez negli ultimi tempi. Un forte impegno in un progetto socialista legato alle tradizioni del marxismo latino-americano e della Rivoluzione cubana. Mi sembra che questa linea strategica di marcia sia stata distorta da forti illusioni circa l’opportunità di sostituire questo orizzonte tramite la convergenza, per esempio, con Papa Francesco. La supposizione è che dopo la morte di Chávez abbiamo bisogno di un altro punto di riferimento, e si pensa che questo possa essere Papa Francesco. Penso che sia un errore strategico. Non penso che la Dottrina Sociale della Chiesa sia la guida che dobbiamo adottare nella nostra battaglia contro il capitalismo. Quella dottrina era stata costruite come ideologia contro il comunismo, non contro il capitalismo. E Papa Francesco la sta riciclando adesso con l’intenzione di ricostruire l’influenza popolare di una chiesa latino-americana molto indebolita. Secondo me ci vuole gande ingenuità per supporre che questa ricostruzione favorirà una Sinistra che è situata al polo opposto del progetto del Vaticano. Penso che dovremmo sostenere i nostri ideali personali in questo momento chiave nella storia latino-americana.

 

Claudio Katz è un economista argentino. L’intervista originale, intitolata “América Latina: perpectives frente un nuievo escenario político – Entrevista a Claudio Katz,” è stata pubblicata da Hombre Nuevo il 20 dicembre 2015. Il testo inglese qui sopra è un adattamento della traduzione del 26 dicembre 2015 fatta da Richard Fidler.

1.Nota dell’editore del periodico La Llamarada: L’intervista si è svolta prima che venisse annunciata la convocazione del Parlamento delle Comuni.

www.znetitaly.org

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