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Il blocco dei licenziamenti non penalizza i giovani

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Qualche mese fa, prima dell’epidemia, si è scritto qui che i giornali italiani riportano spesso luoghi comuni e miti sul mondo del lavoro, sovente non supportati dai fatti. Questi luoghi comuni entrano così nel discorso politico e pubblico ed è quasi impossibile sfatarli successivamente.

Da qualche settimana viene ripetuta come un mantra l’idea che il blocco dei licenziamenti disposto dal legislatore italiano per far fronte all’epidemia di Covid-19 e alla crisi economica che ne sta scaturendo impedirebbe ai giovani di entrare nel mercato del lavoro e che, quindi, rimuovere il blocco li beneficerebbe.

Prima di occuparsi di questo, però, vale la pena dare alcune informazioni di contesto.

Il blocco dei licenziamenti per motivi economici, collettivi e individuali, è sicuramente una misura eccezionale. L’ultima volta che fu applicata fu subito dopo la seconda guerra mondiale. Non sfugge a nessuno, tuttavia, che la situazione attuale sia del tutto straordinaria e paragonabile alla fine del secondo conflitto mondiale, non solo in termini di perdite economiche ma anche di diffusione “simmetrica” delle stesse. Mai prima d’ora, da allora, una contrazione delle attività economiche è stata così seria e di così vasta scala a livello globale.

Il blocco dei licenziamenti ha quindi la funzione di evitare che una massa enorme di persone venga espulse dal posto di lavoro in breve tempo senza alcuna prospettiva concreta di ricollocazione. Al blocco si sono accompagnati ammortizzatori sociali, come la Cassa Integrazione, finanziati pubblicamente anche in deroga alle normative esistenti per evitare che il divieto di licenziare pesasse in maniera insostenibile sulle aziende in difficoltà. Nessuno, ovviamente, si illude che questa situazione possa protrarsi all’infinito, sia perché le risorse economiche per gli ammortizzatori non sono senza fondo sia per evitare di tenere in vita forzatamente aziende ormai decotte. Va però segnalato che gli ammortizzatori sociali in deroga non sono certo stati un’anomalia italiana, nel far fronte alla crisi provocata dall’epidemia. Moltissimi Paesi sviluppati hanno rafforzato o – come Regno Unito e Stati Uniti – introdotto da zero strumenti che garantissero il sostegno al reddito dei lavoratori e delle imprese per evitare che quest’ultime licenziassero. Non tutti questi sistemi hanno stabilito per legge blocchi dei licenziamenti, ma Paesi a noi simili come Francia e Spagna lo hanno fatto.

In Italia adesso si discute di un possibile “ritorno alla normalità”, con il ritiro degli ammortizzatori in deroga e la rimozione del blocco dei licenziamenti. Va innanzitutto detto, perché la notizia è passata praticamente inosservata nel dibattito diffuso, che il “blocco” è stato già fortemente ridotto, prevedendo diverse eccezioni al divieto temporaneo di licenziare (che si aggiungono a quelle mai sospese: i licenziamenti disciplinari sono rimasti possibili anche in piena epidemia). Gli esperti discutono della portata di queste eccezioni al divieto: come è stato osservato da altri, i legali delle imprese hanno cercato di far rientrare nelle eccezioni al blocco dei casi non previsti dal legislatore.

Si discute anche della fine degli ammortizzatori in deroga. Il presidente di Confindustria, Bonomi, sembrerebbe sostenere, in pratica, che gli ammortizzatori sociali in deroga stiano iniziando a drogare il mercato mantenendo in piedi posti di lavoro persi e ormai non riassorbibili. Non è possibile, però, una valutazione di questo genere dopo così pochi mesi dallo scoppio dell’epidemia e quando ancora sono completamente oscure l’effettiva portata della crisi e la sua ricaduta occupazionale. In Germania, dove in questi giorni le parti sociali e il governo discutono del futuro degli ammortizzatori sociali, il ministro del lavoro tedesco si è detto sin d’ora disponibile all’estensione di alcuni di essi fino al 2022 inoltrato. Sembra una previsione più realistica rispetto a immaginare un ritorno alla normalità nei prossimi pochi mesi. Altra cosa, ovviamente, è verificare ed eventualmente ripensare la funzione degli ammortizzatori stessi in vista di una riqualificazione dei beneficiari sulla base di seri programmi di formazione, come è stato condivisibilmente proposto. Anche qui, però, non si può sottovalutare come le ricadute occupazionali della crisi siano ancora del tutto ignote, così come lo sono molte delle professionalità e dei lavori che avranno un avvenire, passata la fase più acuta. Non è possibile avere risposte certe su un futuro di cui, come mai prima d’ora, ignoriamo i contorni.

In una situazione come questa in cui tutti temono, o comunque prevedono, licenziamenti di massa una volta rimosso totalmente il blocco rimane però totalmente incomprensibile come il questo blocco penalizzerebbe i giovani, impedendo loro di entrare nel mercato del lavoro. Sostenere che limitare i licenziamenti impedisca automaticamente di assumere nuovi lavoratori è uno di quei miti non supportati da evidenze empiriche cui già siamo abituati, riproporlo in vista di una contrazione di livello imprevedibile del Pil e di fronte al rischio concreto di licenziamenti di massa, però, è quasi surreale.

L’unica ragione plausibile di questa affermazione è pensare che si dovrebbe poter licenziare liberamente la manodopera esistente per rimpiazzarla con lavoratori più giovani e meno costosi, perché assunti con minore anzianità, maggiore formazione e contratti più precari rispetto ai lavoratori già in forza alle aziende, sperando anche di usufruire di generose decontribuzioni per i nuovi assunti, a cui le imprese italiane hanno spesso attinto negli ultimi anni.

Sostituire dipendenti più anziani con lavoratori giovani e meno pagati, insomma, è quanto davvero ostacolato dall’attuale blocco dei licenziamenti, considerato che l’ordinaria normativa italiana sui licenziamenti collettivi, in assenza di blocco, è molto più lasca dell’omologa di altri Paesi, come ad esempio Francia o Germania, dove il sindacato e la pubblica amministrazione vengono investiti dalla legge di poteri, anche di veto, molto più ampi rispetto agli omologhi italiani.

Insomma, dire che il blocco dei licenziamenti penalizza i giovani presuppone l’idea di espellere dal mercato del lavoro persone più anziane di più difficile ricollocazione per consentire alle imprese significativi risparmi di costo del lavoro. A sostenere le spese di tutto questo sarebbe evidentemente la collettività, che dovrebbe sobbarcarsi il costo di supportare il reddito e ricollocare i lavoratori licenziati e una ulteriore compressione della quota di reddito nazionale destinata ai salari, considerato che i giovani lavoratori sarebbero pagati meno dei “senior”.

Se è questo l’obiettivo sarebbe bene dirlo con chiarezza, per consentire un dibattito trasparente e informato su una questione essenziale per il futuro della società e del mercato del lavoro italiano e valutare apertamente i pro e i contro. Tentare di far passare un’enorme riduzione del costo del lavoro a beneficio delle imprese e a carico della collettività, usando “i giovani” come pretesto, non aiuta la discussione. Se si vorrà intraprendere questa strada è bene dire che le prime a beneficiarne saranno le imprese, mentre il resto della società dovrà far fronte a costi economici e sociali elevatissimi. Contrariamente al parere di chi scrive, si può anche sostenere che nel lungo termine potrebbe essere una buona strategia ma, per favore, non raccontiamoci che saranno i giovani a guadagnare dallo sblocco dei licenziamenti. A loro, come a tutti, dobbiamo sincerità, non specchietti per le allodole.

 

Valerio De Stefano, Antonio Aloisi per il Mulino

 

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