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Kasserine si immola. Esplode la rivolta in Tunisia

 

Questa cronaca è il miglior commento sui cinque anni di “transizione democratica” nel paese madre dei processi rivoluzionari esplosi in tutto il mondo nel 2011. In Tunisia successivamente alle grandi giornate della Prima e Seconda Casbah la reazione prese il volto dell’ipotesi demoislamista con la salita al potere del partito Ennnahdha e poi con l’affermazione di Nidha Tunis, in larga parte composto da figure proveniente dall’Rcd vecchio partito del regime di Ben Ali, affermando un lungo termidoro caratterizzato dal più completo disconoscimento delle istanze della rivoluzione tunisina e da possenti iniziative repressive contro le organizzazioni progressiste (con gli assassini politici di due grandi esponenti della sinistra di classe del paese) e il ritorno dello strapotere della polizia nelle città e nei quartieri, in questo caso orientata dalla morale islamista. Non a caso in queste ore di rivolta gli slogan sono gli stessi di cinque anni fa: si grida per il diritto al lavoro, alla dignità e alla giustizia sociale; e i protagonisti delle iniziative di piazza sono sempre i giovani e giovanissimi tunisini delle città più massacrate dalla povertà e dall’ingiustizia che già nel 2011 avevano dato prova di grande coraggio e forza scatenando in strada tutta la rabbia di intere generazioni umiliate dal regime di Ben Ali prima, e dal regime della “transizione democratica” tanto cara a UE, USA ed alleati. La maggior parte delle persone che stanno scendendo in piazza in questi giorni ripetono “che niente è cambiato” da quel fatale 2011, eppure ci viene da aggiungere che neanche la determinazione e la forza della piazza è da meno. Non è un caso che proprio a Kasserine si sia aperta questa nuova ondata di rivolta, in quella regione infatti si concentrano le più grandi contraddizioni della Tunisia morsa tra corruzione, povertà e ora alle prese anche con i simpatizzanti dell’esercito del Califfo. A pochi chilometri dalla città da mesi si sono asserragliati su un monte alcune bande filo-Isis che spesso hanno seminato terrore nei villaggi circostanti provocando contro di loro una decisa collera popolare scatenata anche per l’incapacità o la poca volontà dell’esercito di intervenire. Questa è in sintesi la miscela che ha provocato l’incendio ancora incorso e in evoluzione a partire da un territorio dove il tasso di disoccupazione è da record e dove una famiglia di quattro membri è costretta a vivere con massimo cento euro al mese. Impossibile dire oggi se i recenti eventi tunisini preludono ad una radicale messa in discussione del regime ma è certo che stiamo assistendo alla più grande rivolta dal 2011 che in questa occasione ha già segnato il corso della “transizione democratica”.

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