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La lotta dei facchini IKEA è la lotta di tutte e tutti!

Ogni giorno gli organi di stampa non mancano mai di raccontarci quanto politici, industriali ed editorialisti siano preoccupati della situazione di emergenza in cui versa il paese: disoccupazione al 13%, quella giovanile oltre il 40%, crollo dei redditi medio-bassi, perdita di potere d’acquisto delle famiglie… Situazioni drammatiche che obbligano a risposte urgenti che siano in grado di fronteggiarle: per la borghesia è in gioco il mantenimento della pace sociale e la tenuta dell’economia nazionale. Come?

Per cominciare con le due parti del cosiddetto “Jobs Act” che, almeno nelle dichiarazioni dello stesso Governo, rappresenta una delle prime misure volte a far fronte a tale emergenza e a “generare nuova occupazione”; questo, attraverso un aumento della flessibilità in entrata e, quindi, un utilizzo indiscriminato dei contratti a tempo determinato e dell’apprendistato, e una maggiore flessibilità in uscita, dunque licenziamenti più facili e misure che faciliteranno ai padroni la possibilità di sbarazzarsi dei propri dipendenti.

Dovremmo quindi adeguarci e considerare normale essere alla mercé di chi ci garantisce un luogo in cui essere sfruttati o ci consegna alla disoccupazione quando non gli serviamo più.

Per chi è costretto a lavorare per vivere la “soluzione” alla crisi non significa nient’altro che il suo imporsi permanente: se ricattabilità e miseria di chi paga maggiormente il prezzo della crisi sono ingiustificabili, queste diventano paradossalmente la giustificazione per eliminare le pur deboli protezioni di cui gode chi è ancora in qualche modo tutelato; e anche gli accordi sulla rappresentanza sindacale sottoscritti con le confederazioni mirano a eliminare ogni opposizione dei sindacati di base ad ogni peggioramento delle condizioni dei lavoratori. Con la retorica dei ‘garantiti’ privilegiati e dell’equità si equilibrano al ribasso le condizioni di tutti i lavoratori e le lavoratrici.

Competitività, una sempre più spietata guerra tra poveri costretti a scavalcarsi l’un l’altro per garantirsi le briciole elargite dai padroni, che grazie a questa politica avranno sempre più occasioni di investire e di sfruttare manodopera a basso costo. Produttività, lavorare di più e in meno anziché andare a una riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario, un salario medio garantito ai disoccupati, la riduzione degli anni di lavoro per andare in pensione con un salario adeguato al costo della vita ecc.

Le classi dirigenti vorrebbero che assistessimo impotenti a questo spettacolo. Al massimo dovremmo dirottare il nostro dissenso e la nostra indignazione verso il teatrino elettorale di una politica a sua volta “impotente”, con sempre crescenti vincoli economici, espressione degli interessi della classi dominanti a scala internazionale. Il potere di quei padroni e padroncini che hann tremato negli ultimi anni di fronte alle vigorose lotte dei lavoratori della Logistica. Un potere che diviene come una “tigre di carta” di fronte allo sviluppo della lotta di classe che lo mette in discussione, come è avvenuto di fronte alla lotta messa in campo dai facchini in questi ultimi anni.

 

Il ciclo virtuoso della logistica

Da oltre 6 anni, a partire dalla Bennet di Origgio e dal Mercato ortofrutticolo di Milano, si vanno sviluppando le lotte nei magazzini della logistica, con una grande partecipazione di facchini e corrieri e altre figure professionali; magazzini in cui vigeva (e nella gran parte vige ancora) un incredibile sfruttamento retto da un sistema di “subappalti” tramite cooperative, vero e proprio ‘caporalato’ che consente ai padroncini di organizzare il lavoro non applicando nemmeno i contratti nazionali, con poche tutele normative e contrattuali, con la turnazione degli orari di lavoro e la ripartizione delle ore lavorate – e quindi del salario – effettuata in maniera arbitraria e discriminatoria. Le cooperative, grazie alla copertura delle multinazionali committenti, ricorrono spesso al lavoro a chiamata ed arrivano a volte al vero e proprio furto delle ore di lavoro.

D’altronde quello della logistica è un settore strategico per il capitale, ed è fondamentale per il padronato spremere i lavoratori che ne fanno parte per risparmiare il più possibile sui costi: negli ultimi trent’anni, da quando le grandi aziende produttive hanno cominciato ad affidare a terzi la gestione dei magazzini e delle scorte, il mondo della logistica si è notevolmente espanso, coinvolgendo attualmente 450.000 lavoratori ufficialmente riconosciuti e fino a 700.000 reali.

L’esplosione del settore della logistica è uno dei pilastri su cui si è fondata la capacità del capitale di delocalizzare, di trasferire le attività produttive in ogni angolo del pianeta che consentisse le migliori condizioni di profittabilità, che per lo più significa manodopera a basso costo grazie anche alla complicità dei sindacati confederali e a regimi fiscali favorevoli. Paradossalmente, quindi, la mobilità del capitale si sostiene a sua volta su una forte rigidità: nel settore della logistica, in cui il ‘posizionamento’ è centrale, la geografia non scompare.

Così il sogno del capitale di sfruttarci dove vuole o ricattarci con la minaccia di licenziarci si è trasformato in un suo incubo: le lotte dei facchini (tre scioperi nazionali nell’ultimo anno e mezzo) abbracciano ormai quasi tutto il territorio nazionale (specialmente quello del centro-nord) grazie al lavoro di organizzazione del Si Cobas e dell’ADL Cobas, e al supporto delle assemblee e reti di sostegno militante alle lotte. Lo sviluppo del lavoro di massa sindacale e delle assemblee di sostegno, ma soprattutto lo straordinario protagonismo dei lavoratori attraverso gli scioperi, ha permesso così di conseguire importanti risultati concreti: contratti di secondo livello che impongono il pagamento al 100% dei giorni di malattia ed infortunio, ticket restaurant, aumento delle buste paga grazie al totale pagamento degli istituti e delle ore contrattuali, diminuzione dei carichi di lavoro, cessazione di ogni discriminazioni sul posto di lavoro, eliminazione dei caporali che nei magazzini hanno atteggiamenti antioperai.

Per il fatto di avere innescato un ciclo “virtuoso” e in espansione – in grado tra le altre cose di mettere in discussione il ricatto del permesso di soggiorno vincolato al contratto di lavoro che grava sulla maggior parte di questa manodopera per lo più straniera – queste lotte sono oggi bersaglio di una repressione scientifica e feroce da parte di tutti gli strumenti di cui il padronato dispone. Un caso paradigmatico è quello dell’Ikea di Piacenza: stampa locale, forze politiche parlamentari, sindacati confederali, sindaco e istituzioni, padroni delle cooperative, grandi multinazionali e forze dell’ordine hanno fatto “fronte comune” contro i facchini più attivi con contro-presidi di crumiri, allontanamenti e ritorsioni di ogni tipo.

Ma se loro fanno fronte comune i facchini non sono stati certo a guardare.

 

Il facchino paura non ne ha!

Già a metà ottobre 2012 i facchini delle cooperative del consorzio CGS che lavoravano per lo stabilimento Ikea di Piacenza entrarono in sciopero contro la miseria delle loro buste-paghe e per una più equa distribuzione dei carichi di lavoro: alcuni operai erano pagati 400€ al mese perché tenuti a riposo come misura discriminatoria, mentre altri arrivano ai 1200€ perché paradossalmente premiati con ore di lavoro straordinarie. Una lotta per il semplice rispetto del CCNL e dei più elementari diritti che vide sin da subito la ferrea opposizione di CGS ed IKEA, che decisero che nulla si potesse accordare ai lavoratori. E per piegarne la resistenza intrapresero azioni punitive contro alcuni di loro, tra sospensioni, minacce di trasferimenti e licenziamenti.

Seguirono mesi di lotta da parte dei lavoratori, che non si lasciarono intimidire, anzi riuscirono a coinvolgere e a trovare il sostegno di una rete di solidarietà che vide la partecipazione diretta di molti lavoratori del comparto logistico organizzati dal Si Cobas (Ikea, Tnt, Gls, Ortofin, Dhl) a stretto contatto con militanti venuti da Milano, Torino, Genova, Bologna, Piacenza e Brescia.

Messa alle strette, l’azienda minacciò addirittura di riposizionare i volumi e trasferire alcune commesse con conseguente licenziamento di più di cento lavoratori, proprio “per colpa delle proteste”. Questo si rivelò ben presto più un tentativo di utilizzare l’arma del ricatto che un’opzione realmente praticabile nel breve termine. Il nodo piacentino risulta infatti centrale per la logistica essendo crocevia di traffici commerciali internazionali, snodo di importanti infrastrutture per il trasporto delle merci, al centro del traffico autostradale e ferroviario, collegato direttamente con il porto di Genova e con sei aeroporti nel raggio di poche centinaia di chilometri.

Di fronte alla determinazione e la lotta l’Ikea fu costretta a reintegrare i facchini che, dopo estenuanti trattative che coinvolsero anche i vertici delle istituzioni locali, tornarono a lavoro nel gennaio 2013.

A questa vittoria contribuì innanzitutto la solidarietà dei lavoratori dei cobas (TNT, GLS per citare i più importanti di Piacenza ) che, attraverso una politica fondata su una precisa conoscenza del ciclo produttivo e di ogni suo singolo passaggio, ha saputo ridurre ogni danno per sé e massimizzare le perdite della la controparte. La capacità inoltre di indicare chiaramente la controparte (cioè Ikea stessa e non le cooperative del sistema bizantino di subappalti con cui l’azienda svedese occultava le sue responsabilità) ha permesso anche la costruzione di reti di solidarietà che avessero un obiettivo tangibile sul quale misurarsi. Aver individuato l’IKEA come principale controparte ha permesso l'”attivizzazione” anche di quanti non potevano essere presenti fisicamente a Piacenza.

La capillarità della diffusione degli store IKEA sul territorio nazionale italiano, simbolo della forza dell’azienda, si è prestata all’organizzazione di volantinaggi, presidi e, in alcuni casi, di veri e propri picchetti, capaci di interferire con le vendite in un periodo, quello pre-natalizio, in cui gli introiti per gli esercizi commerciali sono massimi. Grazie a vari siti internet e ai social network si è inoltre potuto incidere sull’immagine che l’IKEA cerca di dare di sé, quella di promotrice di diritti e democrazia.

Tutto questo contribuì ad un’importante vittoria dei lavoratori.

Adesso l’azienda svedese ha intenzione di vendicarsi: a inizio di maggio di quest’anno la cooperativa San Martino, operante nel magazzino IKEA di Piacenza, ha aperto la controffensiva padronale sospendendo 33 facchini fra i più attivi e sindacalizzati. La motivazione addotta è l’ingiustificato blocco del lavoro che avrebbero messo in pratica circa due settimane prima. Nella realtà, i facchini hanno compreso che si è trattato di una reprimenda bella e buona verso il sindacato SiCobas, considerato scomodo visto che il blocco incriminato fu determinato dalla negazione di un’assemblea sindacale unitaria degli impiegati nel magazzino. Subito viene, quindi, indetto lo stato d’agitazione, con l’adesione della gran parte dei lavoratori. Viene quindi strappato un accordo in Prefettura che prevedeva la reintegrazione di questi lavoratori, che viene però totalmente ignorato dalla cooperativa, che addirittura licenziava 24 di loro.

Interviene quindi immediatamente la solidarietà di lavoratori di altri stabilimenti e di numerosi attivisti di Piacenza e del centro nord, per dare forza all’arma principale di questa battaglia: il blocco della circolazione delle merci. Altrettanto velocemente si costruisce una rete di solidarietà in grado di coinvolgere più città attraverso volantinaggi e presidi.

A fronte di una tale capacità di mobilitazione, i padroni sono stati costretti ad organizzarsi in un vero e proprio “partito IKEA”, come lo ha definito il SiCobas: un blocco sociale monolitico di istituzioni, forze politiche di governo ed “opposizione” e sindacati confederali che puntualmente si esprimono e muovono iniziative tese a criminalizzare la lotta e la resistenza dei lavoratori.

 

UNITI ED INFLESSIBILI CONTRO L’IKEA

Nelle loro dichiarazioni gli esponenti di questo partito che vanta un consenso bipartisan (dalla Lega al Pd) vorrebbero difendere il “diritto al lavoro” di chi, per colpa dei “violenti”, è impedito a recarvisi, e proteggere le attività produttive del territorio ed i suoi “poli di eccellenza”; che in effetti eccellono nello sfruttamento, di cui tutti dovremmo essere grati, perché “in una così delicata fase economica” si DEVE accettare anche il più misero dei lavori ed accogliere tutti i soprusi e le violenze che questo comporta.

Per questi personaggi ad avere un comportamento violento e mafioso sarebbe allora chi mette in discussione come può, ed a volte come DEVE, gli interessi di chi su questo infame ricatto edifica i suoi profitti: cioè il sistema veramente mafioso e truffaldino delle cooperative e dei loro committenti. Secondo un consigliere provinciale del PD, addirittura l'”impotenza inaccettabile” sarebbe quella della legge e dell’ordine, che non riescono a tutelare la libertà ed il diritto di lavorare a chi ne avrebbe la volontà: non riescono cioè a tutelare il bisogno disperato di chi, oppresso dall’impotenza della disoccupazione, “vorrebbe” anche il peggiore sfruttamento pur di guadagnarsi qualcosa per vivere. Per tutelare chi di questa disperazione approfitta per i propri lauti guadagni.

Attaccando in questo modo la lotta dei facchini Ikea, i padroni cercano di attaccare tutti quelli che provano ad alzare la testa e smettere di pagare il prezzo di una crisi di cui non sono artefici e che li vede in guerra gli uni contro gli altri, per la gioia dei profitti dei primi. Fioccano denunce dalle varie questure, fogli di via a chi sostiene la lotta, arresti domiciliari (un anno al compagno di Crash che aveva partecipato ad una protesta davanti all’Ikea di Bologna). Non è un caso che l’amministratore delegato della sezione italiana dell’azienda svedese abbia avuto l’onore di essere ricevuto direttamente dal Governo centrale per discutere a Roma della situazione dello stabilimento piacentino ed avere la gentile concessione di avere un manipolo di sbirri (almeno cento) che presidiano da circa un mese l’azienda dall’interno dei suoi recinti.

La lotta contro un futuro lavorativo sempre più precario, misero e faticoso per tutti passa quindi per Piacenza, come per i no tav in Piemonte o alla Granarolo di Bologna.
Sconfiggere il nemico borghese in questa lotta significa dare linfa alla possibilità di rafforzare il fronte dei lavoratori che si oppongono sul terreno di classe alle politiche borghesi nella crisi.

Ora e sempre non passeranno, perché tutti i cobas sono impegnati in questa dura lotta a far rientrare i 24 licenziati al loro posto di lavoro, per tale motivo è necessario rafforzare la cassa di resistenza di questi lavoratori e lanciare su tutto il territorio nazionale una campagna di boicottaggio dell’Ikea.

Confidiamo sul vasto fronte di solidali che si è manifestato sul piano nazionale per organizzare iniziative contro i negozi e magazzini Ikea e un particolare invito mandiamo a tutte le reti solidali per una campagna comunicativa che contrasti il colosso svedese e lo metta in difficoltà screditando l’immagine benevola che dà di se stesso a scala internazionale. Abbiamo iniziato ad allargare la nostra sfera d’azione oltre il piano nazionale in queste ultime settimane a Berlino ed in altre città tedesche.

Ciò che sta succedendo all’Ikea è ciò che succede con il Jobs Act, con i tagli ai servizi, con la fine della cassa integrazione; è ciò che succede alla FIAT come all’Ilva.

Attraverso gli organi di stampa, i sindacati compiacenti, la politica asservita, chi ci sfrutta non può tollerare che anziché prendercela gli uni con gli altri ci rivolgiamo direttamente contro di loro per avere ciò che ci spetta. Per questo si uniscono e si muovono su diversi livelli – spendendo fiori di milioni! – pur di schiacciare la lotta dei facchini. Negli anni precedenti, facendo come loro, riuscimmo a rispondere ed il più delle volte a batterli. Anche questa volta possiamo e dobbiamo non essere da meno.

D’altra parte se i padroni si compattano e le loro politiche si “armonizzano”, allora è il caso che anche noi iniziamo a fare “gioco di squadra”, a smettere di andare in ordine sparso, provando insieme ad aprire uno spazio collettivo in cui far comunicare le iniziative di solidarietà e di lotta, rafforzarle a vicenda, portarle su un piano politico generale in grado di parlare a tutte le lavoratrici ed i lavoratori.

La lotta contro un futuro lavorativo sempre più precario, misero e faticoso per tutti passa per Piacenza.
Operiamo per unire le lotte che in Europa oggi si manifestano anche da parte dei lavoratori Ikea.

RAFFORZIAMO L’UNITA’ D’AZIONE VERSO UN FRONTE PIÙ AMPIO DEI LAVORATORI IKEA E PER UN’INIZIATIVA POLITICA VERSO I PROLETARI DEGLI ALTRI SETTORI LAVORATIVI, CONTRO L’ATTACCO ALLE LORO CONDIZIONI DI VITA E DI LAVORO.

CON QUESTO COMUNICATO CHIEDIAMO AL FRONTE DEI COMPAGNI SOLIDALI UN FORTE IMPEGNO CON I

MEZZI A LORO DISPOSIZIONE PER INDEBOLIRE IL FRONTE BORGHESE:

Nella lotta fra borghesi e proletari si svolgono moltissime battaglie. Da decenni il proletariato incassa sconfitte anche a causa della mancata capacità di ritrovare un percorso concreto di composizione politico-organizzativa indipendente. Oggi più che mai è importante che i militanti politici della classe proletaria individuino delle battaglie da vincere. Ovviamente questo serve a dare maggior confidenza nella possibilità di risposta di classe all’attacco generale degli ultimi anni. Qui diciamo nero su bianco che una possibile battaglia da vincere è la battaglia di Piacenza. Allo stesso tempo non si può e non si deve cadere in nessuna forma di tatticismo: non impiegheremo tutte le nostre forze in una singola battaglia, disimpegnandoci dalle altre, perché nessuno può avere certezza della vittoria e per non essere annientati bisogna sempre essere pronti a ripartire (o rilanciare) da un’altra parte, sorprendendo la borghesia. In due parole: bisogna sempre tenere vivi più focolai.

Indipendentemente da come andrà la battaglia di Piacenza, conta sempre e solo il risultato politico: si sono tessuti nuovi legami politici di classe? Si è allargato il fronte proletario? Sono cresciuti in questa lotta nuovi militanti politici? Pur investendo tutto il nostro cuore e le nostre forze per la vittoria, ricordiamoci che anche una sconfitta può nascondere un dato positivo (e vice versa). Non temiamo le sconfitte! Sappiamo che ne incasseremo tantissime, perché l’unica vittoria vera, definitiva e liberatoria sarà la lotta per la distruzione dei rapporti di proprietà capitalistici.

Intanto a Piacenza si combatte per ricompattare la classe, per difendere la dignità di lavoratori e lavoratrici, per dimostrare che nonostante tutto è tempo di lottare.

Sabato 26 luglio 2014, in tutte le parti d’Italia dove siamo presenti organizziamo dei presidi davanti ai negozi Ikea.

 

Per adesioni: smontaikea@gmail.com

Promuovono: SI Cobas – ADL Cobas

Aderiscono: Assemblea Romana di sostegno alle lotte nella logistica – Clash City Workers – Infoaut – Lab. Crash Bologna – Csa Vittoria Milano – Collettivo la sciloria Rho – Network Antagonista Piacentino – RSU USB Ikea Corsico – Contropiano – Emidia Papi, Paolo Sabatini esecutivo nazionale USB Lavoro privato – Csa Dordoni (Cremona) – Comitati Autonomi Ex Caserma Occupata (Livorno)

 

Resta sempre aggiornato sulle iniziative della campagna SmontaIkea consultando la pagina facebook

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