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Note dall’isolamento – Il male negato.

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Riceviamo e pubblichiamo volentieri un contributo arrivatoci per la rubrica  Green Pass e gestione della crisi pandemica

 

Pandemia, fine del secondo anno. Dopo due anni siamo estenuati. Disillusi lo eravamo già prima, cinici e forse anche depressi; ma ora siamo estenuati. Proletari, piccolo borghesi, malati e sani. Ciascuno secondo la propria condizione, ovviamente. Ma mai come ora sembra sorgere, anche se per motivazioni leggermente diverse, un unico coro: basta. La condizione presente non è più sostenibile, la schizofrenia che si ripete sempre uguale anche se diversa (lockdown, zone rosse, terrorismo mediatico e reclusione per malattia di massa) sta davvero iniziando a rompere degli argini.

Seppure sono passati due anni, la sensazione è infatti di essere, ciclicamente, quasi al punto d’inizio, anche se da un certo punto di vista è tutto si è ribaltato. Ogni inverno la percezione sociale delle ondate è leggermente diversa. Quest’anno, il disorientamento iniziale, quasi la sorpresa per il fulmineo esplodere dei contagi, che si è rapidamente trasformata in senso di accerchiamento. E subito dopo, depressione. E paranoia, malattia, reclusione. Quando si torna al lavoro o a scuola, paura di essere contagiati. Ciò che è sempre uguale è la sensazione di spaesamento, di impotenza e di fragilità che ci coglie ad ogni ondata. Ciò che è diverso è la linea del potere – seppure non sarebbe sbagliato scorgervi una stessa finalità di fondo.

Stiamo vivendo un profondissimo male sociale, che ha a che fare anche con lo stato di malattia e con la morte, con la fantasmagoria di esse, ma non solo: ha a che fare con la fragilità e l’impotenza. D’altronde, mai come ora, negli ultimi anni anche pre-pandemici, le radici del male si sono mostrate in modo così esplicito. Dopo due anni, vale poco continuare a ripetere il ritornello dell’imprevedibilità del virus. A fronte di questo disagio sociale di massa, infatti, vige ad oggi una sola misura del governo e dei media: il vaccino. Misura che si gonfia inevitabilmente di messianismo, e inevitabilmente di delusione e fallimento. Ma questo non basta a fermare i numerosi apostoli del potente siero: ogni giorno cantano indefessi le loro variazioni sul tema, adducendo prove – scientifiche, non lo si mette in dubbio – sull’efficacia (nonostante tutto) del vaccino. Sulla sua desiderabilità, nonostante tutto. Nessuno, è vero, si aspettava che avrebbe azzerato i contagi, ed è impossibile non tenere in considerazione il rapporto tra casi e terapie ospedaliere. Il sistema sanitario non è (del tutto) al collasso, come un anno fa.

Ma tutto questo non basta. Non basta a giustificare l’incapacità di problematizzazione di un disagio così vasto estrutturato. Non basta, soprattutto, a giustificare l’immobilismo del governo, che ha effettivamente deciso di puntare tutto sul vaccino e sull’immunizzazione di gregge, rimuovendo la possibilità di altre numerose possibilità di contenimento. L’unico interesse del governo, ormai è esplicito, è quello di rendere la situazione “accettabile” da un punto di vista di ripartenza economica. Si parla di “equilibrio tra necessità economiche e di salute”, ma di fatto tra questi due termini non c’è alcun tipo di mediazione: si cerca semplicemente di evitare l’impantanamento completo del SSN e il lockdown de facto per l’eccessiva diffusione del virus. Se non accettiamo che questa sia la tutela della salute, è chiaro che misure contenitive sono volte a consentire condizioni sostenibili di produzione. D’altronde, dopo due anni, la scoperta dei vaccini e maggiore conoscenza del virus, le altre manovre di contenimento, che pure erano chiaramente emergenziali e inadeguate, non si sono riadattate o trasformate: sono sparite, diventate quasi taboo.

Ciò che più odioso e insostenibile di questa strategia e delle sue giustificazioni è l’invisibilizzazione (dopo una scandalistica sovraesposizione) del dolore che la pandemia continua a provocare, anche e soprattutto per motivi sociali e politici. In questo senso, l’ultima conferenza del premier Draghi non può suscitare altro che desiderio di palesare, a lui e a chi lo sostiene, la violenza che stiamo vivendo e che ignobilmente minimizza, o finanche ignora. Gli “apostoli del vaccino” così, forse anche in buona fede, stanno avendo principalmente il ruolo di mediare tra le politiche governative, sostanzialmente disumane, e la società, presentando giustificazioni della sua misura principe. Forse non è superfluo ripetere che il punto non è la sensatezza o meno del vaccino come misura di contenimento della pandemia, difficile da mettere in questione: è il ruolo che la vaccinazione di massa svolge nelle politiche governative, anche al di là dell’emergenza pandemica. E gli apostoli del vaccino, che siano probi scienziati o narcisisti in cerca di attenzioni, sono quantomeno colpevoli di completa mancanza di senso critico e di capacità di ragionamento politico.

Una colpevolezza che in questo momento è un crimine ben peggiore dell’essere contro il Green Pass. Il rispetto nei confronti di questo disastro sociale avrebbe richiesto di fermarsi un attimo. Di provare a mettere in questione delle forme sociali date per assodato, degli stili di vita, delle ideologie. Avrebbe richiesto coraggio, capacità di cogliere l’opportunità nella crisi. Niente di tutto questo è avvenuto da parte di chi ha anche solo un briciolo di potere, e il vaccino è il paravento per nascondere (goffamente) l’immobilismo. D’altronde, anche rimanendo in un quadro capitalistico sarebbe possibile pensare una ristrutturazione della sanità, della scuola, riflettere su sussidi economici. Neanche questo. Solo il vaccino, e la criminalizzazione di chi non si vaccina, di chi è inevitabilmente portato a pensare che lo Stato non ha a cuore la nostra salute, che non si vive in una democrazia reale, che al primo posto di tutto ci siano i profitti.

Come dargli torto. Rifiutare il Green Pass viene sempre più riconfermato dalle strategie di governo come segnale di una diserzione nei confronti di una gestione pandemica disumana. Senza voler chiudere un occhio nei confronti dei molti, troppi, lati oscuri della lotta NoGP, ciò che è necessario fare è sicuramente smettere di considerare il vaccino solo scientificamente, e calarlo in delle strategie politiche. Non per vuoto ribellismo, ma per rispetto del male che stiamo vivendo.

Siamo stanchi, disorientati, disuniti. Non abbiamo una prospettiva convincente. Ma ribolle sempre più un senso d’odio, e di ingiustizia: non aspettiamo altro che uno spiraglio di possibile e di vita.

 

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