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Riders: tra lotta transnazionale e guai giudiziari per le piattaforme

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La lotta dei riders non è mai finita in questo lungo anno pandemico, ma spesso è stata ignorata colpevolmente dai media. A volte addirittura le grandi testate italiane si sono spese in evidenti marchette alle piattaforme di delivering raccontando immaginarie vicende di riders ricchi e felici e tentando di leggittimare una narrazione individualista da libero mercato di cui le multinazionali si fanno vanto.

La dura verità di questo anno però è stata ben altra. I riders sono stati arruolati loro malgrado tra gli eserciti dei cosidetti “lavoratori essenziali” con scarsissime misure di sicurezza (aggravate naturalmente dal virus) e garanzie. Nei primi mesi del lockdown alcuni sono stati addirittura multati, prima che la discrezionale e arraffazzonata decisione su quali lavori fossero essenziali o meno venisse presa dal governo sulla spinta delle lotte operaie. Dopo è ripreso il quotidiano bollettino di incidenti sul lavoro, sfruttamento e scioperi.

La battaglia dei riders per la conquista di condizioni di lavoro dignitose è continuata dunque senza sosta arrivando a lambire le aule di tribunale. Diversi sono i processi intentati in varie città contro le piattaforme multinazionali da Torino a Milano. Particolare scalpore ha suscitato la maxi-indagine di Milano dove per la prima volta si è parlato esplicitamente di “schiavismo” e la procura ha richiesto l’assunzione di sessantamila dipendenti e ammende per l’ammontare di 733 milioni di euro. L’indagine è partita proprio dal lockdown e dagli incidenti stradali che hanno coinvolto i riders in questi mesi. Le aziende poste sotto la lente di ingrandimento sono Just Eat, Uber Eats, Glovo e Deliveroo.

Quanto portato alla luce dal processo non stupisce: si parla di “caporalato digitale”, di vuoti legislativi in cui le piattaforme si sono mosse più o meno legalmente, di lavoro subordinato mascherato da lavoro autonomo, dell’assenza totale di garanzie in caso di incidenti o di astensione forzata dal lavoro.

Deliverance Milano sulla propria pagina facebook parla di “un colpo pesantissimo alla narrazione delle piattaforme, al loro modello di business basato sulla falsa autonomia e l’abuso del lavoro occasionale, sulla negazione di qualsiasi diritto e l’infrazione di leggi e contratti.”

La battaglia sul piano legale per quanto riguarda i diritti sul lavoro dei riders però è tutt’altro che conclusa. In questi giorni è in corso un altro processo importante, cioè quello sull’illegittimità del contratto di inquadramento dei lavoratori firmato da UGL ed Assodelivery. Il processo ha assunto caratteri farseschi quando l’azienda Deliveroo ha portato a testimoniare un falso rider. Non un falso rider qualunque, non un attore, ma una persona molto vicina all’azienda che per due anni è stata responsabile delle risorse umane delle aree Nord e Centro Italia e che in seguito ha fondato una società di corrieri che tuttora collabora con Deliveroo. E’ evidente che queste aziende della distopia digitale non vogliono mollare l’osso e ridistribuire anche solo in parte i profitti astronomici che si acapparrano con il lavoro schiavistico dei ciclofattorini.

Ma la lotta dei riders non sta continuando solo nelle aule di tribunale. Nelle strade e nelle piazze di molti paesi ieri i lavoratori hanno scioperato e portato avanti iniziative per l’action day globale promosso dalla rete transnazionale Unidxs World Action che raduna esperienze di rider e driver da tutto il mondo. L’iniziativa ha avuto luogo in concomitanza con l’inizio al Parlamento Europeo della discussione e del giro di consultazioni per la promulgazione di una direttiva sui lavoratori delle piattaforme digitali.

Dunque i fronti aperti sono molti e c’è da scommettere che dalla vittoria o meno di queste battaglie dipenderà il modello del mondo del lavoro di domani. I riders per conto loro non sembrano volersi fermare di fronte a queste prime vittorie e rilanciano su uno sciopero e una mobilitazione nazionale per fine marzo.

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