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Riflessioni sul 15 ottobre

I meeting di Barcellona e Tunisi che abbiamo costruito collettivamente sono stati per noi spazio eccezionale quanto istruttivo di reciprocità,  inchiesta e proposta: Reciprocità perché a Tunisi e a Barcellona il “que se vayan todos” tradotto in tutte le lingue dei movimenti del Mar Mediterraneo si è mostrato per quello che è: un programma politico comune. Inchiesta perché centrale per noi era ed è comprendere come la Casbah di Tunisi, piazza Tahrir d’Egitto, piazza Syntagma d’Atene, e Puerta del Sol di Madrid siano riusciti a tramutarsi in quei primi embrioni di istituti autonomi comuni a dei movimenti capaci di segnare prime grosse crepe all’individualismo proprietario da una parte e dall’altra ad alludere a prime forme di reale e autonoma alternativa.Proposta perché il 15 era ormai ad un passo e lo spazio aperto dai movimenti da alcuni mesi a questa parte andava attraversato fino infondo per segnare una prima forte risposta di dignità, giustizia sociale e rivolta alla crisi finanziaria e alle manovre dell’austerità imposte dall’1% al 99% globale.

Abbiamo attraversato quegli spazi di dibattito nella nostra parzialità, portando il nostro punto di vista anche sulla prima risposta che i lavoratori del braccio e del cervello in Italia avevano iniziato a sperimentare contro la crisi e contro chi la sta governando nei palazzi di Roma, il governo Berlusconi. Ma nel confrontarci con le lotte di mezzo mondo l’anomalia italiana iniziava a palesarsi e con questo vogliamo entrare nel merito del “nostro 15 ottobre”. Dove in tutto il mondo il movimento ormai da un anno a questa parte ha sempre puntato nelle sue variegate espressioni verso i palazzi del potere per piantare lì le proprie tende e costruire l’autogestione del proprio discorso politico, in Italia invece alcuni “organizzatori” accettavano il diktat della questura di Roma allestendo in Piazza San Giovanni uno spazio per comizi. Che scelta scellerata! Come era possibile immaginare che la piazza romana potesse trovare soddisfazione dei propri bisogni e desideri politici di lotta contro la crisi nella forma di una manifestazione la cui vittoria si sarebbe misurata nel contarsi e nell’ascolto di qualche portavoce? In totale e palese discontinuità con la tendenza dei movimenti globali e della declinazione italiana per giunta.

La straordinaria lotta del sapere dello scorso anno aveva anche anticipato la tendenza globale lanciando il 14 dicembre un grande corteo che al grido di “que se vayan todos” si avvicinava ai palazzi del potere: la rivolta di Piazza del Popolo già alludeva alla necessità di andare radicalmente oltre “la presa di parola” per influire nell’opinione pubblica, per prendersi lo spazio pubblico e tenerlo a dispetto della cariche della polizia. Questa la ricchezza che si è sviluppata in Italia nella lotta contro la riforma Gelmini, e che potenziandosi in quello sciopero generale del sapere e della precarietà del 30 novembre scorso ha saputo coinvolgere e trascinare le prime manifestazioni di rabbia e indignazione che poi per tutto l’anno fino ad oggi si sono espresse in forme differenti ma segnate tutte da un secco e deciso “no!”, sia questo il no della Val Susa o di Terzigno, della Fiom o dei precari, o di tutti quei soggetti che colpiti dalla crisi stanno raggiungendo i cortei e le mobilitazioni per aggiungervi le proprie ragioni, e la manifestazione del 15 ottobre ha segnato in maniera inequivocabile che sono\siamo sempre di più.

In continuità e coerentemente al 99% globale dei movimenti anche in Italia a decine e decine di migliaia i manifestanti il 15 ottobre volevamo superare piazza San Giovanni per portare la nostra indignazione e rabbia ad un passo dai palazzi del potere e dell’austerità, come in tutto il mondo. Per questo siamo entrati in condivisione con le reti dello Sciopero Precario il cui obiettivo era quello di costruire una giornata di lotta che rilanciasse con forza la voce delle soggettività del lavoro precario. Le cariche e i caroselli della polizia l’hanno impedito scatenando una rivolta largamente partecipata e raggiunta dai manifestanti che applaudendo o respingendo direttamente la repressione hanno tutti e tutte insieme rilanciato da Roma quel secco “no” alla crisi che grida il 99% in tutte le piazza del mondo.

Durante il corteo si è anche espressa la profonda eterogeneità di questo movimento, specchio dei soggetti che oggi sono nel mirino della crisi e due forme differenti di avanguardismi hanno fatto si che la differenza divenisse ragione di ostilità: da una parte i comizianti imponevano a priori una forma-corteo artificiale ed estranea ai modi di espressione politica della composizione del movimento e dall’altra alcuni con la solita smania di narcisistica auto-rappresentazione e sovradeterminazione incendiavano macchine sul percorso stesso del corteo garantendosi l’ovvia contestazione da parte del resto dei manifestanti che non potevano altro che percepire quel gesto come profondamente ostile.

In entrambi i casi le proposte avanguardistiche, i propri progetti divergenti, non sono stati assunti dal corteo che solo a Piazza San Giovanni ha poi trovato il suo punto alto di espressione, quando ormai era chiaro che non era più possibile raggiungere il centro per contestare la Politica della crisi in Italia.

Dal 15 ottobre torniamo a Bologna più convinti di prima che la “forma movimento” composta molto spesso da ceti politici vecchi, mossi da obiettivi velleitari ed incapaci di divenire strumento di con-ricerca nella composizione sociale delle lotte è andata in crisi insieme alla rappresentanza istituzionale e che solo tramite l’inchiesta e la sperimentazione di forme di organizzazione delle lotte sia sul piano territoriale che transnazionale si può dare il primo passo da compiere per restituire piena autonomia a quel movimento che si firma in tutto il mondo come #globalrevolution ed esclama #riseup! E vogliamo essere chiari: in questo processo costituente a cui vogliamo contribuire i movimenti non danno spazio a quei soggetti fautori della crisi, e anche dei suoi prossimi governanti Law and Order, che in tutto il mondo vengono contestati duramente dalla piazza. I partiti politici, le loro associazioni giovanili, devono farsene una ragione: “non ci rappresenta nessuno!” vuol dire nessuno! E non è questione di ideologia ma l’indicazione che viene dalle lotte. Mentre la polizia investiva i manifestanti, mentre erano in atto rastrellamenti, c’era chi auto-nominatosi parte se non portavoce del movimento invitava a fare di più, a continuare con la repressione, fino alle dichiarazioni inaccettabili di un Di Pietro che evocava la Legge Reale. Quanto osano! E su invito lui e il suo partito avrebbe dovuto sfilare in corteo!

Invece il movimento del #globalchange, il 99% globale oggi dice “liberi tutti e tutte subito”, libero Valerio e tutti i compagni e le compagne in carcere o oggetto del giro di vite orchestrato da Maroni! E’ questo lo slogan che fa risuonare il mare oltre lo spartiacque, uno slogan più forte e deciso di quanto possa fare l’1% di pozzanghere.

 

Laboratorio Crash! – Cua Bologna –  Cas Bologna

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