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Roma 15 ottobre 2011: Il conflitto è un bene comune!

 

Rispetto ai fatti di via Cavour pensiamo che politicamente la pratica messa in atto non sia utile al movimento e a chi immaginava il 15 ottobre come un nuovo punto di partenza. Nell’orizzonte di costruire forme comuni di “rottura” e “alternativa radicale” ci sfugge l’utilità politica di incendiare delle macchine ad un metro dal corteo che sfila o incendiare un palazzo. La pratica di chi, autoreferenzialmente e senza nessuna condivisione, utilizza i grandi cortei per degli sfoghi minoritari, pericolosi per incolumità dei compagni stessi, non ci appartiene e non fa altro che legittimare i discorsi di chi vorrebbe rappresentarci come una minoranza isolata.
Differentemente Piazza San Giovanni ha visto svilupparsi una rabbia espressa da centinaia o migliaia di giovani orientata a rispondere alla violenza delle forze dell’ordine. Se c’era qualcuno che cercava il morto lo si può trovare nei reparti di carabinieri, guardia di finanza, celere e ministero degli interni, che in maniera scellerata hanno ripetutamente tentato di investire decine di manifestanti disarmati, ma giustamente determinati a respingere gli attacchi. Certo è stata una dinamica articolata, confusa e complessa, in cui tante soggettività differenti hanno espresso un’insofferenza forte rispetto alla stretta autoritaria che avvertiamo svilupparsi nel nostro paese. La  complessità però non ci spaventa: ci rafforza e arricchisce. Detto che sulle “azioni” di via Cavour, permeate di un residuale e dannoso “esibizionismo”, non vale la pena spendere troppe parole, su quello che è successo per ore a San Giovanni è giusto soffermarsi di più perché ci dice più cose sul movimento, portando a galla inadeguatezze comunicative e strategiche.

I movimenti che si sono affacciati sullo spazio europeo, nord-africano e, più di recente, negli Stati Uniti, ci parlano non solo della crisi della rappresentanza o della assunta centralità di elementi come il reddito e  i beni comuni, ma aprono anche nuovi spazi di conflitto in cui finalmente a diventare protagonista del dibattito politico è la possibilità concreta di modificare l’esistente. La rabbia, l’insoddisfazione e la precarietà esistenziale che ormai pervadono completamente la vita di milioni di persone ci costringono a fare i conti con un’opportunità e uno scenario nuovi e quanto mai concreti, in cui il conflitto sociale radicale determina dinamiche di consenso diffuso e generalizzato. Uno scenario dove il conflitto sociale potrebbe finalmente declinarsi secondo una logica maggioritaria e per questo vincente. Piazza San Giovanni ci parla proprio della nostra urgente necessità di aprire una discussione vera e responsabile su questo e trovare, attraverso un nuovo piano di interlocuzione tra le varie componenti che animano il movimento stesso, la strada più efficace per interpretare senza semplificazioni questo “elemento sfuggente” e fare in modo, tutti insieme, che la rabbia e l’insofferenza che legittimamente permea sempre più un’intera generazione, possa essere espressa all’interno di un piano organizzativo e strategico intelligente e condiviso. Esattamente quello a cui abbiamo dato vita, pur dentro mille difficoltà, recentemente in Val Susa e a Roma il 14 dicembre scorso.
Senza scivolare sul pernicioso piano morale che definisce trascendentalmente ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, cos’è violenza e cosa no, crediamo che ciò che è avvenuto sabato a Roma ci costringa ad aprire un ragionamento serio sulle pratiche, sulle modalità e sugli obiettivi che ci diamo in piazza. Ma questi sono affari nostri e non di questure o delatori di sorta (tanto meno di chi si arroga si rappresentare ciò che sfugge ad ogni rappresentanza e rappresentazione).

Detto questo, nei giorni successivi alla straordinaria giornata del 15 ottobre il dibattito pubblico del nostro paese si è come sempre concentrato sul tentare di dividere un movimento che fino a sabato era riuscito a spostare l’attenzione pubblica verso la violenza che la crisi e le sue conseguenze stanno portando nella vita di tutti noi.
Fin dalle prime battute  media main stream e forze politiche hanno costruito il discorso pubblico sulla dicotomia interna al movimento tra buoni e cattivi, tra bene e male. Da anni respingiamo questo ragionamento. Da anni, nelle lotte reali, all’interno delle assemblee, questa divisione costruita ad arte sembrava essere sorpassata. Nella lotta contro la riforma Gelmini una moltitudine di pratiche e posizionamenti differenti sono state in grado di creare la più grande mobilitazione sociale del nostro paese degli ultimi anni. Ci sembra questo il cuore del ragionamento che debba prodursi all’interno del movimento, ponendo come punto comune da cui non arretrare il fatto che solo dentro i processi di lotta possono essere individuati gli strumenti più utili nella costruzione e nell’avanzamento delle lotte stesse. Respingere i tentativi di divisione significa uscire da questo piano del discorso, sempre fuorviante e volutamente provocatorio, e ribadire che solo nella contaminazione di pratiche e discorsi possiamo immaginare un futuro differente.

In questo contesto non ci stupisce che si dia spazio a ridicole reti universitarie (vedasi Run, rete universitaria dei Giovani Democratici), mai viste e mai sentite nelle nostre facoltà, pronte ad aiutare la polizia, che si intervistino black block chiaramente inventati, che si provi a tracciare la mappa dei movimenti buoni e di quelli cattivi.

Ci riempie di rabbia invece guardare a Repubblica e al Partito Democratico e vederli in prima fila nell’incoraggiare la delazione di massa nel riconoscimento di chi ha resistito in piazza San Giovanni: una pratica triste e fortemente reazionaria. Ci interroghiamo su come chi ha deciso di essere in piazza sabato, ognuno con la propria attitudine, si possa prestare a legittimare i discorsi di chi giorno dopo giorno continua a sfruttare, rubare e violentemente imporre tutte le conseguenze di questa crisi a precari, lavoratori e studenti. E invitiamo tutti quelli che hanno partecipato ai movimenti negli ultimi anni, a ripensare i media come strumento di chi svuota ogni giorno di più il senso della democrazia e della partecipazione. Ci sembra evidente che contribuire a moltiplicare questo discorso non possa che chiudere ogni spazio democratico in un paese che vive in questo senso già una profonda e drammatica situazione.

Infine vorremmo spendere due parole (perché non ne meritano di più) su quei politici che dopo la manifestazione di sabato hanno parlato di cancrena nei movimenti e hanno invocato una legislazione speciale per bloccare il conflitto sociale del nostro paese. Non possiamo nascondere il forte rammarico nei confronti di Nichi Vendola che, per probabili questioni di “opportunità”, ha fatto delle gravi dichiarazioni mostrandosi assolutamente dissociato dalle vere contraddizioni che in questi mesi vediamo dispiegarsi nel nostro paese, rivelando quanto lontana sia da lui l’attitudine a capire e a contaminarsi con la complessità delle dinamiche sociali, mai lineari e sempre in divenire. Antonio Di Pietro si spinge oltre e arriva ad invocare una nuova legge Reale per prevenire lo svilupparsi di conflitti che, nel processo di crisi strutturale, si preannunciano potenti e potenzialmente determinanti. Immediatamente Maroni accoglie le denunce dei due esponenti dell’”opposizione”. Ed è così che quelli che potevano in qualche modo sembrare degli interlocutori del  movimento si presentano in prima fila, ancora prima che lo faccia un vero fascista come Maroni, ad invocare la chiusura degli spazi di partecipazione e di conflitto o quantomeno, nel caso di Vendola, ad alimentare un insopportabile frame generale connotato da semplificazioni che nutrono il piano strategico di criminalizzazione del movimento e delle sue istanze.

Tutto questo per noi è stato il 15 ottobre. E ripartiamo consapevoli che nonostante tutto il nostro paese è in fibrillazione e che, dove regna il caos, c’è sempre una possibilità di trasformare la realtà che viviamo, intrecciando l’istinto e l’intelligenza tattica, le pulsioni rabbiose e la lucidità necessaria per vincere.

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