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“Siamo più caldi del clima”. Proteste contro Amazon

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Lo slogan “fin du monde fin du mois meme combat” (fine del mondo, fine del mese stessa lotta) scandito durante i blocchi, i cortei, le azioni di sciopero che si sono susseguiti in questi mesi nella Francia dei gilet jaunes esprime la reale consapevolezza che la questione ecologica, nei termini di sfruttamento delle risorse volto a fare mero profitto, e la questione della precarietà di chi non arriva a fine del mese sono strettamente legate.

Per questo la multinazionale dello sfruttamento umano e ambientale per eccellenza quale Amazon ha rappresentato un obiettivo colpito più volte dai gilet gialli, sin dall’inizio del movimento. Qualche giorno fa centinaia di gilet gialli e attivisti di associazioni ecologiste francesi hanno organizzato una nuova azione di blocco ai siti Amazon di Clichy, Tolosa e Lille. Il blocco, durato una giornata, si è tradotto in un sit in determinato e pacifico all’esterno del magazzino mentre alcuni attivisti si sono introdotti nel sito per bloccare il portone d’accesso. I manifestanti accusano la multinazionale di evasione fiscale, sollevano la questione delle disastrose condizioni lavorative per i dipendenti e svelano la falsa promessa di creazione di nuovi posti di lavoro a fronte del bilancio negativo dell’occupazione. In particolare, la multinazionale ha in programma di aprire tre nuovi siti in Francia in autunno ed è questa una delle ragioni più urgenti per mobilitarsi in modo tale che chi sta al governo prenda posizione in merito. Ai gilet gialli è chiaro che Amazon non si fermerà così come ha già dimostrato a seguito della richiesta di 7900 dipendenti di rinforzare il piano climatico esistente che l’azienda usa da greenwash. Gli azionisti di Amazon hanno risposto investendo in un sistema di riconoscimento facciale. Per questo viene chiamato in causa Macron perché si prenda le sue responsabilità.

Ai blocchi degli scorsi giorni la multinazionale ha prontamente risposto autoglorificando il proprio piano sul clima rispetto agli investimenti sull’energia alternativa e alla riduzione degli imballaggi, quando in realtà si rifiuta di dare comunicazioni chiare sulle emissioni di gas serra prodotti dalla sua attività. L’obiettivo di questa e delle precedenti azioni contro Amazon, così come tutte quelle contro altri snodi della logistica e del commercio portate avanti dai gilet gialli in convergenza con associazioni ecologiste, è mettere all’ordine del giorno la crisi del proprio stile di vita, delle proprie condizioni di lavoro, la questione della limitazione dei consumi e al contempo della sovrapproduzione, lo sfruttamento indiscriminato delle risorse.

La decisione di Amazon di aprire nuovi hangar dipende dalla volontà di rendere possibile la pronta consegna in qualunque parte del mondo in un solo giorno. Per poter raggiungere questo obiettivo occorre raddoppiare i siti logistici sul territorio il che ha come diretta conseguenza l’aumento di costruzioni, l’aumento dei flussi su gomma dei trasporti, inquinamento, cementificazione e messa in concorrenza di territori che si trovano già in situazioni di difficoltà economica e sociale. Secondo un’inchiesta sul funzionamento della multinazionale, si evince che la società utilizza altre società per velocizzare la compravendita dei siti, per ottenere con facilità i permessi per costruire e per infine fabbricare i magazzini. Il tutto facendo leva su quei territori abbandonati, dove le grandi industrie hanno chiuso e hanno lasciato migliaia di disoccupati, dove Amazon può negoziare per avere sgravi fiscali e promettere nuovi impieghi. In questo senso quindi, le azioni di blocco e gli appelli al boicottaggio sono la risposta al colosso di fama mondiale che si dipinge di verde alla faccia di chi paga sulla propria salute, sulla vivibilità dei territori e sull’accesso alle risorse la sua sete di profitto. Il 15 e il 16 luglio ci sarà il Prime Day, giornate di promozioni per gli abbonati Amazon Prime.. Ai piani alti ci si chiede se tutto si potrà svolgere regolarmente.

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