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Torino e la mole di debito: verso l’assemblea cittadina

Contributo di Maurizio Pagliassotti – autore di ‘Chi comanda Torino’ – verso l’assemblea cittadina di Torino di giovedì 8/11
Perché, quindi, innervosirsi con questi personaggi che in fondo sono stati sinceri? Non era necessario essere dei luminari della mente per comprendere i significati non simbolici di quelle parole.
Oggi sul quotidiano della città un elegante articolo certifica che sogni e miracoli, come è nella logica materiale delle cose, non se ne sono fatti: “Il boulevard cittadino – modello corso Mediterraneo e corso Castelfidardo – è destinato a rimanere un sogno incompiuto.” Si parla del progetto per eccellenza della Nuova Torino, il passante ferroviario anche detto “boulevard” perché mica siamo provinciali. Un cantiere, un bucone, che mio padre mi portava a vedere il sabato pomeriggio quando avevo dieci anni. Ciò che viene raccontato, con una nonchalance disarmante, è che quel pezzo di città simbolo del “Tutto post Fiat” rimarrà abbozzato, pare che nella parte ad est di porta Susa verrà solo coperto. E con che cosa, di grazia?
A giudizio di chi scrive questo è il certificato di fallimento delle ultime cinque amministrazioni comunali, del sistema bancario-industriale che le ha sostenute, degli amici gramsciani riconvertiti al capitale, di tutta quella corte che ci ha educato a credere nei sogni e nei miracoli.
E così, mentre bevo un cappuccino alla ricerca delle notizie sul Toro, il giornale della Famiglia mi fa cadere dieci anni di retorica del debito contratto per la costruzione di infrastrutture: manco le completano le infrastrutture, strategiche per eccellenza e grazia ricevuta. E vogliono pure fare il Tav!
Perché questo punto è chiaro che chi ha comandato Torino si è comportato come un nerboruto pater familias romano, il cui potere, come si sa, era assoluto. Se trasportassimo tale energumeno nella Torino odierna egli a fronte di un reddito di  1000 euro avrebbe contratto debiti per 500.000, in quanto voleva farsi la villa con piscina, la jacuzzi, e poi voleva sbronzarsi, il tutto a ufo, fiducioso che lui non avrebbe pagato il conto, ma i suoi nipoti.
Ah ma che bello il sogno, l’ubriacatura, il miracolo. Ah, che bello anche “il cantun dei barbutun”. Avevano ragione, quei barbottoni che da buoni illuministi non credevano ai miracoli.  Sarebbe di buon gusto porre delle scuse a quei poteri deboli che in questi anni hanno opposto e proposto, ma sono stati derisi. Qualcuno ricorda ancora le battute del nostro ex sindaco? Divertentissime: fate una manifestazione in una cabina telefonica! Haha, che ridere! Oppure: potete trovarvi tutti i un taxi. E tutti a scompisciarsi, a tenersi la pancia.
C’erano quelli che non volevano le olimpiadi perché avrebbero creato una voragine nei conti del Comune e gli impianti sarebbero stati abbandonati. E tutti a ridere: retrogradi, selvaggi, anarchici, comunisti. Avevano ragione loro. Poi c’erano quelli che erano per le riqualificazioni urbane ma che non fossero solo colate di cemento e centri commerciali. Anche quelli contro il progresso, nimby, egoisti, contro lo sviluppo. Avevano ragione loro. E poi ancora le maestre dei nidi, le associazioni ambientaliste, gli studenti, alcuni solitari giornalisti: i poteri deboli. Avevano ragione loro, avevamo ragione noi.
Crollerà tutto e quelli che hanno comandato se ne andranno. Probabilmente ci sarà uno spopolamento della città, i prezzi degli immobili si avviterà, la disoccupazione sarà dilagante. E’ quanto accade quando si configura una crisi del debito da cinquemila anni a questa parte. Ma il frutto avvelenato che la classe dirigente cittadina ci lascia è, e non “sarà” dato che il processo è già in corso, una pauroso cambio culturale. Verrà meno un insieme di regole che ha tenuto insieme la società: cinquanta anni di civiltà, forse il punto più alto della storia recente occidentale. Tutto buttato via. La privatizzazione dei servizi, la prossima revisione del ruolo delle fondazioni bancarie e la trasformazione del lavoro in una merce priva di dignità segneranno un punto di non ritorno. La Fiat avvierà finalmente la produzione del Suv, questo sì che è progresso, ma gli operai ci ricorderanno gli uomini non liberi di qualche secolo fa. Vivremo come i nostri bisnonni, pagheremo tutto e caro, saremo timorosi del padrone, schiavi in un economia di scambio verticista, più simile al medioevo che all’era recente.
Unica prospettiva che abbiamo è l’unione dei poteri deboli che in questi anni hanno pensato una città diversa, tutti con un solo obiettivo: copiare quell’unità di intenti, quella visione di classe, con cui il grumo di potere torinese ha conquistato e dominato la città per venti anni. Non ci sono rivoluzioni da fare, non ci sono nuove teorie sociali, nuove ideologie, nuovi sorti progressive da conquistare. Il primo passo è considerare che coloro che hanno governato questa città sono stati una specie di Legion sacra, mentre i poteri deboli erano tali per il semplice fatto che ognuno andava per la sua strada. Vecchia storia anche questa, è agghiacciante constatare quanto l’essere umano non impari nulla, con gioia tra l’altro, dalla storia anche recentissima.

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