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Una riflessione su carceri e Covid19

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Riceviamo e condividiamo volentieri…

Su 61 mila detenuti (su una capienza per 48 mila) poche migliaia sono reclusi per reati legati alla criminalità organizzata, qualche decina per terrorismo, pochissimi per il grande spaccio di stupefacenti, mentre la stragrande maggioranza sono detenuti per furto, rapina, ricettazione o piccolo spaccio. Una certa rilevanza ha perfino il numero di immigrati arrestati per la vendita di prodotti contraffatti che rientra in quelle condotte marginali tipiche dei migranti del tutto prive di una reale offensività nei confronti della collettività.

Questo è il dato. E da decenni il legislatore ripropone – con la propaganda ma anche con le leggi – il carcere come unica risposta possibile. Dalla fine degli anni ’90 il legislatore ha compiuto una scelta demagogica sulle politiche sicuritarie, cominciando una rincorsa emergenziale che prevede il carcere come unica risposta di contrasto ai fenomeni di devianza marginale. Una serie di riforme di carattere processuale più che sostanziale hanno inciso in maniera determinante sul funzionamento dei meccanismi sanzionatori. Il paradosso è che alcune di queste leggi hanno allargato la forbice, come la Fini/Giovanardi, la Bossi/Fini, la Cirielli e le ultime leggi sicurezza volute da Minniti e Salvini. Le ultime leggi, volute principalmente dalla pattuglia reazionaria dei 5 stelle, hanno aumentato il numero dei detenuti.

Hanno reso più facile l’ingresso in carcere, più lunghe le condanne, più difficili le uscite. Le previsioni dicono che l’ampiezza delle carceri non aumenterà nei prossimi due o tre anni, ma il numero dei detenuti potrebbe arrivare a 70 mila e magari di più. È in questo clima che la situazione è precipitata. La frustrazione dei detenuti è aumentata con il dilagare del coronavirus e con le nuove misure di sicurezza, imposte dall’autorità carceraria, che riducono i contatti con l’esterno, proibiscono la visita dei familiari, limitano l’apertura delle celle. C’è una sola via di uscita, tanto più in momenti come questi: ridurre quanto più possibile il pericolo del contagio, ma anche della disperazione. Ciò impone scelte importanti, praticabili subito, svuotando le carceri (e gli altri luoghi di contenzione, CPR inclusi) delle persone detenute anziane e malate, con l’immediata concessione di detenzione domiciliare, libertà vigilata e/o sospensione pena, oltre che di coloro che hanno pene brevi da scontare; garantire la fruizione effettiva delle possibilità di interlocuzione con l’esterno, garantire informazione e presidi sanitari. È urgente, indispensabile, umano e rispettoso del diritto e dei diritti individuali.

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