InfoAut
Immagine di copertina per il post

477 tornano a casa. Lo sciopero della fame si ferma per tre giorni

Infoaut da Betlehem – Territori Palestinesi Occupati – Dopo ventuno giorni di sciopero della fame, le migliaia di prigionieri politici palestinesi nelle carceri israeliane annunciano una pausa della protesta di tre giorni, dopo aver ottenuto lo stop alle pratiche di isolamento in carcere, principale richiesta degli scioperanti. I prigionieri chiedono innanzitutto garanzie su Ahmad Sa’adat, leader del Fronte Popolare, in isolamento da tre anni, le cui condizioni di salute preoccupano molto, soprattutto dopo una nuova crisi due giorni fa che ha costretto le autorità carcerarie al suo trasferimento in un ospedale militare. Inoltre i prigionieri chiedono l’abolizione di tutte le norme delle famigerata legge Shalit, ovvero tutte quelle misure di ritorsione nei confronti dei prigionieri politici palestinesi dopo la cattura, cinque anni or sono, del soldato Shalit nella striscia di Gaza. In mancanza di un accordo su questi punti i prigionieri ricominceranno lo sciopero della fame.

Murad Jadallah, legal researcher di Addameer, associazione di supporto ai prigionieri e per i diritti umani, ci racconta: “Le autorità carcerarie israeliane avevano già accettato quasi tutte le richieste degli scioperanti della fame durante il diciannovesimo giorno di protesta, compresa la fine della pratica dell’isolamento. Solo tre persone sarebbero rimaste in isolamento, Mahmoud Issa, Abdallah Barghouti e Ibrahim Hamed, considerati dallo Shin Bet (il servizio segreto israeliano) i prigionieri più pericolosi. Ma il leader degli scioperanti, Ahmed Abu El Saud, militante del Fronte Popolare, ha rifiutato l’accordo sostenendo che lo sciopero della fame andrà avanti fino a quando tutti i prigionieri non avranno condizioni di vita dignitose”.

In particolare la richiesta è che i tre detenuti “più pericolosi” vengano collocati nello stesso braccio degli altri prigionieri che finora sono stati in isolamento. Si tratta di persone che da molti anni non hanno alcun contatto con gli altri prigionieri, e che in alcuni casi stanno scontando condanne trentennali. Murad sembra ottimista: “Non c’è ragione per cui le autorità carcerarie non dovrebbero accettare anche questa parte dell’accordo. È solo questione di tempo. D’altronde hanno già acconsentito alle richieste più importanti”. Che sono, oltre alla cessazione della pratica dell’isolamento, la possibilità di accedere a giornali e televisioni, possibilità di studiare in carcere, non essere legati mani e piedi durante le visite dei familiari (mezz’ora ogni mese), stop alle perquisizioni col solo scopo di umiliare la persona, fine delle pene pecuniare per gli atti di disobbedienza in carcere.

Murad espone con orgoglio la posizione di Ahmed Abu El Saud: “La sua volontà di continuare a lottare anche dopo aver ottenuto la maggior parte delle richieste, senza lasciare che l’accordo tenesse fuori anche solo tre prigionieri, anche se di altre fazioni, è motivo d’orgoglio per tutti i palestinesi, a maggior ragione perché Ahmed è nella lista dello scambio Shalit-prigionieri”.

Due vicende che si sono intrecciate sempre di più nel corso dei giorni. Allo spazio pubblico che la questione Shalit andava prendendo faceva da contraltare il silenzio mediatico sugli scioperanti, su cui rimane difficile trovare informazioni. “Persino noi di Addameer” racconta Murad “abbiamo visto negato il permesso a visitare i prigionieri, nonostante fosse nel nostro diritto, sicché non possiamo fornire adeguate informazioni sullo stato di salute dei prigionieri in protesta.”

La nostra conversazione si indirizza sullo scambio prigionieri-Shalit, su cui la posizione di Murad è conciliante: “Non è il miglior accordo possibile, ma è un buon accordo, che sta ridando la libertà a più di mille palestinesi. Cionondimeno è incredibile che dall’accordo siano state tenute fuori otto donne su trentacinque detenute, a maggior ragione perché la detenzione femminile è qualcosa al di fuori dei nostri costumi; e allo stesso tempo riteniamo ingiusto e inumano costringere buona parte dei rilasciati a non ricongiungersi con i propri familiari, dovendo passare dei periodi in esilio nei territori occupati palestinesi o addirittura all’estero. Nonostante tutto i prigionieri hanno pagato molto per la detenzione di Shalit, con un peggioramento generale delle loro condizioni di vita. Adesso è ora di voltare pagina”.
I primi ad aver voglia di voltare pagina sono i palestinesi stessi. In tutte le città sono stati organizzati grandi raduni per salutare il ritorno dei primi 477 ex-detenuti. Soprattutto a Gaza City centinaia di migliaia di persone si sono riunite in piazza della Katiba, dove i circa trecento detenuti hanno raggiunto un enorme palco dove era allestito un muro, simbolo delle carceri israeliane, che hanno poi distrutto. In molti nelle piazze chiedevano di prendere altri soldati israeliani, in vista di ulteriori scambi futuri.

Dopo questa azione diplomatica Hamas appare agli occhi dell’Occidente un interlocutore capace e moderato, avendo rinunciato ad includere nello scambio molti propri leader e delle altre fazioni (come Marwan Barghouti di Fateh e Ahmad Sa’adat del FPLP); un salto di qualità e di certo una vittoria per un organizzazione da sempre in cima alla “black list” statunitense ed israeliana.

Prima dello scambio dei prigionieri nelle carceri israeliane c’erano circa 6000 prigionieri politici, fra cui 176 bambini e 21 membri del Parlamento palestinese. Sono circa ottocento i detenuti condannati all’ergastolo, mentre circa seicento dovranno scontare una pena superiore ai vent’anni. Centottantacinque persone sono detenute da più di vent’anni (fonte: www.addameer.info).

Ti è piaciuto questo articolo? Infoaut è un network indipendente che si basa sul lavoro volontario e militante di molte persone. Puoi darci una mano diffondendo i nostri articoli, approfondimenti e reportage ad un pubblico il più vasto possibile e supportarci iscrivendoti al nostro canale telegram, o seguendo le nostre pagine social di facebook, instagram e youtube.

pubblicato il in Conflitti Globalidi redazioneTag correlati:

gazahamasisraelepalestinashalit

Articoli correlati

Immagine di copertina per il post
Approfondimenti

Ceuta: il contesto e i responsabili della crisi umanitaria

Ripubblichiamo questo articolo che approfondisce alcuni aspetti della tragedia umanitaria di Ceuta, individua responsabilità politiche e inserisce ciò che è avvenuto in un quadro più ampio di dinamiche di guerra globale e di garanzia per il regime egemonico.

Immagine di copertina per il post
Conflitti Globali

Chi sono i New IRA nel 2026 e di cosa sono ancora capaci?

Il sequestro di una bomba contenente quasi 400 grammi di Semtex ha riacceso i riflettori sulla rete, sul reclutamento e sulla persistente minaccia rappresentata dal gruppo repubblicano dissidente.

Immagine di copertina per il post
Conflitti Globali

I coccodrilli di Ben Gvir sono l’ultima arma utilizzata da Israele nella sua guerra animale contro i palestinesi

Dagli scritti coloniali di Herzl ai cani da attacco, dai cinghiali alle prigioni con fossato di coccodrilli, gli animali sono stati a lungo impiegati nel progetto sionista per terrorizzare i palestinesi.

Immagine di copertina per il post
Divise & Potere

La repressione raccontata a mio figlio

In un momento storico in cui un gruppo di fanatici bianchi e religiosi sta compiendo da quasi tre anni, in diretta streaming e protetto da uno degli eserciti più forti e tecnologicamente avanzati del mondo, il genocidio di un popolo oppresso.

Immagine di copertina per il post
Conflitti Globali

Territorio infrastruttura di guerra: esce il secondo numero del bollettino “HUB”

Questo secondo numero di HUB raccoglie articoli e approfondimenti sui flussi bellici, sui nuovi investimenti nelle infrastrutture “civili” dual use, sulle fabbriche di armi e sulla loro filiera nei territori, con un approfondimento dedicato a Leonardo S.p.A.

Immagine di copertina per il post
Conflitti Globali

La scintilla a Tell: come la Resistenza di un villaggio ha sconvolto la strategia israeliana in Cisgiordania

La Cisgiordania non rimarrà in silenzio per sempre; si solleverà nel momento e nel luogo scelti dal suo popolo, rendendo inutili le previsioni politiche convenzionali.

Immagine di copertina per il post
Conflitti Globali

India: il movimento degli “scarafaggi” continua le mobilitazioni e si estende. Gli agricoltori si uniscono alla protesta

I giovani in India sono stanchi, ci sono disoccupazione e sotto-occupazione molto alte. Se il governo non tratterà seriamente sulle richieste concrete del movimento degli Scarafaggi, quest’ultimo dilaga.

Immagine di copertina per il post
Divise & Potere

Minorenni in carcere da 6 mesi per i cortei per la Palestina. Una giustizia educativa

Ripubblichiamo le riflessioni del coordinamento cittadino Torino per Gaza in vista del nuovo presidio che si terrà oggi a Torino in solidarietà ai giovani reclusi per aver manifestato in solidarietà alla Palestina.

Immagine di copertina per il post
Conflitti Globali

In Albania continuano le proteste

Con Julie JL, attivista della diaspora albanese, discutiamo di come stiano proseguendo le proteste nel paese.

Immagine di copertina per il post
Conflitti Globali

La lunga frattura: presentazione del libro al campeggio di lotta a Venaus

La storia corre veloce. “Non sono che sintomi di processi più profondi e radicali che ribollono come magma sotto la crosta terrestre tentando di farsi strada, di trovare sbocchi, sfiati ed infine ridefinire il paesaggio”.

Facciamo il punto su questo lungo processo di trasformazione e ristrutturazione del capitalismo in una fase di crisi della messa a valore del capitale che ha portato a un’accelerazione globale in chiave bellica. La transizione egemonica alla quale stiamo assistendo mostra i suoi sintomi più evidenti ma non è né compiuta né scontata. Qual è il nostro compito oggi se non approfondire questa crisi?

La crisi dei valori dell’imperialismo può essere una leva per immaginare nuovi cicli di lotta? Quali sono i punti di forza del nostro agire per alimentare processi conflittuali capace di ambire a dimensioni di contropotere effettivo nella società?

Qualcosa bolle in pentola, l’Occidente è sprovvisto di idee-forza capaci di mobilitare le masse. Chi si immagina il popolo italiano pronto a prendere le armi per difendere la patria? Forse solo gli illusi e gli approfittatori che speculano su una propaganda vuota. Allora noi cosa abbiamo da proporre? La Palestina ci ha mostrato la possibilità di adesione di massa a un orizzonte di emancipazione collettivo. Cosa ci aspetta nel prossimo futuro?

Immagine di copertina per il post
Conflitti Globali

Intervista a Dina, libera dalle carceri libiche

Dina e Domenico sono i due attivisti italiani che hanno preso parte al Land Convoy verso Gaza, la missione via terra nel quadro della campagna di solidarietà internazionale alla Palestina della Global Sumud Flottilla, e poi sono stati fermati e sequestrati in Libia, nella zona controllata da Haftar. 

Immagine di copertina per il post
Divise & Potere

Israele spara a Marwan Barghouti in carcere: ferito il “Mandela palestinese”

Una guardia carceraria ha colpito il leader palestinese a una gamba con un proiettile di gomma. La famiglia denuncia l’assenza di cure mediche e una lunga serie di aggressioni. La Lega Araba chiede un’inchiesta internazionale.

Immagine di copertina per il post
Divise & Potere

Torino: presidio al Tribunale per due minori in carcere da 6 mesi

È iniziato la mattina di lunedì 13 luglio, al Tribunale di Torino, il processo ai danni di cinque attivisti minorenni, di età comprese tra i 16 e i 18 anni, sul banco degli imputati per aver partecipato alle mobilitazioni di massa dello scorso autunno per la Palestina e contro il genocidio per mano israeliana.

Immagine di copertina per il post
Editoriali

Il battito di ali che scatena la tempesta

Negli ultimi giorni si sono intensificati gli  attacchi sferrati dagli Usa accompagnati da una laconica frase di Trump a certificare la fine della tregua e del memorandum d’intesa con l’Iran. 

Immagine di copertina per il post
Conflitti Globali

L’annessione strisciante della Cisgiordania passa dalle mappe alla legge 

Un’iniziativa di registrazione fondiaria nell’Area C sta spostando il controllo dal Regime militare al sistema civile israeliano, rafforzando l’annessione attraverso leggi, pianificazione ed espansione degli insediamenti.