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Héctor Llaitul, storico portavoce del CAM (Coordinamento Arauco Malleco), parla dal carcere – Intervista esclusiva di Resumen Latinoamericano

Il CAM – Coordinarmento della comunità in conflitto Arauco Malleco – è un’organizzazione che si batte per l’autonomia politica e territoriale del Popolo-Nazione mapuche.

Fondata nel 1998, ha come strategia il recupero delle terre ancestrali e il controllo territoriale. Infatti, lo Stato cileno continua a impedire, attraverso la militarizzazione, che il popolo mapuche riprenda possesso delle proprie terre,  che nel corso dell’800 con guerre, ricatti e inganni sono state usurpate. Così, garantisce la continuità di progetti neocolonialisti: imprese forestali, latifondi e progetti estrattivi. In questi 25 anni il CAM si è distinto per azioni di sabotaggio e per la capacità di organizzarsi e difendere le comunità in conflitto, in particolare nelle regione dell’Araucania e del Bío Bío1

Il 24 agosto 2022 il portavoce del CAM Héctor Llaitul è stato arrestato e condotto in via preventiva nel carcere di Concepción, insieme ad altri weichafe dell’organizzazione. Il 27 novembre i prigionieri politici mapuche hanno dato inizio a uno sciopero della fame, chiedendo che venissero rispettati i propri diritti in quanto appartenenti a un popolo originario. In seguito a una parziale vittoria, data anche dalla pressione internazionale, lo sciopero della fame è stato sospeso. 

In questi giorni sta iniziando il processo preliminare e proprio per questo Llaitul il 18 aprile è stato traslato nel carcere di Temuco, in cui si è ricongiunto con il figlio e altri peñi mapuche. 

Di seguito riportiamo la traduzione di un’intervista dal carcere di Resumen Latinoamericano

Foto: Marlene Carrasco


16 aprile 2023

Nel pomeriggio del 24 agosto 2022, Héctor Llaitul Carillanca, storico werkén (portavoce) del Coordinamento Arauco Malleco, è stato arrestato nel comune di Cañete, Cile. Il leader mapuche è in carcere da poco più di sette mesi per accuse legate alla legge di sicurezza nazionale (Ley de Seguridad del Estado), risalente al 2020, e per furto di legname. Oggi, per la prima volta, parla dal carcere del processo in corso, di  questioni di attualità cilena e delle richieste della sua organizzazione.

Quasi 500 chilometri separano la città di Concepción, nel sud del Cile, dalla capitale Santiago. Qui si trova il carcere a gestione privata Complejo Penitenciario del Biobío, dove ci siamo recati per visitare e coordinare la consegna di una lista di domande a Héctor Llaitul, storico portavoce del Coordinamento Arauco Malleco (CAM). Le domande hanno affrontato diversi temi della situazione cilena, come la recente legge Nain-Retamal e i mega-incendi che hanno colpito il territorio mapuche (Wallmapu), insieme alla lotta per l’autonomia e alla cacciata delle imprese forestali dalla zona.

Al momento del suo arresto, lei è stato accusato di reati legati al furto di legname e attentato alle autorità, come previsto dalla legge di sicurezza nazionale. Quali elementi, secondo lei, esistono o sono stati inseriti nel fascicolo d’indagine per sostenere queste accuse?

<< Per quanto riguarda la mia detenzione per atti legati alla diffusione delle rivendicazioni della mia organizzazione, il CAM, e per aver espresso le idee della lotta autonomista mapuche in generale, posso categoricamente affermare che a tutt’oggi non ci sono elementi sufficienti per un’accusa e ancor meno per un’eventuale condanna>>, afferma Héctor LLaitul.

Sottolinea che <<questo procedimento giudiziario da parte della giustizia cilena risponde sia a pressioni imprenditoriali sia a motivazioni strettamente politiche di persecuzione e criminalizzazione di quella causa mapuche che si batte per le rivendicazioni di territorio e di autonomia e di chi affronta direttamente gli interessi del grande capitale nel Wallmapu>>.

<<Per quanto riguarda le mie dichiarazioni nelle interviste, che costituiscono la parte più consistente dell’accusa e per le quali mi viene applicata la legge di sicurezza nazionale, crediamo che questo genererà molte discussioni e dibattiti, non solo per questioni procedurali ma anche per gli aspetti politici annessi. È una battaglia che condurremo su entrambi i fronti, riaffermando teorie del diritto che possano mettere in discussione e ribaltare l’applicazione di queste leggi da stato d’eccezione>>, aggiunge il werkén del CAM.

<<Combatteremo con gli strumenti del diritto internazionale in materia di libertà d’espressione, facendo appello al diritto dei popoli oppressi a ribellarsi. Crediamo di poter ottenere una vittoria in questo senso e infine l’archiviazione del caso>>.

Per quanto riguarda l’accusa di furto di legname, visto il contesto, ritiene che si tratti del capo d’imputazione più debole?

<<Quando mi si accusa di essere coinvolto nel furto di legname, c’è una chiara intenzione di screditare la nostra lotta e confondere l’opinione pubblica, cercando di demonizzarla. A tal proposito, posso affermare che non c’è assolutamente nulla che mi coinvolga, considerando che siamo già alla vigilia del processo preliminare, e che nel processo stesso l’accusa non ha presentato alcun tipo di prova o di contesto minimo che mi colleghi al furto di legname. Per questo motivo, crediamo che questa parte dell’accusa cadrà da sola>> ha detto Llaitul.

<<Non abbiamo nulla a che fare con le mafie coinvolte nei furti di legname, perché appartengono al circuito commerciale dell’industria forestale stessa. Noi siamo un movimento anticapitalista e autonomista, quindi siamo slegati dalle forme di riproduzione capitalista, dai loro metodi e dai circuiti commerciali. Sviluppiamo il controllo territoriale, che è l’antitesi dell’estrattivismo dell’industria forestale>>.

<<Sono loro, le imprese forestali, che da decenni sono dietro le mafie del furto di legname, sono loro che comprano il legname rubato e evadono le tasse, sono loro che fanno da tramite con i circuiti commerciali del legname: gli appaltatori e i subappaltatori forestali e alcuni mapuche cooptati da queste imprese fanno parte di queste mafie e non sono stati né saranno perseguiti. È una questione che non è stata approfondita, perché ci sono anche persone di enti statali coinvolte, soprattutto per la questione delle tasse e delle false fatture>>.

Al momento del suo arresto si parlava di furti di legname e anche le inchieste giornalistiche indicavano possibili legami tra membri della polizia e queste mafie, qual è la sua opinione in merito a queste affermazioni?

<<Noi sosteniamo che ci siano carabineros e addirittura ufficiali di alto rango con legami con queste mafie del legname, come avete denunciato anche voi giorni prima del mio arresto, e un fatto che lo dimostra chiaramente e che è stato messo a tacere dalle autorità e dalla stampa borghese è il coinvolgimento di queste nella morte e nell’esecuzione di Toño Marchant, una situazione che non viene indagata, perché secondo noi questi legami verrebbero scoperti>>.

Prigionieri politici mapuche

Per Héctor Llaitul la condizione di prigionieri politici mapuche è data dal semplice fatto di essere del CAM, <<le diamo questa connotazione per il puro fatto di appartenere a un’organizzazione autonomista mapuche, che ci qualifica come prigionieri politici mapuche. E a partire da questa abbiamo portato avanti una serie di mobilitazioni e rivendicazioni che dimostrano come assumiamo la prigionia all’interno della lotta del movimento mapuche>>.

<<È per la nostra condizione di appartenenti alle comunità che avanziamo richieste molto particolari e differenti rispetto alla situazione carceraria. Ed è per questo che recentemente abbiamo portato avanti una mobilitazione, uno sciopero della fame, affinché i nostri diritti siano rispettati, non solo come prigionieri politici, ma anche come membri della comunità, rappresentanti o appartenenti della Nazione Mapuche>>, aggiunge.

Secondo il werkén, ci sono due aspetti centrali nella sua definizione di prigionieri politici: <<da un lato è avere un’ideologia, adottare una pratica politica come parte di una strategia, appartenere a un’organizzazione che dà contenuti e parametri all’azione politica. È essere impegnati in un progetto di liberazione che vada oltre l’immediato. Queste sono le ragioni per cui siamo perseguitati dallo Stato.>>

E, dall’altro, sottolinea Llaitul, è avere uno stretto legame con i processi comunitari di resistenza, <<abbiamo radici nelle comunità, il che è fondamentale per articolare la lotta autonomista con legittimità, e per accumulare forze per lo scontro con gli interessi del grande capitale in Wallmapu. Questa forza deve esprimersi in un ampio processo di ricostruzione delle nostre forme storiche di organizzazione, della nostra economia e di nuove relazioni sociali nel nostro territorio, per esempio>>.

Il carcere come trincea

Come spiega il portavoce, assumono anche la carcerazione in senso programmatico: <<siamo parte del processo generale di lotta del nostro popolo, per questo abbiamo subito persecuzioni politiche per più di due decenni. Nel mio caso, sono stato perseguito in diverse occasioni e sono già stato imprigionato, per questo assumiamo il carcere come una delle tante tappe del nostro processo di liberazione: il carcere come un’altra trincea di lotta, come conseguenza dell’essere militanti della causa>>.

Infatti, secondo Llaitul, le attività di denuncia, gli scioperi della fame, le mobilitazioni <<sono strettamente legate al movimento delle comunità per il recupero territoriale, in cui si distinguono le azioni di resistenza portate avanti dai diversi ORT2. In nessun caso queste mobilitazioni dimenticano la richiesta di liberazione di un weichafe (combattente) o di un attivista mapuche imprigionato>>.

<<Grazie a questa comprensione della lotta e alla solidarietà illimitata, in carcere continuiamo a essere militanti e a contribuire al processo di coscientizzazione e politicizzazione. Noi prigionieri politici siamo parte del processo di liberazione, una parte degna e viva della lotta mapuche>> sostiene Llaitul.

Inoltre, il portavoce spiega che non ritengono che la definizione di prigionieri politici sia data dallo Stato <<perché lo Stato, di fatto, la nega e l’ha sempre negata. Questo è totalmente contraddittorio: sebbene sulla scena internazionale si presentino come progressisti e concilianti e non vogliano apparire come persecutori delle organizzazioni mapuche, in pratica non riconoscono le conseguenze politiche del conflitto e la condizione dei prigionieri politici. In definitiva, non riconoscono ciò che le comunità e le organizzazioni legittimano, ossia il carcere come spazio di lotta. Il carcere politico è definito dalla nostra gente, dalle nostre comunità, con il nostro popolo, rivendicando ogni prigioniero mapuche nello specifico e denunciando il motivo della sua persecuzione>>.

<<E questo è forse ancora più evidente nel mio caso, perché sono perseguito e imprigionato da una legge di sicurezza nazionale. Questo esprime anche la più profonda natura coloniale dello Stato: perseguire le idee e le azioni rivoluzionarie mapuche che contestano la sua egemonia come struttura di dominio>> aggiunge.

Legge grilletto facile

Interrogato sull’approvazione e la promulgazione della legge Nain-Retamal, Héctor Llaitul è categorico nel sottolineare che <<conferisce maggiori prerogative e poteri alla polizia e fa parte di un sistema giuridico politico-istituzionale che porterà a una maggiore repressione nel Wallmapu>>.

<<In senso stretto, la legittima difesa privilegiata dà libero sfogo all’uso delle armi da parte della polizia nell’ambito di una presunta azione difensiva. Con questo potere, nel contesto del conflitto che abbiamo con lo stato cileno e le imprese capitaliste, si apre uno spazio d’azione per la polizia e i militari, che utilizzeranno contro le espressioni di resistenza come il CAM>> ritiene Llaitul.

<<Siamo consapevoli che stanno arrivando tempi difficili, in cui la repressione sarà di ampia portata. E al di là di ciò che possono dire le organizzazioni per i diritti umani o l’opinione pubblica internazionale, che mettono in discussione le forme di agire delle forze armate nel contesto dello stato di eccezione o stato di emergenza, e ancora di più con ciò che la destra sta cercando di fare, cioè attuare uno stato di assedio nelle zone di conflitto, ci troveremo di fronte a uno scenario di crimini, di violazioni dei diritti umani, nel quadro di un conflitto storico che non ha alcuna prospettiva di soluzione politica da parte dell’attuale governo>> sostiene Llaitul.

<<Perché, diciamocelo, questo governo è asservito al neofascismo e all’imperialismo, è praticamente in ginocchio e sottomesso alle tendenze repressive della politica, alla politica del bastone, come abbiamo già detto. Per noi questo significa più repressione, criminalizzazione e persecuzione con conseguenti morti, omicidi politici, incarcerazioni per la nostra causa>> afferma il werkén del CAM.

La politica del bastone

Per Héctor Llaitul <<la legge Nain-Retamal è un ulteriore esempio che la politica del bastone si è rafforzata negli ultimi tempi e la politica della carota è praticamente fallita. Tutte le volte che il movimento autonomista mapuche guadagna forza e si radicalizza la lotta contro il sistema capitalista e contro lo Stato, e che le comunità fanno progressi sostanziali in termini di controllo territoriale, il governo di turno applica la persecuzione e la carcerazione come metodi punitivi. Anche gli ultimi annunci di Giorgio Jackson affermano che non ci sarà alcuna restituzione di terre in quelle zone di conflitto in cui ci sono segni di violenza>>.

<<La legge grilletto facile si aggiunge a una serie di altre iniziative come la legge sulle usurpazioni, la legge sui furti di legname, la legge che sancisce il controllo di armi e munizioni, che rafforzano questa nuova strategia di repressione>> sottolinea il leader.

Incendi boschivi

Per quanto riguarda gli incendi che hanno colpito il territorio ancestrale mapuche, Héctor Llaitul precisa che si tratta di <<territori che abbiamo rivendicato, è il nostro territorio ancestrale che copre una parte sostanziale di quelli che attualmente sono Cile e Argentina. Oggi questo territorio ha assunto altre forme: agricolo, con paesi, città e altri insediamenti, che coesistono con la nostra realtà mapuche, con le comunità>>.

Sulla base di quanto detto, il portavoce sottolinea che <<gli ultimi mega-incendi sono dovuti a fattori diversi. La media di 52.000 ettari bruciati nei periodi di incendi ora si è quintuplicata, superando i 310.000 nelle regioni di Araucanía e Biobío, rendendola una delle peggiori degli ultimi tempi>>.

Secondo Llaitul, uno di questi fattori è senza dubbio il cambiamento climatico, <<aggravato dall’eccessiva occupazione del nostro territorio da parte delle imprese forestali e di altre imprese estrattiviste. Tutte le condizioni che questo esproprio ha generato in relazione al suolo, alle condizioni idrografiche, al processo di desertificazione, sono arrivate all’estremo>>.

<<Questo impatto non ha colpito solo le comunità mapuche, ma anche le popolazioni impoverite di queste zone, perché ci sono stati morti, distruzione di case, di sistemi agricoli e di allevamenti. Al centro di questa situazione c’è la configurazione della proprietà terriera in queste aree, concentrata principalmente in mani private>>.

Secondo i dati ufficiali, le piantagioni forestali coprono attualmente una superficie di circa 4 milioni di ettari, pari a poco più del 17% della superficie di foresta totale del Cile.

<<Per questo motivo, per noi è assolutamente chiaro che la presenza di un modello forestale basato sulla monocoltura di pino ed eucalipto, entrambi altamente infiammabili, è la causa ultima degli incendi. E continuerà ad esserlo se questo modello non cambierà>>.

Una polveriera

Héctor Llaitul sottolinea che <<non dobbiamo dimenticare che, nel caso dell’eucalipto, questa coltura ha generato un intero processo di erosione e di desertificazione del suolo perché è una specie che per svilupparsi consuma molta acqua. Pini ed eucalipti sono specie esogene al territorio e sono state manipolate nei laboratori delle grandi aziende forestali per avere maggiori capacità produttive e di crescita, per poi diventare materia prima esportabile, sia in cellulosa sia in derivati di carta e cartone. Questa realtà ha generato una situazione molto forte, molto dura, e anno dopo anno, insieme ai cambiamenti climatici, genera condizioni che favoriscono la possibilità concreta di una maggiore diffusione degli incendi, ed è proprio quello che è successo>>.

D’altra parte, spiega Llaitul, <<è del tutto evidente che l’intero sistema di proprietà usurpate che le imprese forestali hanno in questa parte del Wallmapu, cioè la vasta estensione territoriale che oggi viene devastata dalle monocolture, è di proprietà di grandi imprese, di gruppi economici. I principali sono il gruppo Matte e il gruppo Angelini, che sono Forestal Arauco e CMPC, e sono una vera e propria polveriera>>.

La responsabilità negli incendi

Alla domanda su chi accusa i gruppi radicali mapuche di aver provocato alcuni degli incendi, Héctor Llaitul respinge queste accuse: <<Sono accuse infondate, parte di una campagna anti-mapuche messa in piedi dalla destra fascista e reazionaria, parte del discorso ufficiale più recalcitrante che esiste in questa parte del territorio, che incolpa le organizzazioni autonomiste mapuche per i processi che esse stesse promuovono o non riescono a controllare, come gli incendi>>.

<<Abbiamo già rilasciato una dichiarazione in cui escludiamo categoricamente la nostra partecipazione. E come abbiamo detto, è inconcepibile avere responsabilità nelle circostanze in cui le nostre comunità sono circondate da imprese forestali>>.

Il portavoce insiste sul fatto che la responsabilità delle imprese forestali è assoluta, <<perché non c’è alcuna regolamentazione, non ci sono misure per mitigare la situazione di rischio o attenuare le conseguenze quando si verificano questi eventi, soprattutto nel senso della pianificazione, o della regolamentazione di cui si è tanto parlato dopo i mega-incendi.  Perché l’ambizione dei gruppi economici è così eccessiva, così vorace, che non hanno posto alcun tipo di freno o limitazione all’impianto e all’occupazione di territori con specie esogene e altamente distruttive>> sottolinea.

Per il CAM, è l’industria forestale che ha generato le condizioni socio-economiche diseguali in queste aree <<con una popolazione impoverita, perché non sono state pagate le tasse nei territori occupati, nei luoghi specifici dove ci sono le piantagioni, ma negli uffici amministrativi e dove vive l’élite finanziaria. E ovviamente qui emerge uno dei principali fattori che hanno permesso ai gruppi economici di accumulare ricchezza e continuare ad accumulare fortune, motivo per cui si scontrano con tutti gli oppressi in generale e con il nostro popolo mapuche in particolare. Ci riferiamo alle sovvenzioni statali che hanno ricevuto fin dai tempi della dittatura>>.

Decreto 701

Il leader mapuche ricorda che <<con il decreto 701, promulgato nel 1974, si è sovvenzionato il 75% dell’attività forestale per decenni. Il decreto è rimasto attivo durante tutti i governi della conciliazione3 e fino al 2016 e non è stato ancora abrogato>>”.

<<Il decreto 701 ha significato una protezione diretta di tutto l’estrattivismo forestale da parte di ogni governo post-dittatoriale ogni qual volta si sono avanzate rivendicazioni territoriali e politiche. Fino ad arrivare alla militarizzazione delle zone di conflitto che conosciamo oggi, dove lo Stato spende molte risorse per mantenere la polizia e l’esercito a protezione degli interessi delle grandi imprese, contro il nostro popolo in lotta>> afferma Héctor Llaitul.

A suo avviso, <<è incredibile la quantità di risorse che sono state sprecate per continuare a favorire l’industria forestale nel Wallmapu. Pertanto, stiamo parlando della responsabilità non solo dell’industria forestale, ma dell’intero complesso del sistema di dominio contro il nostro popolo>>.

<<Quindi, quando ci confrontiamo con l’industria forestale, di fatto ci confrontiamo anche con le politiche statali. È per questo che definiamo apertamente la nostra lotta come uno scontro con lo stato capitalista-coloniale dove il grande capitale si riproduce a costo dell’usurpazione del territorio ancestrale mapuche>> aggiunge.

Regolamentazione forestale

Per quanto riguarda la discussione che si è aperta durante gli incendi su una maggior regolamentazione dell’attività forestale, per il CAM si tratta di un discorso artificioso che viene proposto dalle autorità, <<considerando ciò che ha significato la presenza dell’industria forestale e l’impatto della silvicoltura a livello ecologico, sulle foreste, sui suoli, sull’acqua durante tutto questo tempo>>.  

<<Pertanto, e per chiarire, per noi questa crisi degli incendi non è una porta che si apre, non è uno spazio per discutere della regolamentazione forestale come modo per risolvere il conflitto storico con il popolo Mapuche. L’unica soluzione, e lo abbiamo detto molto chiaramente fin dall’inizio del movimento autonomista mapuche, è che le imprese forestali se ne vadano in modo assoluto e definitivo dai territori ancestrali che sono rivendicati dalla nostra nazione mapuche>> afferma.

<<Abbiamo sempre dichiarato di far parte del movimento rivoluzionario mapuche e quindi non parteciperemo a nessun tipo di iniziativa o dibattito su un nuovo modo di legiferare o regolare l’attività forestale nel nostro territorio. È nostra posizione storica, fin dalla nostra nascita, che non ci sarà alcun tipo di coesistenza con la silvicoltura. La nostra azione è per la rivendicazione territoriale e politica, dal punto di vista mapuche, con il nostro rakiduam e kimun4 ancestrale, che contrasta il sistema di morte promosso dalle imprese forestali>>.

Autonomia e controllo territoriale

La cacciata delle imprese forestali, secondo Llaitul, fa parte della loro lotta per l’autonomia <<alla ricerca del recupero dei nostri modi di vita mapuche, nella consapevolezza che stiamo generando le condizioni materiali e immateriali per la nostra riproduzione come nazione. È una lotta integrale per l’autonomia politica e territoriale>>.

<<Se non abbiamo autonomia, non possiamo svilupparci e continuare a esistere nel Wallmapu e nel Wallontumapu5 come popolo nazione. Ecco perché per noi è assolutamente fondamentale rivendicare, in questo terreno strategico, che la lotta è per l’autonomia>> precisa il leader mapuche.

Aggiunge che si tratta di <<un tipo di autonomia rivoluzionaria, come abbiamo già detto, un tipo di autonomia di fatto, che implica non solo il distacco da queste istituzioni oppressive, ma l’indipendenza da tutte le istituzioni dello Stato e del sistema capitalista. È la ricostruzione e il recupero, a sua volta, di ciò che il nostro popolo, i nostri antenati, ci hanno lasciato in eredità, un’eredità che portiamo avanti in senso rivoluzionario e trasformativo>>.

<<Ed è per questo che, nella misura in cui sostituiamo la monocoltura e recuperiamo il nostro habitat con le nostre coltivazioni, le nostre case, le nostre forme culturali, le nostre forme idiosincratiche, lo facciamo in chiave autonomista. E la base molto concreta per questo è il controllo territoriale, che esprime chiaramente ciò che vogliamo, non solo a livello politico materiale o simbolico, ma anche a livello culturale e spirituale, che per noi è fondamentale, cioè stiamo ricostruendo l’ethos mapuche>> sostiene Llaitul.

L’ultimo attacco

Alla domanda su cosa abbia significato questa lotta per l’autonomia per le comunità, Héctor Llaitul ha detto che hanno subito <<l’ultimo attacco della repressione statale contro il movimento per l’autonomia, che ha significato l’incarcerazione politica di diversi weichafe, tra cui il nostro, della leadership e di importanti attivisti del CAM. E questo ha a che fare con la presenza e la continuità dell’industria estrattiva in tutto il territorio ancestrale>>.

<<C’è un’aggressione, una criminalizzazione e una persecuzione dei movimenti che lottano frontalmente contro processi di investimento capitalistico di questo tipo nel territorio. Per questo siamo stati accusati di altri crimini o atti illeciti che mirano a minare la nostra lotta per le rivendicazioni della terra ancestrale>>”.

<<E gli ultimi avvenimenti sono illustrati molto chiaramente da questo governo, che si crede progressista, ma che ha deciso di perseguitare e reprimere persino la semina e la raccolta delle colture. In altre parole, stanno attaccando le nostre terre recuperate produttive, facendo capire che non permetteranno nessun altro tipo di attività economica che possa fondare o sostenere l’autonomia materiale del nostro processo di ricostruzione nazionale>>.

<<Abbiamo osservato le operazioni della polizia militarizzata, accompagnata dall’esercito cileno, per reprimere le attività produttive all’interno delle terre recuperate, dove si svolgono lavori come la pulizia, la semina, il raccolto, la costruzione di rukas6,  il tutto nell’ambito del controllo territoriale>>.

<<Azioni repressive che rasentano non solo il volto del fascismo, ma anche azioni molto chiare di razzismo e intolleranza che vorrebbero impedire la riproduzione delle relazioni culturali mapuche, in cui diamo un valore diverso alla terra, un valore diverso al modo di concepire la nostra economia per il sostentamento, nel rispetto dell’ambiente, dove l’equilibrio e la reciprocità con la natura è una realtà pratica, non solo un discorso>>.

Tribunale dell’Aia

Per quanto riguarda l’arbitrato proposto al Tribunale dell’Aia da due commissioni mapuche Llaitul precisa che <<come organizzazione, come espressione del movimento autonomista, non partecipiamo a questa iniziativa. Di fatto, non crediamo che ci sia alcun progresso sostanziale nella rivendicazione territoriale e politica per questa via. Siamo stati molto chiari sul nostro progetto politico strategico, basato sulla resistenza e sulla ricostruzione, e sul fatto che accumuleremo forza sul piano dell’autonomia reale, come abbiamo spiegato>>.

<<Inoltre, non siamo d’accordo con la partecipazione di persone come Baltazar Garzón, che è stato denunciato per il suo ruolo contro la lotta del movimento autonomista basco e contro i combattenti per la libertà del popolo basco che sono stati repressi e perseguitati da questo giudice>> aggiunge.

Il Piano Buen Vivir

Per Héctor Llaitul e il CAM è importante concentrarsi sul cosiddetto Piano Buen Vivir, annunciato nel maggio 2022 dall’attuale governo, che considera <<una delle manovre meglio utilizzate da Gabriel Boric contro il movimento autonomista mapuche, in cui ha presentato il vecchio come nuovo>>.

Un piano che prevede una serie di misure che, secondo il werkén, si inscrivono <<nella logica neoliberale che i governi di conciliazione hanno seguito con convinzione per occuparsi del problema mapuche, fallendo miseramente>>.

In termini generali, sottolinea Llaitul, questo piano comprende due assi. Uno riguarda il riconoscimento della richiesta indigena di restituzione delle terre e la creazione di una sorta di ministero speciale per gli affari indigeni. L’altro è la promozione di parlamenti con una agenda indigena e con la conseguente iniezione di risorse.

Sulla base di questi due assi, il CAM si chiede <<Su quali terre si applicherà questo piano? Sulle migliaia di ettari in mano ai latifondisti e alle imprese forestali o sulle stesse terre riconosciute dai Titoli di Grazia e da altri strumenti legislativi come la Riforma Agraria7? Chi si occuperà del catasto? In breve, è la stessa politica degli ultimi 30 anni>> afferma Llaitul.

Spiega che le loro richieste <<come organizzazione autonomista e rivoluzionaria riguardano le terre ancestrali, base del nostro territorio, non quelle riconosciute dallo stato cileno. Questo è il problema fondamentale per cui è nato il movimento mapuche e tutto indica che non sarà affrontato con questo piano>>.

Inoltre, l’organizzazione mapuche si chiede, se verrà imposto un ministero degli Affari indigeni, <<Chi ne sarà a capo? Come funzionerà? Perché questo tipo di misura corrisponde alla tipica strategia di cooptazione che i governi hanno utilizzato per 30 anni: tentare di politicizzare e dare una piattaforma alle richieste dei settori moderati per mettere all’angolo e reprimere i settori autonomisti e rivoluzionari mapuche>>.

Per quanto riguarda il secondo asse, il portavoce pone altri interrogativi: <<Con chi siederanno o si stanno sedendo a parlare i funzionari del governo? Le autorità per loro sono le stesse dei settori che si sono mobilitati per la terra per decenni? Ciò che il governo intende per legittimità ha senso solo tra i suoi militanti universitari e benestanti senza legami territoriali?>> chiede Llaitul.

Egli sostiene che <<nelle comunità la legittimità e la ragione della causa mapuche si costruiscono nella lotta quotidiana, con il lavoro, con il trawün8 e il rispetto, a differenza di quanto attuato dalle politiche pubbliche che ci hanno reso folclore per risolvere il conflitto. È per questo che tali parlamenti sono destinati a fallire o a non avere legittimità territoriale, dal momento che coloro che vi partecipano o vi parteciperanno sono stati scelti dall’alto, non dai territori, e ancor meno tra i rappresentanti delle espressioni di resistenza>>.

Lo stesso accade, secondo il werkén, con l’iniezione di risorse, <<perché l’importante non è quanti zeri ha la cifra, ma come viene investita. Un recupero di terre ha bisogno di pochi soldi per far sì che i suoi membri possano mangiare, muoversi, seminare, combattere. Il denaro conta, ma non è la cosa più importante per affrontare un conflitto di questa portata>>.

<<La logica degli investimenti e dello sviluppo riprodotta da questo governo cade nella stessa trappola dei suoi predecessori ed è per queste ragioni che sosteniamo che questo piano, nel contesto del conflitto, intensificato dalla riconfigurazione del capitale e dalla repressione nel Wallmapu, fallirà>> conclude.

Infine, alla domanda se esiste una possibilità o una domanda di dialogo con il governo il portavoce mapuche è categorico: <<Abbiamo già detto che non parteciperemo a nessun dialogo che implichi un negoziato, e ancor meno finché ci saranno militarizzazione, persecuzione e incarcerazione politica. Finché non si discuterà del problema di fondo, che è la presenza dell’industria estrattiva nel Wallmapu, e non si parlerà seriamente di territorio e autonomia>>.

Inoltre, sottolinea ironicamente, <<è per tutti questi motivi che non parteciperemo, per il resto… essendo imprigionato e con una legge bavaglio, senza la possibilità di esprimermi liberamente, sarebbe impossibile per me partecipare>>.

Note:

1 – https://www.infoaut.org/conflitti-globali/cile-intervista-a-hector-llaitul-voce-del-popolo-mapuche-represso

2 – Organi di Resistenza Territoriale – cellule di autodifesa e azione diretta del CAM

3 – governi di larghe intese post dittatura militare di Pinochet

4 – Pensiero e sapere

5 – Universo naturale

6 – Case tradizionali mapuche

7 – Due delle forme con cui storicamente sono state assegnate terre dallo stato cileno alle comunità mapuche, spesso in seguito usurpate per mezzo della forza o dell’inganno da parte dei coloni cileni.

8 – Incontro/assemblea

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L’Aeronautica Militare va nell’Indo-Pacifico con un consistente numero di aeromobili e personale per partecipare all’esercitazione Pitch Black 2024 in Australia, alla Rising Sun 24 in Giappone, nonché per addestrarsi insieme alla Marina Militare in mare aperto.

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Tempo delle elezioni e tempo della rivolta.

Alla luce di alcuni momenti di mobilitazione degli ultimi giorni a cui abbiamo avuto occasione di partecipare, raccogliendo testimonianze e punti di vista, proviamo a tratteggiare qualche considerazione sull’attuale situazione in Francia.

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Paese Mapuche: il popolo mapuche convoca una marcia a Temuco contro un megaprogetto elettrico

Viene convocata anche per chiedere la fine della promulgazione e dell’applicazione di leggi che cercano di fronteggiare i genuini processi di rivendicazione territoriale che comunità e Pu lof portano avanti in attesa della ricostruzione e liberazione nazionale mapuche.

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Paese Mapuche: la Via Istituzionale v/s Resistenza e Controllo Territoriale

Sotto uno stato capitalista e coloniale è impossibile garantire i diritti fondamentali dei popoli originari.

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Paese Mapuche: il CAM in Sciopero della Fame dice che “Non ci può essere dialogo con militarizzazione, prigionieri politici e senza la restituzione delle terre”

Dal 13 novembre sono in sciopero della fame i prigionieri politici mapuche del CAM (Coordinamento Arauco-Malleco) reclusi nel CCP Biobío di Concepción, Ernesto Llaitul, Esteban Henríquez, Ricardo Delgado Reinao e Nicolás Alcamán, per chiedere l’annullamento della sentenza di condanna a più di 15 anni di reclusione che pesa su di loro.

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Paese Mapuche: i prigionieri politici mapuche iniziano uno sciopero della fame fino ad ottenere l’annullamento del processo del razzista stato cileno

Facciamo un appello al nostro Popolo, alle comunità in resistenza, così come agli oppressi in generale, ad accompagnare questa mobilitazione con denunce, proteste e azioni contro lo stato cileno e principalmente contro i veri nemici, i capitalisti e i loro lacchè, responsabili di tante ingiustizie, così come del saccheggio dei territori ancestrali.

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Ministro israeliano chiede l’esecuzione di tutti i prigionieri palestinesi

Il ministro israeliano del Patrimonio, Amichai Eliyahu, ha chiesto l’esecuzione dei prigionieri palestinesi in modo che non vengano rilasciati in qualsiasi futuro negoziato con la resistenza palestinese.

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Popolo mapuche: accanimento giudiziario verso i dirigenti mapuche con condanne carcerarie eterne

La persecuzione verso le dirigenze mapuche non cessano, nemmeno dietro le sbarre, dove ultimamente abbiamo visto condanne di decine d’anni, una vita intera in carcere, un peso della legge che non cade così nemmeno sui violentatori di diritti umani di questo paese.

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Cile: rifiuto della condanna senza prove di 4 prigionieri politici mapuche del CAM

Queste azioni si iscrivono in un progressismo liberale che reprime i movimenti popolari, una tendenza che soddisfa le richieste dell’estrema destra e dei grandi imprenditori.

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Chi sono i prigionieri palestinesi in Israele

Con lo scambio di prigionieri tra Israele e Hamas si è scatenata una fiera di maldicenze o di luoghi comuni non verificati: come, ad esempio, il fatto che i prigionieri palestinesi rilasciati, minorenni al momento dell’arresto, fossero tutti accusati o colpevoli di crimini gravi.

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Foto e video dei prigionieri palestinesi liberati

Centinaia di palestinesi nella città di Beitunia, nella Cisgiordania occupata, accolgono il primo gruppo di donne e bambini rilasciati dall’occupazione israeliana come parte dell’accordo di scambio di prigionieri tra la resistenza palestinese e Israele.