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In Tunisia “vai via” si dice “barra”

Aggiornamento delle 20h: L’addio al governo dei ministri dell’opposizione, unito alle dichiarazioni del sindacato che di fatto ha appoggiato le proteste di piazza e rilanciato le mobilitazioni di massa, ha funzionato come un vero appello al movimento per “difendere la rivoluzione. Visto che non c’è più il dittatore, ma la dittatura è ancora là!” come ripetono tantissimi tunisini dai loro account di social network, prima di uscire per la manifestazione.
Questa mattina aveva iniziato Tunisi, che anche ieri era stata attraversata da cortei e proteste contro l’RCD, ma da questo pomeriggio c’è anche Ragueb, Kesserine, Sidi Bouzid, Gabes, Soussa Sfax, e numerose altre grandi e piccole città. La Tunisia che ha cacciato il tiranno non vuole perdere in poche ore quanto conquistato con intransigenza e coraggio, sacrificandosi anche con la vita. Non è bastato il radiamento ufficiale dal partito dell’RCD di Ben Ali e dei suoi più stretti accoliti, e neanche che Ghannouchi si dissociasse pubblicamente dal partito. La piazza tiene il presidio sociale e forse l’informazione che sta circolando tramite wikileaks per cui la casa bianca aveva già da un pezzo considerato Ghannouchi come possibile successore di Ben Ali non farà altro che screditare ancora di più un governo appena nato che già perde pezzi.

 

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Significa “vai via”, e si dice, in dialetto tunisino, “ala barra”, e fino a pochi giorni fa era una frase che terminava con Ben Ali, oggi si conclude con RCD, il partito del regime, quello delle elezioni al 98%, quello delle lobby, quello del carcere e torture. Insomma, oggi è il giorno del “que se vayan todos” tunisino. E lo slogan è tornato nelle piazze della capitale della Tunisia e in molte altre città. Migliaia di manifestanti hanno sfidato il copri fuoco, hanno raggiunto i quartieri centrali, le sedi dell’RCD, e hanno iniziato a manifestare. Ad attenderli polizia ed esercito che hanno disperso le iniziative di lotta con getti d’acqua sparati dalle camionette, lacrimogeni e colpi d’arma da fuoco.

Sia lunedì mattina, che oggi, martedì, proprio ora, mentre stiamo scrivendo. Il movimento era già certo dell’esito delle frenetiche consultazioni, nei palazzi del potere, tra primo ministro, elites del regime, e opposizioni, quelle già riconosciute da Ben Ali. E poi è arrivata la conferma: tre ministeri all’opposizione e per il resto ristabiliti alcuni ministri dell’era Ben Ali e assegnate poltrone ad altre personalità delle lobby del regime. Questo così detto governo di unità nazionale avrebbe dovuto traghettare la Tunisia verso le prossime elezioni ma crolla dopo un solo giorno.I ministri pescati tra i partiti di opposizione e nella società civile lasciano Ghennouchi, smascherando i trucchi dell’apparato del regime di Ben Ali (che è spesso al telefono con il primo ministro), e secondo AlArabiia, dichiarando di non accettare la nuova compagine governativa composta, oltre a loro, di soli uomini del regime. Preceduti dal sindacato che fin dalle prime ore della mattina aveva diffuso una nota diceva chiaramente di non essere disponibile ad appoggiare la mascherata del regime delle riforme impossibili.Impossibili quanto non auspicate dal sistema della clientele dello stato di polizia tunisino.

Nel programma di governo annunciato da Ghennouchi non si faceva il minimo accenno a possibili provvedimenti da attuare in materia di politiche sociali ed economiche (come richiesto dalla piazza e scritto nero su bianco in numerosi appelli del sindacato) ma si lasciava intendere che le iniziative avrebbero solo riguardato i temi cari alle “sensibilità” delle elites democratiche occidentali: libertà d’espressione e libere elezioni. Ma anche in questo caso il messaggio del regime è apparso fin subito chiaro: la libertà d’espressione garantita si ferma sul manganello che ora sta picchiando duro per le strade della capitale, e le libere elezioni non avrebbero riguardato le centinaia di militanti e giornalisti che marciscono ancora nelle carceri di Ben Ali. Già perchè l’ipotetica amnistia avrebbe riguardato solo i manifestanti catturati durante le rivolte di questi ultimi giorni. Per gli operai e i militanti arrestati durante la rivolta dei minatori del 2008 a Gafsa, no, per loro l’amnistia non vale, ad esempio. Libertà d’espressione e libertà politiche in stile Casa Bianca per intenderci!

 

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