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La campagna di arresti israeliana che mira a distruggere un nuovo movimento palestinese

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Le forze di stato hanno preso di mira una rete politica e sociale di sinistra, utilizzando la detenzione e la tortura come strumenti per limitarne la crescita

 

di Majd Kayyal*   Middle East Eye

* (Traduzione a cura di Valentina Timpani)

Roma, 15 febbraio 2021, Nena News A partire dagli ultimi mesi del 2019, le forze israeliane hanno intrapreso una campagna di arresti di massa, prendendo di mira centinaia di giovani donne e uomini palestinesi. Li hanno arrestati brutalmente, hanno assaltato le loro case all’alba, hanno perquisito e confiscato le loro proprietà.

I detenuti sono stati interrogati per settimane senza sosta e senza la possibilità di parlare con degli avvocati; i documenti che li riguardavano e le accuse a loro carico sono stati tenuti nascosti. Le famiglie sono state intimidite, minacciate e messe sotto pressione, mentre i detenuti hanno subito orribili torture fisiche e psicologiche, come è stato documentato dalle associazioni che si occupano di diritti umani. Molti di questi calvari sono finiti con la scarcerazione dei detenuti, senza alcuna accusa o processo, dopo mesi di reclusione arbitraria.

Per quanto riguarda coloro che sono andati a processo, la maggior parte era accusata di reati ridicoli. Lo studente dell’università di Birzeit, Layan Kayed, 22 anni, è stato accusato di “attività terroristica” per aver preparato e venduto panini con i falafel per un movimento studentesco affiliato al Fronte Popolare di Liberazione della Palestina (FPLP). Al contempo la studentessa Mays Abu Ghosh è stata arrestata perché membro dell’unione studentesca universitaria e per le sue attività da giornalista. Altri sono stati arrestati per aver venduto libri e caffè durante degli eventi studenteschi.

Questa campagna di arresti porta con sé un rischio sociopolitico estremo. Israele sta cercando di eliminare una rete giovanile sociale e politica di sinistra usando pretesti militari. Sta intraprendendo una guerra contro un gruppo il cui lavoro sociale, culturale e accademico è legato alle lotte e ai valori antisionisti. Tra le più importanti trasformazioni politiche a cui hanno assistito i palestinesi nell’ultimo decennio ci sono il collasso totale della resistenza armata organizzata e lo sgretolarsi dell’attività politica popolare. Israele è riuscita ad assicurarsi che ciò accadesse in tutta la Palestina occupata, come parte di una risposta profonda e sistemica agli eventi della Seconda intifada.

La nuova realtà è cominciata a comparire dopo il 2015, con l’emergere di “attentati individuali” da parte di persone che non avevano alcun legame con nessun gruppo politico. Israele ha guardato a questi attacchi con preoccupazione a causa delle difficoltà nell’anticiparli e sventarli – ma anche come un segnale rassicurante della sua vittoria nella distruzione dell’organizzazione politica e della lotta all’occupazione.

Crepe nella vittoria israeliana

Ma anche all’interno di questa realtà, gli anni recenti hanno mostrato delle crepe nella vittoria di Israele. Un evento chiave è stata l’uccisione da parte di Israele dell’attivista palestinese Basil al-Araj a marzo 2017. L’ha trasformato in un simbolo rivoluzionario nazionale tra le lunghe fila dei giovani, gettando luce su due fattori sociali centrali che sono la chiave per capire la recente campagna di arresti.

Per prima cosa, la storia di Araj trascendeva la divisione geografica coloniale tra la diaspora palestinese, la Cisgiordania occupata e i territori del 1948. Araj era presente sui social media e aveva solide relazioni con la gioventù palestinese in modo globale. La sua trasformazione in un simbolo palestinese ha dimostrato a Israele che un discorso rivoluzionario che si estende oltre le divisioni geografiche e sociali che ha creato per frammentare i palestinesi è possibile. In secondo luogo, l’omicidio di Araj ha mostrato l’importanza di trascendere queste divisioni. Israele ha, infatti, provato a ripulire vari aspetti della vita sociale palestinese dalla consapevolezza che resiste all’occupazione. Il martirio di Araj ha resuscitato i tentativi palestinesi di costruire attività culturali e sociali intrinsicamente collegate all’antisionismo, dalle telecomunicazioni, all’istruzione, ai progetti di ricerca e ai movimenti femministi.

Poi, nell’agosto del 2019, una bomba è esplosa in una sorgente d’acqua in un quartiere di Ramallah – una sorgente sulla quale i colonizzatori hanno provato ripetutamente a prendere il controllo. Le forze israeliane hanno sostenuto che una cellula affiliata al FPLP ha svolto l’operazione.

L’inchiesta si è conclusa a dicembre 2019 quando le autorità israeliane hanno radunato i presunti coinvolti – ma questo è stato solo l’inizio. I servizi segreti hanno usato l’attentato come pretesto per lanciare una campagna di repressione feroce, mirata a soggiogare, intimidire e “purificare” i circoli della gioventù di sinistra, attraverso la distruzione di reti sociali e impedendo qualsiasi nuova struttura organizzativa. Nei territori occupati sono stati effettuati blitz e arresti.

Divisioni geografiche

Gli elementi dell’odierna campagna di arresti di massa mostrano l’importanza che Israele dà alla questione delle divisioni geografiche palestinesi. Ciò si evince dalle accuse di “visita allo stato nemico” e “comunicazione con un agente straniero” a carico di alcuni dei detenuti. Tali oscure disposizioni potrebbero riferirsi a chiunque fuori la Palestina.

Di conseguenza, qualsiasi relazione di qualsiasi tipo con qualsiasi persona – in particolare quelle che vengono da paesi che Israele ha designato come “nemici” arabi – può essere vista come un reato. Attraverso queste leggi Israele vuole mantenere il massimo potere nel controllare le relazioni tra i palestinesi e gli altri.

La strategia di legare insieme sfere politiche e sociali è stata implementata attraverso l’uso diffuso da parte di Israele di una legge “antiterrorismo” promulgata nel 2016, con la quale si può interpretare qualsiasi attività umanitaria, sociale o culturale come “supporto al terrorismo”.

Il centro legale Adalah ha affermato che la legge “definisce le attività politiche che sono spesso intraprese dai cittadini palestinesi di Israele – anche attività umanitarie e culturali – come atti terroristici, semplicemente perché si oppongono all’occupazione e supportano le vittime”. Ciò è evidente nelle accuse a carico di molti detenuti.

Tortura brutale

Questa campagna di arresti mira a un’ampia parte della società con l’obiettivo di terrorizzarla e sopprimerla. Ciò che lo conferma è l’inclinazione delle forze israeliane a interrogare e torturare i detenuti.

La novità non è la tortura in sé, ma piuttosto l’insistere da parte dei servizi segreti che le torture vengano largamente documentate. Tra i casi più noti ci sono quelli di Samer al-Arbeed, a cui hanno rotto le ossa e che è finito in coma; la studentessa ventitreenne Mays Abu Chosh, che ha ricevuto forti schiaffi ed è stata costretta a posizioni di stress per tempi prolungati; e Walid Hanatse, le cui foto dopo essere stato torturato sono circolate ampiamente.

Le forze di stato israeliane stanno anche riesumando tattiche psicologiche rudimentali, come mandare minacce ad altri ragazzi tramite detenuti che vengono scarcerati nel tentativo di diffondere la paura e attizzare conflitti interni.

Questa campagna di arresti cerca di radere al suolo un tessuto sociale fertile che si rifiuta di sottomettersi alla realtà coloniale – quella che non riesce a riconciliare la continua rottura della società palestinese dai tempi della Nakba, quella che crede che l’unità palestinese sia l’unica soluzione. Nena News

 

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pubblicato il in Conflitti Globalidi redazioneTag correlati:

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