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Senza pudore

Se Saeb Erakat si dimette per il fatto che i documenti delle rivelazioni di Aljazeera sono stati sottratti dal suo ufficio e non per il contenuto stesso di questi documenti, Abu Mazen non trova altro che indire elezioni a tutto campo, amministrative, legislative e presidenziali. In condizioni di normalità tale provvedimento sarebbe stato accolto con gioia, ma quando la frantumazione è al suo apice è difficile accettare un passo che rischia di accentuare il conflitto interno fino al punto di non ritorno.

Abu Mazen è disperato e con esso tutto il suo entourage; egli si trova oramai solo e senza nessun appoggio politico regionale che abbia un certo peso. Cosi si trova a scegliere tra due opzioni:

1- di andare avanti con la sua attuale politica riparandosi ancor di più sotto l’ombrello USA e sionista. Questa scelta, viste le novità travolgenti che soffiano sulla regione, lo porterebbe a maggior isolamento e debolezza. Un passo questo che significherebbe un suicidio politico per tutta la cricca. L’imparzialità e la documentata faziosità degli USA lo porterebbe a maggiori concessioni gratuite con lo scopo, unico, della sopravivenza. Ciò significa governare con il pugno di ferro e considerando che l’attuale regime è basato su un governo di polizia molto accentuato, in futuro si prospetta una repressione che non lascia nessuna finestra di libertà. Repressione e soffocamento della popolazione neh segno letale della prassi.

2- Risolvere la questione dell’unità lesa del popolo palestinese e dei suoi movimenti di rappresentanza. Rinnovare l’OLP ed innovare il proprio Statuto e regolamento interno, rilanciare la lotta della libertà e per l’indipendenza.

Siamo agli antipodi, il secondo processo mette il popolo al centro del protagonismo, mentre il primo lo annulla.

Incoraggiare il protagonismo attraverso l’associazionismo e i Comitati popolari volti a proteggere gli interessi della popolazione e/o delle singole comunità e dentro ai quali si esplicitano l’unità nazionale e l’agire democratico plurale.

È difficile ipotizzare il compimento dell’unità nazionale (qualcuno preferisce parlare di riconciliazione, un termine questo che odio adoperare nel contesto arabo visto che tutto finisce con il bacio mediatico sulle guancie lasciando la sostanza delle divergenze intatta) se non vengono affrontati i nodi principali della divisione. Si tratta di due scelte, come ho già scritto, contrapposte:

* Quella scelta dall’ANP consiste nell’asservimento incondizionato se non per la ricerca della propria sopravvivenza. L’ANP, alla pare dei regimi totalitari nella regione, ragiona come regime costituito e compiuto. Ha smesso ormai da tempo di agire e persino di auto concepirsi come movimento di liberazione e, come tutti i regimi arabi è convinta di potersela cavare attraverso l’appoggio e la protezione esterni. Onde garantirsi tale protezione questo regime come tutti gli altri è chiamato ad infinite concessioni e servizi degli interessi imperialisti degli USA in primis e sionisti e dell’Europa in seconda. Questi interessi vanno oltre la sopravvivenza o meno di questi impiegati e, alla prima occasione vengono lasciati, gli impiegati per inteso, al loro destino come abbiamo appena visto accadere in Tunisia ed in Egitto. L’ANP probabilmente ha giocato tutte le sue carte ed è giunta al punto in cui non ha più niente da concedere. Abu Mazen e la sua cricca appaiono per quello che sono e le loro mosse per acquistare i favori della piazza è un tentativo disperato (la messa in scena di quella che appare una sfida agli USA con il voto al consiglio di sicurezza ONU rientra in questo

gioco delle parti, poiché gli statunitensi non osano fare pressioni significativi in questo momento storico, ecco che lasciano fare). L’impopolarità di Abu Mazen è giunta al suo apice e lo sfaldamento del suo gruppo Alfatah sembra essere in sanabile. La caduta del regime di Mubarak in Egitto è senza dubbio un colpo mortale e priva l’ANP dal suo ombrello regionale.

* Hamas, dall’altra parte, sembra essere il movimento uscito vincitore da questo lungo confronto. Pur presentando crepe allarmanti, i paesi e movimenti del rifiuto (il rifiuto di processo di Camp David) o della resistenza all’offensiva imperialista sono quelli che riusciranno forse ad uscire con il minore danno da questa rivolta araba. Il movimento islamista al governo nella Striscia di Gaza, pur ricco di personaggi pragmatici al suo interno, non sembra abbia colto il messaggio proveniente dalle piazze arabe, ovvero la garanzia delle libertà individuali e collettive. Hamas continua ad egemonizzare la leadership della lotta e resistenza del popolo di Gaza e, punisce chiunque effettua uno strappo al suo strapotere e regole. Alla pare dell’ANP si auto considera l’unico potere legittimo a governare non solo a Gaza ma ovunque in Palestina e nella diaspora. Questa legittimità, secondo gli stessi di Hamas, deriva dalla fiducia che parte del popolo gli abbia concesso nel 2006 durante le elezioni svoltosi quell’anno. Hamas dimentica che quella fiducia deriva da una parte sicuramente minoritaria (in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza, dove si sono svolte le elezioni, vi sono 4.5 milioni che sono quasi un terzo del popolo palestinese) e dimentica che quella legittimità deriva dal processo di Oslo che dichiarano di rifiutare. Questa arroganza e prepotenza rischia di essere, alla lunga, infruttuosa per lo stesso movimento. Al momento il rischio forse è inesistente grazie al discorso popolista e alle politiche di resistenza che ella porta avanti. Poiché il movimento è stato boicottato ed assediato a livello mondiale, esso suscita ancora molte simpatie per il ruolo di vittima alla pare della popolazione. La situazione di Gaza sotto l’assedio e il bombardamento, la resistenza delle forze della lotta palestinese alle violenze ed aggressioni criminali sioniste, in testa Hamas, fa sicché non monti il dissenso.

Detto questo, entrambi i configgenti principali, Hamas e Alfatah, presentano due progetti tra loro inconciliabili e, tra questi due, quello che rischia di più è sicuramente quello che ha già esaurito tutte le sue cartucce e si trova ad avere niente da sparare. Nella situazione attuale, finita l’era di Mubarak, l’assedio della Striscia di Gaza potrebbe essere revocato o al limite allentato da parte egiziana, la cultura della resistenza avrà un’impennata che galvanizzerà le piazze palestinesi ed arabe che non hanno mai accettato questo processo che lì sottomise agli interessi imperialisti. Alla luce di quanto sta succedendo in tutta la regione Abu Mazen e la sua cricca cadranno ed è solo questione di tempo che, presumo, non dovrebbe essere lungo.

 

20 febb. ‘011 _Kutaiba YOUNIS

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