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Siamo dentro una lunga tempesta

Quanto accaduto in Venezuela conferma che l’America Latina vive una svolta storica, che non sarà breve e che colpirà i popoli più dei governi, dice Raúl Zibechi in un’intervista con Radio Alas, in Argentina.

di Raúl Zibechi, da Comune-Info

La situazione è molto complessa, molto dura, e non abbiamo chiaro cosa succederà, anche se abbiamo qualche idea di ciò che sta accadendo. Tu da tempo stai lanciando segnali di allarme su molte delle dinamiche in corso. Ci interessa molto il tuo modo di collegare tra loro i diversi processi che stanno attraversando il pianeta.

Seguendo l’orientamento zapatista, io penso – e pensiamo – che siamo nel mezzo di una tempesta. E che questa tempesta, nei prossimi mesi e anni, andrà aggravandosi. La fase finale della tempesta è cominciata con il genocidio del popolo palestinese: da tre anni assistiamo alla situazione che vive Gaza e l’insieme del popolo palestinese. Ci sono poi altri fronti, e ora l’attacco al Venezuela conferma che siamo, soprattutto in America Latina, di fronte a un momento di svolta storica. Una svolta che non durerà due giorni. Siamo in un tempo nel quale ciò che sarà colpito non saranno solo i governi, ma i popoli. L’impatto sarà tremendo, distruttivo, negativo, e, a mio avviso, non siamo preparati ad affrontarlo. La forza imperiale è enormemente superiore alle capacità di resistenza dei nostri popoli. È duro dirlo, ma credo sia necessario guardare la realtà in faccia e assumerla per quella che è.

Secondo te esistono margini di azione per ridurre l’impatto? Se non possiamo fermare questa enorme forza imperiale, esistono strategie che i popoli possono darsi per attenuarne gli effetti?

Prima di tutto dobbiamo avere chiara la dimensione dell’impatto. Dopo la distruzione di Gaza, gli attacchi in Libano, in Siria, in Iran, e il fatto che lo Stato di Israele sia uscito praticamente impunito da tutto questo – nonostante le condanne e le manifestazioni – vediamo oggi l’Unione Europea proporsi di rafforzare seriamente le relazioni con Israele, firmando anche accordi energetici, come quello con l’Egitto sul gas.

Ora il governo Trump non solo attacca il Venezuela, ma distrugge una parte significativa delle sue installazioni militari. Il Venezuela disponeva di capacità difensive, e il presidente viene sequestrato in un’operazione condotta senza perdite, in modo sorprendentemente facile. Qualcosa è accaduto e ancora non sappiamo cosa.

Inoltre, Trump minaccia Petro in Colombia e il Messico. Siamo di fronte a un’offensiva di una portata senza precedenti, almeno per quanto ricordi. Hanno dichiarato apertamente di voler controllare il Venezuela fino a quando il presidente o la presidente sarà qualcuno di loro gradimento.

Di fronte a questo scenario, penso che i popoli abbiano bisogno di rifugi, di arche – come mi piace chiamarle – capaci di navigare e galleggiare nella tempesta. Perché oggi ciò che è in gioco è la sopravvivenza dei popoli, non delle singole persone, ma dei popoli nel loro insieme. E quando dico “popoli” intendo soprattutto quelli che stanno più in basso: popoli neri, popoli originari, contadini, periferie urbane… Più si è in basso, più l’impatto è duro e minori sono le capacità di difesa. Non è lo stesso affrontare una tempesta sistemica generalizzata per una classe media o per chi vive ai margini. E a questo si aggiunge la tempesta ambientale, che ci colpisce in modo sempre più violento.

Per questo credo che sia fondamentale disporre di territori, spazi, luoghi che ci diano riferimento come popoli: luoghi in cui poter stare, in cui sentirsi relativamente al sicuro, in cui esistano le condizioni minime per sopravvivere. Questa offensiva è appena iniziata e, a mio avviso, durerà almeno venti o trent’anni, indipendentemente da chi sieda alla Casa Bianca. Anche se si dice “a Trump restano tre anni”, la politica non cambierà, perché non dipende più da una singola persona. Dobbiamo quindi pensare in una prospettiva di lungo periodo, di ripiegamento strategico. Gli zapatisti parlano di orizzonti di centoventi anni: lottare affinché tra centoventi anni una bambina possa scegliere liberamente cosa essere. È di questo che si tratta.

Siamo in una fase di transizione tra egemonie, in cui gli Stati Uniti hanno deciso di rafforzarsi in America Latina per mantenere il loro ruolo imperiale. Il caso del Venezuela va letto in questo contesto più ampio. Basta guardare dove minacciano: Caraibi, Messico, America Centrale, Groenlandia, Canada. Vogliono circondarsi di una zona “sicura”. Questa zona sicura comprende tutta l’America Latina, con le sue risorse naturali e i suoi popoli, per poter affrontare l’ascesa dell’Asia e della Cina, che in molti ambiti li sta superando. Il primo passo è quindi una comprensione lucida e calma di ciò che sta accadendo. Oggi nessuno Stato della regione – nemmeno i due più importanti, Messico e Brasile – è in grado di affrontare questa offensiva. Figuriamoci altri Paesi, come l’Argentina o l’Ecuador, dove addirittura i presidenti festeggiano. Questo ci dice che per le destre concetti come sovranità nazionale e indipendenza non sono più un riferimento: celebrano apertamente un’invasione.

A cosa attribuisci questo aumento della violenza e degli attacchi diretti, senza più le mediazioni del passato?

Alla decadenza degli Stati Uniti. Lo riconoscono loro stessi quando dicono “rendere di nuovo grande l’America”: significa che non lo è più. Hanno compreso che non possono competere con la Cina. Per questo si sono ritirati dall’Ucraina, dall’Asia (fatta eccezione per il Giappone), e concentrano le forze nel nostro continente. Non bombarderanno Russia o Cina: concentreranno qui la loro potenza. Questa scelta è esplicitata nell’ultima strategia nazionale di difesa approvata negli Stati Uniti. Fino a poco tempo fa l’obiettivo era contenere la Cina; ora non ci riescono più. La Cina, solo nel 2025, ha varato sette cacciatorpediniere. Gli Stati Uniti non riescono a vararne nemmeno una all’anno. La tendenza è chiara: non potendo competere lì, si rafforzano nel “cortile di casa”, devastandolo.

Non accetteranno governi che non gradiscono. Possono dire che Maduro è una dittatura, ma Petro è stato eletto democraticamente. Eppure Trump lo minaccia apertamente. Questo non lo fa con Xi Jinping o con altri leader globali, ma con i presidenti latinoamericani sì. Il pretesto oggi è il narcotraffico, ma sappiamo tutti che non è questo il vero motivo.

Di fronte a tutto questo, molti si chiedono cosa abbiamo imparato come popoli negli ultimi anni. Se guardiamo dal punto di vista dei popoli, i governi progressisti hanno avuto un ruolo centrale nell’indebolire i movimenti sociali e popolari: politiche assistenziali, demobilitazione, elettoralismo di corto respiro, forte personalizzazione del potere. Abbiamo rimosso dall’analisi l’autodistruzione del progressismo in Paesi come Bolivia e Argentina e le conseguenze devastanti che questo ha avuto sulle popolazioni organizzate. Oggi ci troviamo in una situazione di offensiva multipla: governi locali reazionari, governi imperiali e repressioni mirate in specifici territori, come nel caso del popolo mapuche. Le forze per resistere frontalmente non ci sono. Occorre quindi unirsi, ripiegare, senza smettere di agire: continuare a mobilitarsi, denunciare, ma soprattutto avviare un dibattito profondo su come siamo arrivati fin qui, sugli errori commessi e sulle strade da ricostruire.

*Immagine in alto: Dipinto di Valeria Cademartori

6 Gennaio 2026

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