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A’ l’è Düra, ma non drammatizziamo (Giorgio dal carcere)

Saluzzo, 30 marzo 2012

Gli articoli sui giornali locali che hanno riportato il comunicato della sezione “ISOL”, la visita della delegazione, la conferenza successiva a Saluzzo, infine il partecipato presidio di sabato 4 marzo hanno rotto la normale “routine” del carcere e ulteriormente innervosito la direzione e il comandante che si arrampicano sugli specchi per difendere il loro operato. Il presidio è stato sentito in tutta la prigione, i detenuti che incontro quando vado a messa, appartenenti alla prima e seconda sezione ALTA SORVEGLIANZA, il barbiere, il bibliotecario e lo spesino riportano che in tutte le sezioni sono sei in totale, sono contenti e ringraziano per l’attenzione che c’è intorno al carcere di Saluzzo. Andiamo avanti a piccoli passi.

Vi racconto uno spiacevole episodio successo nella nostra sezione “ISOL” DOMENICA 18 MARZO. Da metà marzo scendo all’aria dalle 13 alle 15, sono l’unico quasi sempre, gli altri preferiscono rimanere a giocare a carte o chiacchierare nel corridoio che scendere ognuno divisi nel suo cortile/box. Quando risalgo vengo a sapere quello che è accaduto. Appena “aperti” due giovani detenuti hanno un acceso diverbio per futili motivi dovuti al nervosismo che si è venuto a creare nel fine settimana quando si sono esaurite le sigarette e il tabacco. Intervento delle guardie e chiusura in cella per tutti. Un detenuto, lo stesso che aveva già subito una “ripassata” di botte a metà dicembre si rifiuta ed insulta gli agenti, quasi tutti graduati, viene portato in ufficio lontano da sguardi indiscreti e colpito con una nuova scarica di botte e calci.

Pur essendo un ragazzo che fa palestra ed incassa “bene” quando è arrivata giovedì la delegazione con Vattimo, Artesio e Biolè erano ben visibili i segni sul volto e sul corpo. Nei giorni precedenti nonostante le proteste il comandante aveva cercato di minimizzare, spingendosi a dire che il ragazzo si era picchiato da solo. Dopo la visita della delegazione, il giorno dopo lo hanno convocato per raccogliere la testimonianza e fatto refertare in infermeria. In questi casi il detenuto cerca di farsi assistere dall’avvocato, che per ogni istanza va pagato se no ti trascura o ti consiglia il silenzio che è sempre meglio per il tuo futuro processuale.

Aldilà di frasi fatte in prigione c’è gente informata dei fatti che raccontano problemi e speranze. E’ difficile aspettarsi da un detenuto che ha dieci anni alle spalle scontati e che ne ha 28 da fare, che “spera” di avere il primo permesso fuori per vedere la moglie ed i due bambini oramai ragazzi, che si esponga quando un solo rapporto punitivo può precluderti ogni speranza.

L’attacco telematico di alcune settimane orsono di anonymous in cui è stato attaccato il site del ministero di grazie e giustizia ha comportato a Saluzzo il blocco della spesa per due settimane della “spesa” per i detenuti (risulta che abbia colpito tutte le carceri italiane). Pur essendo la “spesa” uno dei momenti importanti e delicati, non ho sentito un solo detenuto lamentarsi contro anonymous, ma tutti contro la direzione, che non sistemi manuali vecchia maniera avrebbe potuto garantire comunque lo stesso il servizio. E’ stato sicuramente un attacco ben calibrato che ha colpito in profondità il sistema informatico del ministero.

Alcune lettere che ricevo (ne approfitto per ringraziare) sono intrise di un certo vittimismo: “poverino, tieni duro, che brutte cose ti stanno facendo”. Ebbene questo è un modo sbagliato di porsi. Alessio, Maurizio, Marcelo, Luca e Juan si trovano in forme diverse nelle mie stesse condizioni. Isolamento e sovraffollamento, silenzio e rumore creano “stati d’animo” diversi e molto soggettivi. Sdrammatizzando, ora c’è qualcosa di diverso nella mia vita, poco avvezza alle novità e al nomadismo, che ha sempre preferito il fresco della montagna e guardato con sospetto al rito del sole in spiaggia, il mare considerato come una bacinella d’acqua o poco più. Non per niente da vent’anni passo in tenda i primi 10 giorni di agosto ai duemila metri della valle argentera, tra la val di susa e la val chisone. Eppure da quando è entrata in vigore l’ora solare, dalle 13 alle 14, il sole “batte” in un angolo del cortile d’aria, faccio la “tintarella” su un tappetino di fogli di giornali e una bottiglia di plastica come cuscino, l’asciugamano è vietato, il capoposto afferma che nemmeno il giornale sarebbe consentito all’aria dell’isolamento, secondo lui, si potrebbe arrotolarli e dargli fuoco. Mah. (c’è solo cemento dappertutto e una porta di ferro e i segnali di fumo stile apache non sono capace di farli). La novità di oggi venerdì 30 marzo: un agente seduto su una sedia posizionata a controllarmi davanti alla mia aria per tutta la durata della stessa. Ha ricevuto l’ordine dal capoposto.

A differenza di qualcuno che è caduto dal ramo come un fico secco, l’operazione scattata il 26 gennaio dagli “organi competenti” era prevedibile. Come comitato di lotta popolare di Bussoleno, da settembre in avanti ci siamo adoperati a preparare il terreno perché i nostri militanti e gli attivisti del movimento prendessero in considerazione tale ipotesi con possibilità senza inutili isterismi e paure, ben sapendo che per come è fatto il movimento NO TAV, nel suo essere una comunità popolare in lotta variegata e trasversale, nulla era scontato. Non volevamo cadere nella trappola lotta/repressione/ghetto, che con il ricatto e la paura indebolisce fino ad ammazzarle le lotte, ma fosse invece parte integrante, anzi una spinta propulsiva alla lotta, che ne rafforza la mobilitazione.

Scontato, per noi, soggettività militanti che innocenza e colpevolezza sono categorie dannose e distorte, che essere in attesa di giudizio o condannati poco cambia. Dopodiché, da qualche parte che non siano le nostre granitiche certezze bisogna partire per aprire contraddizioni e costruire consenso ad una battaglia di libertà contro il carcere. Altrimenti accettiamo il terreno della finzione dello “scontro totale” che necessita di ben più approfondite analisi e riflessioni. Ma in quel caso perché fare gli “uccel di bosco” e poi costituirsi usando l’alibi del gesto personale? Lì non serve più la continuità, ci si inchina di fronte all’individuo, questa si massima personalizzazione possibile.

Da quando tirano forti i venti della crisi si sente che qualcosa scricchiola, c’è fragilità nel meccanismo ben oliato della riproduzione e dell’accumulazione del comando capitalista sulla società. Quando Caselli a Torino, non a Palermo ripete in continuazione la cantilena “mi sento solo”; quando i politicanti di ogni sorta si ubriacano a suon di frasi fatte “siamo in democrazia, difendiamo il vostro diritto a manifestare” senza disturbare troppo, perché nulla deve inceppare il “sistema” in cui ingrassano i padroni, speculatori, devastatori, sindacalisti vari, meschini individui, supposti amici e veri nemici. Quello che accomuna un nostro ex alleato a Venaus nel 2005 Pecoraro Scanio, in pensione a 48 anni a quegli spaventapasseri bipartisan di Ghiglia ed Esposito.

Uno strano disgusto è quello provato dalla scenetta della maglietta sulla Fornero con quel trombone di Diliberto che si smarca. Meno normale una Ministra Fornero che dal suo punto di vista, di classe, dice “non ci hanno chiamato al governo a distribuire caramelle” e si assume le sue responsabilità. E’ invece penosa la signora che indossava la maglietta che per due giorni si è rinchiusa in casa per la vergogna a piagnucolare. In questa storiella sta tutto lo schifo di un certo modo di fare politica e sindacato a base di tarallucci e vino, pane e democrazia, compromesso e mediazione, perché siamo tutti sulla stessa barca. La signora lasci perdere t-shirt, video e foto, rispolveri qualche libro novecentesco su chi è amico e chi è nemico, chi sta da una parte e chi sta dall’altra parte della barricata.

Non ci si lasci imbambolare da Napolitano, non è sopra le parti, è parte del problema. Alla retorica della democrazia come status quo per non cambiare mai bisogna contrapporre la forza della partecipazione come diversità ed alterità al quadro dominante. Lavoriamo perché prima o poi, non qualcuno ma pezzi

importanti di una nuova composizione di classe gliene chiedano il conto. Non mi piace il gioco d’azzardo, però, siamo ambiziosi, aspiriamo nel nostro piccolo a far saltare il banco.

A’ l’è Düra.

 

GIORGIO

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