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Non parlo di Barack, parlo di Maurizio

Riportiamo un articolo di Massimo Zucchetti apparso sul Manifesto all’indomani delle elezioni americane.

Tutti parleranno delle elezioni americane, oggi, e magari ci si aspetta da me, dato che ora risiedo temporaneamente negli USA, che scriva un lungo e forbito elzeviro su Barack Obama ancora sul soglio per altri quattro anni. Niente affatto, io purtroppo – essendo borderline – sono rimasto abbastanza freddo davanti a questo avvenimento. E ho pensato ad altro.

Invece che di Barack, di cui parlan tutti, parlo di qualcun altro, di cui non parla nessuno o quasi. Parlo di Maurizio.

Paolo Maurizio Ferrari.

Nessuno – se non i compagni di lotta – si ricorda molto di lui, che è in galera dal 27 gennaio per la sua militanza NOTAV. Dopo averne fatti trenta, dal 1974 al 2004, senza aver commesso reati di sangue, solo per non essersi mai pentito né dissociato. “L’ultimo degli irriducibili”, così si permessa di etichettarlo la stampa di regime, in maniera che definirei banale e stucchevole.

Rileggendo le memorie di Alberto Franceschini, “Mara, Renato ed io”, in questi giorni, è riemerso il suo nome. Già nel 1974 i compagni volevano chiederne la liberazione, addirittura programmando un rapimento importante.

I tempi sono cambiati, tutto ciò sembra sepolto e pare siano passati dei secoli: eppure Maurizio è ancora lì, in galera, ed ha 67 anni.

Un amico mi ha raccontato di averlo conosciuto, Maurizio Ferrari, due anni fa a una cena di solidarietà, alla “Stamperia occupata”, centro sociale di Milano, dove c’era anche suo figlio e dove Maurizio si prodigava per questi ragazzi; mi dice che è una persona generosa e buona, che a quasi 70 anni non esita a salire sui tetti se c’è uno sgombero. La Stamperia è stata infatti sgombrata nel febbraio 2011.

Insieme a questo amico condividiamo un pensiero: l’arresto di Maurizio per gli scontri in Valsusa è umanamente sleale; al di là delle ragioni, il risultato è quello di associare, con il suo nome “ingombrante” di ex-brigatista, il movimento NOTAV con improbabili scenari terroristici degli anni ’70. Un “filo rosso”, lo stesso termine che usa Franceschini nel suo libro, quando parla del filo che avrebbe legato alcuni partigiani del reggiano alle nascenti BR, teoria alla quale io non credo. Qui, ora, la criminalizzazione subliminale del NOTAV è evidente. Questa è anche la ragione che ha portato all’arresto di Antonio Ginetti, tra l’altro.

Fra i primi brigatisti ad entrare in galera, nel 1974, Maurizio è stato l’ultimo a uscirne, dopo trent’anni. Ha trascorso questi tre decenni, una vita, senza chiedere nessuno sconto, senza usufruire mai di un solo giorno di permesso premio, né di un beneficio.
Poi, a gennaio di quest’anno, di nuovo dentro, arrestato insieme ad altre decine di militanti, anch’essi quasi tutti usciti dal carcere, per fortuna, tranne lui e altri due.

Io però adesso mi sentirei di chiedere: BASTA.

Vorrei – sarebbe un sogno – che all’improvviso tutti mollassimo di parlare di Barack Obama, mollassimo le polemiche e a sorpresa ci sollevassimo per chiedere a gran voce: Maurizio libero. Maurizio libero senza se e senza ma. Maurizio fuori dal carcere anche se non tratta.
Non credo avrà piacere di questo mio articolo, se mai glielo faranno leggere, perché è uno che non chiede mai aiuto, ha fatto della coerenza la sua ragione di vita. Poi, si possono condividere o meno le sue idee, ma perlomeno va rispettata la sua coerenza. E io dico almeno: non dimentichiamolo.

E – che a lui importi o no – lo vogliamo fuori dal carcere.

da ilmanifesto

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pubblicato il in Crisi Climaticadi redazioneTag correlati:

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