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‘A viso coperto’: celerino buono, celerino cattivo

C’è il poliziotto buono con gli orecchini – «una volta entrato in Polizia […] mi è venuto questo desiderio di rappresentare un po’ una traccia di diversità, come se la mia parte artistica chiedesse spazio», ha detto alla Bignardi – che naturalmente «sa che cosa significa trovarsi in mezzo ai corpi che combattono e conosce la ferocia degli scontri allo stadio» (dalla quarta di copertina).

C’è il Prestigioso Premio Letterario, ossia il Premio Calvino 2012.

Poi ci sono una sfilza di recensioni giuste – ed in particolare quella su Repubblica di Carlo Bonini, cronista di punta e autore di Acab[Il libro di Gazzaniga, nda] È un viaggio primario. Come le sue coordinate: violenza, amicizia, fratellanza, onore. Come i suoi odori: quelli del sangue e del sudore. Come il testosterone, che ne è il motore arcaico. […] Capace, per passo narrativo e potenza corale dei personaggi e del loro punto di vista alternato, di trasfigurare la realtà della curva, della strada, del feroce scontro tra “travisati” – poliziotti e ultras – in epica urbana.

E infine c’è la consacrazione televisiva nel salotto ultra-buonista di Daria Bignardi, che si dichiara «molto colpita» dal libro di Gazzaniga perché fondamentalmente si parla di violenza, scontri, sesso e dell’adrenalina «che si prova a scontrarsipicchiarsi». Il momento topico dell’intervista arriva quando la conduttrice, con espressione lievemente sofferta, pone a Gazzaniga la ferale domanda: «A te è capitato di fare del male

In pratica, siamo di fronte ad un libro teoricamente inattaccabile – se non fosse per qualche piccolo dettaglio.

Anzitutto, il libro è spaventosamente lungo per com’è scritto. In oltre 500 pagine di serrata «epica urbana», Gazzaniga tenta di intrecciare tra loro decine di personaggi e altrettante sotto-trame. Ma non essendo James Ellroy (e nemmeno una scadente imitazione), il romanzo ha cali d’intensità clamorosi e si sfalda di continuo, toccando spesso e volentieri vette francamente ridicole, su tutte l’obbligatoria Strana Storia D’Amore tra il Celerino e la “Zecca” antagonista1. Prendiamo questo dialogo tra i due amanti, ad esempio:

– Guarda che tanto non divento comunista, – scherzò Gianluca.
Lei accennò uno schiaffo, che finì in carezza.
– Invece dico che ce la farò. Ti trasformerò nel primo mostro celero-comunista!
– Eppure ce n’è qualcuno in caserma, sai? Abbiamo un maresciallo che va in giro vestito come gli amici tuoi.
– Ma di certo non è bello come te -. Lo sguardo di Elisa diventò malizioso. Iniziarono a baciarsi, si accarezzarono, si ritrovarono a fare l’amore.

Oppure metafore imbarazzanti (di cui è infarcito il libro, tra l’altro) come questa: Pigiò il pulsante di sblocco e il ferro appuntito sgusciò fuori dal manico come un serpente da sotto una pietra.

La descrizione degli scontri – che dovrebbe essere il “pezzo forte” del romanzo – più che restituire il caos, la convulsione e l’eccitazione del momento, assomiglia terribilmente a una puntata di Holly e Benji con poliziotti e ultras al posto di adolescenti giapponesi: ridondante, interminabile, involontariamente comica e avulsa dalla realtà.

Avete presente quando nell’anime un giocatore fa una rovesciata, l’immagine si blocca e parte una snervante digressione su allenamenti/storie personali/ecc.? Ecco, nel libro di Gazzaniga succede esattamente lo stesso. Poco prima dello scontro finale tra il gruppo ultras Facce Coperte e i celerini, uno degli ultrà si mette a formulare questi pensieri: Una parte lontana del suo cervello prova a dirgli che fra quei caschi a cui hanno intenzione di fare davvero male – almeno per una volta, una volta ma sul serio – ci sono anche persone tranquille. Brave persone. Mica sono tutti matti esaltati, come pensano gli ultrà che non sanno un cazzo della polizia. Certo, ci sono sbirri che si eccitano negli scontri, ma altri che vogliono solo accumulare ore di straordinario, altri ancora che allo stadio ci vengono malvolentieri e vorrebbero essere in un milione di altri posti piuttosto che lí. Tipo pensare a moglie e figli, come dovrebbe fare lui.

Il pessimo livello di scrittura non solo rende totalmente piatti e macchiettistici i personaggi (come ha scritto il tweep Zeropregi, non c’è nessuna empatia tra lettore e personaggio: «non ci si immedesima mai né con gli ultras/poliziotti cattivi né con gli ultras/poliziotti buoni»), ma impatta direttamente sull’impianto “politico” del romanzo.

Le intenzioni originarie di Gazzaniga sono piuttosto palesi: rendere la complessità della «guerra» tra ultras e poliziotti; fornire uno sguardo dall’interno sulla gestione dell’ordine pubblico; dimostrare che la sindrome del G8 è una malattia che colpisce entrambe le parti; tentare «di far recuperare credito ai reparti celere, […] mostrare che dietro quelle divise ci sono uomini con la loro complessa quotidianità, i mutui da pagare, etc. etc.» (sempre Zeropregi); ed infine “immergersi” nella sottocultura ultras per restituire al lettore un riquadro veritiero di essa.

L’autore vuole dimostrare di aver studiato la materia e infila diversi capitoletti in cui vengono citati gli studi sociologici sugli hooligan condotti da Ian Taylor e della Scuola di Oxford2, ma sistematicamente ignora le strategie italiane di ordine pubblico sul calcio dispiegate negli ultimi trent’anni. Questo passaggio è esemplificativo: Quando eravamo ausiliari, qui al reparto, pestavamo ogni domenica come ferrai e non dovevamo mica giustificare nulla. E pure loro facevano come volevano: agguati, scontri, danneggiamenti, cortei non autorizzati. Però non ce l’avevano con la polizia e c’era meno politica. In molte curve è stato quello lí, il cambiamento.

In realtà, come ricostruito dal compianto Valerio Marchi (e molti altri), la politica in un certo senso c’è sempre stata nelle curve. Il vero “cambiamento” è avvenuto quando lo stadio si è progressivamente trasformato in un perenne «laboratorio di esercitazione coercitiva»: L’abnorme apparato repressivo schierato negli stadi ha infatti condizionato non poco l’evolversi della cultura ultras: la progressiva «blindatura» delle strutture sportive e delle zone adiacenti ha prodotto un innalzamento del livello di scontro con l’elaborazione di strumenti da offesa e difesa. […] Le evidenti finalità «ideologiche» delle strategie adottate hanno inoltre sancito la definitiva trasmutazione della figura del poliziotto da quella sorta di «arbitro», come a lungo è stata in Inghilterra, ad avversario principale nonché terza «tribù» in campo.

Una delle peculiarità del modello italiano di OP negli stadi, infatti, è proprio il ruolo ricoperto dalla polizia. Scrive Marchi ne Il derby del bambino morto (2004): Lo scontro tra tifoserie è dunque sempre più sostituito da quello con la polizia, che finisce per svolgere un ruolo catalizzatore di «terza tribù» in campo. Non le si riconosce, come nell’originale modello inglese, il ruolo di arbitro pugilatore che, con i propri energici «break!», impedisce che si vada troppo oltre nello scontro, ma le si imputano anzi atteggiamenti e motivazioni da «teppisti in divisa». Lo scontro a due delle origini viene ricodificato in uno scontro a tre, con la polizia nel ruolo della tostissima «blue firm».

L’assenza di una valida riflessione sull’OP si accompagna – nonostante tutti gli ostentati sforzi di «comprensione» di Gazzaniga – alla rappresentazione dell’ultras tipo che emerge dal romanzo, che non si discosta troppo dall’immagine ormai radicata nel sistema massmediale e nella società. Ossia quella di un «delinquente nazistoide che vuole appropriarsi del calcio per specularci sopra e che vuole togliersi di torno, con qualsiasi mezzo, gli unici che ne possano mandare a monte i piani» (Valerio Marchi). Una figura fondamentalmente indifendibile, un «animale senza regole», un «cancro sociale». In due parole: un Folks Devil.

Per svolgere il proprio ruolo il Folks Devil non deve però avere sfumature, deve essere un cattivo a tutto tondo, senza alcuna possibile giustificazione o motivazione. Deve sommare in sé le brutture del mondo: deve essere violento, rozzo, amorale, subdolo. Deve essere un delinquente, un drogato, un razzista. […] Ma, soprattutto, deve essere inintelligibile, minacciosamente incomprensibile.

Nel romanzo, il personaggio di “Lupo” assomma in sé tutte queste caratteristiche: è un sottoproletario anomico, violento, rozzo, amorale, razzista e fascista che pippa cocaina a tutto spiano. È anche colui che, verso la fine del libro, lancia una bomba carta e fa saltare un occhio ad un poliziotto. E ovviamente non al poliziotto violento del libro; no, a quello più sfigato del gruppo, Fabio, che ha un figlio autistico, la moglie depressa e una mezza tresca triste su Facebook.

Del resto, il romanzo non poteva finire altrimenti. Nel 2007, dopo l’omicidio del poliziotto Filippo Raciti, Riccardo Gazzaniga aveva scritto cosa pensasse veramente degli ultras in una lettera piuttosto dura:

Indignatevi quando vedete persone che vanno in giro con le felpe con scritto sopra “Ultras”, “Warriors”, “Fighters”, “Collettivo” o altre cazzate del genere vantandosi di appartenere ad un mondo di forza, furore e valore bellico che esiste solo nelle loro teste malate. Un mondo che dovrebbe prevedere la possibilità di scannarsi reciprocamente e, anche, coinvolgere chi cerca di fermarli. Un mondo in cui l’unico valore è la violenza infame di chi sfrutta il gruppo per sentirsi qualcuno. Questa è gente senza palle. Uomini falliti, forti solo con la faccia coperta e le armi addosso. Gente che da sola non vale nulla. Gente che da sola non protesterebbe per niente e contro nessuno, neppure se gli portassero via la casa o gli pignorassero tutti i loro averi, ma che in mezzo alla folla è disposta a scontrarsi in nome del Nulla.

Alla fine, A viso coperto è il doppio racconto di un gruppo di uomini in divisa – con tutti i loro problemi e difetti, certo, ma pur sempre uomini in divisa – e un gruppo di «uomini falliti», «forti solo con la faccia coperta e le armi addosso», che «da sola non vale nulla». Sia chiaro, non c’è nulla di male in questa impostazione – e in giro c’è anche di peggio. Il punto è che Gazzaniga rimane pur sempre un poliziotto, con una certa impostazione mentale e determinati codici culturali.

Quello che è davvero irritante è l’estrema supponenza che trasuda dall’intera operazione commerciale/narrativa. Per oltre 500 pagine il romanzo tenta (miseramente) di capire le ragioni profonde del «malessere» del nemico, prova a rintracciarne le motivazioni e anela a calarsi nei panni dell’avversario per analizzarlo e comprenderlo. Ma lo fa sciattamente, senza convinzione, ponendosi – e nemmeno troppo velatamente – in una posizione di superiorità. È un atteggiamento che Italo Calvino ha spiegato alla perfezione in La giornata d’uno scrutatore[Amerigo Ormea (protagonista del romanzo), nda] si buttava allora coi suoi pensieri nella direzione d’un possibilismo tanto agile da permettergli di vedere con gli occhi stessi dell’avversario le cose che dianzi l’avevano sdegnato, per poi ritornare a sperimentare con più freddezza le ragioni della sua critica e tentare un giudizio finalmente sereno. Anche qui agiva in lui – più che uno spirito di tolleranza e adesione verso il prossimo – il bisogno di sentirsi superiore, capace di pensare tutto il pensabile, anche i pensieri degli avversari, capace di comporre la sintesi, di scorgere dovunque i disegni della Storia, come dovrebb’essere prerogativa del vero spirito liberale.

«Nessuno aveva mai raccontato quel mondo dall’interno», afferma alla fine del libro Nicola, il poliziotto alter-ego di Gazzaniga nel libro. «Scrivere standoci ancora dentro era differente. Per questo non lo faceva nessuno e per lo stesso motivo il suo libro sarebbe stato unico». Ecco, A viso coperto è lontano anni luce dall’essere «unico».

da La Privata Repubblica

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