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Contagio Sociale. Guerra di classe microbiologica in Cina

Contagio sociale. Guerra di classe microbiologica in Cina (Nero Editions, Roma, 2023) racconta una storia di classe, quella dell’epidemia di COVID-19 a Wuhan.

di Dario Di Conzo, da Sinosfere

Una città millenaria, capoluogo dell’Hubei con i suoi undici milioni di abitanti, considerata una delle quattro fornaci del paese per il suo clima caldo e la sua tradizione produttiva legata all’industria pesante. Sorta sul Fiume Azzurro, la città è oggi come ieri centrale nella bussola nord-sud/est-ovest dei flussi economici del paese. La sua storia e la recente pandemia con la sua gestione e i suoi strascichi la rendono metro e specchio dei conflitti che corrono nella Cina odierna.

Il libro è una raccolta di articoli prodotti o ripresi da Chuang, un collettivo di comunisti che vivono all’interno e all’esterno della Repubblica Popolare. Il loro sito, la loro rivista, e le loro analisi penetranti sono la migliore fonte in lingua inglese per un’analisi radicale della Cina e questo testo non è da meno.

Tuttavia, se il termine “collettivo comunista” può risultare generico all’interno di un’ideologia così poliedrica, divisa e vecchia due secoli, nella Cina guidata dal Partito Comunista questa definizione rischia addirittura di diventare fuorviante.

Quindi, prima di entrare nel merito del libro, concentriamoci sui suoi autori cercando di descriverli attraverso qualche dato oggettivo, discutibili considerazioni di chi scrive ma soprattutto attraverso le loro parole.

I Chuang sono un collettivo giovane, il loro blog nasce nel 2014 e la loro prima rivista, Dead generations,1) è uscita il 5 luglio del 2016, tuttavia il collettivo è composto da individui che provengono da precedenti e differenti esperienze politiche.2)

Chuǎng 闯 è innanzitutto un carattere della lingua cinese, affascinante e dai molteplici significati. Letteralmente è “un cavallo che attraversa una porta”, ma la traduzione più precisa del termine è “carica, fretta, adrenalina”. Nella loro presentazione i Chuang affiancano la scelta del loro nome a termini quali: chuǎngguān (闯关): superare un blocco, o chuǎngzuò (闯座): partecipare ad un banchetto al quale non si è stati invitati.3)

Sicuramente non si sentono invitati a partecipare alla pervasiva macchina del partito-stato. Essi sono infatti un collettivo anonimo, antagonista al governo del quale denunciano l’ipocrisia dell’involucro marxista-leninista in una società schiacciata da rapporti sociali e produttivi intrinsecamente capitalisti.

Affibbiare etichette è sempre pericoloso e soggettivo, tuttavia penso si possano ascrivere all’area del comunismo libertario e che si possano definire intellettualmente operaisti. Sicuramente con gli operaisti italiani hanno in comune il metodo dell’inchiesta e della conricerca.

I Chuang si definiscono un collettivo di comunisti che considera la “questione cinese” di rilevanza centrale sia nella comprensione delle contraddizioni del sistema economico globale sia nel suo potenziale per l’innesco di una crisi che porti al superamento dell’ordine vigente.

Per i Chuang la priorità non è la prospettiva storica della “questione cinese” o la valutazione del processo che ha portato alla guida il Partito Comunista dopo le guerre contadine dello scorso secolo.

A interessare il collettivo è ciò che la Cina rappresenta nel presente, in quanto fulcro delle catene produttive globali, della sua capacità, maggiore che altrove, di mettere in crisi il sistema capitalistico globale. Un rovesciamento dell’ordine costituito in Cina provocherebbe infatti una crisi veramente sistemica, in cui il superamento del capitalismo potrebbe tornare ad essere orizzonte possibile delle lotte popolari.4)

Tuttavia, il libro in questione ha un perimetro più ristretto, quello delle lotte della gente comune stretta tra un virus letale e uno Stato repressivo. Un virus nato nelle condizioni sociali e biologiche imposte dalla crescita economica, di cui il COVID-19 è solo l’ultima iterazione.

Social Contagion, pubblicato in inglese dalla casa editrice Charles H. Kerr, uscito in italiano a maggio con Nero Edizioni (traduzione a cura di Enrico Gullo), una buona notizia che penso vada celebrata. Infatti, alle nostre latitudini, questa crisi epidemica ha costruito il terreno retorico per una vasta gamma di commenti “orientalisti”, spesso razzisti, dove virologia e costumi si intersecano fornendo un’immagine stigmatizzata della Cina, un regno del folclore nel quale modernità e “barbarie” si mescolano. Una visione stereotipata e polarizzante di un popolo composto da infaticabili e docili lavoratori, arricchitosi a nostre spese sotto il controllo di un’efficace macchina propagandistica dittatoriale.

Al contrario, la Cina degli ultimi 40 anni ha vissuto una forte dialettica politica, fatta di rapporti di forza in continua evoluzione sia nel Partito sia nella sua relazione con la società, dove il conflitto operaio e sociale e la sottrazione a meccanismi di controllo sono tensioni vive.

L’epidemia è poi divenuta occasione per molti media occidentali “liberali” di rilanciare analisi, più simili a speranze, in cui la crisi sanitaria si trasforma in instabilità sociale, innescando una “crisi di legittimità” per il Partito Comunista. Nonostante i desideri-previsioni del New York Times non si siano avverati, pandemia, contesto bellico e guerra tecno-commerciale promossa dagli Stati Uniti pongono sfide complesse al terzo mandato di Xi Jinping.

Il patto sociale post-Tienanmen, fondato sul dogma della crescita economica come antidoto all’instabilità sociale, si muove su un sentiero sempre più stretto, nel quale i risentimenti per le disuguaglianze sociali e territoriali si intersecano alle attuali prospettive di una crisi economica globale.

Il capitolo/articolo con cui il libro si apre, e dal quale prende il nome, si dipana a partire da due interrogativi. Il primo riguarda la relazione tra economia ed epidemiologia e l’impatto del capitalismo cinese, inteso come modo di produzione e riproduzione sociale, sulla natura e sulla sfera biologica.

Il secondo interrogativo nasce dal blocco totale introdotto nella regione, le conseguenze economiche e sociali, le forme di governo di questo atipico “sciopero di massa” imposto dall’alto, le contraddizioni inaspettate o nascoste che apre nella società cinese.

L’analisi del legame tra epidemie e contesto politico-economico considera il ruolo di migrazioni, invasioni coloniali e sviluppo capitalistico sugli squilibri ambientali e sull’emergere di virus sempre più aggressivi. Inquinamento, intensi processi di urbanizzazione, il sovvertimento degli ecosistemi locali e la messa a valore della riproduzione naturale vengono descritti come il terreno fertile in cui uomini, animali e natura, modificando repentinamente le loro relazioni e distanze, danno vita a nuove malattie accelerando sia il loro trasferimento zoonotico (il salto di specie dall’animale all’essere umano) sia la virulenza delle stesse. Si tratta di tesi riprese da biologi critici come Robert G. Wallace, il cui libro Big Farms Make Big Flu (2016) spiega in maniera esauriente la connessione tra il settore agroalimentare capitalistico e l’eziologia delle recenti epidemie, che vanno dalla SARS all’Ebola.

La Cina delle “riforme”, con i suoi record di crescita del PIL, la sua dimensione continentale e un’immensa popolazione (1,4 miliardi di persone) ha forse prodotto il maggior impatto antropico sull’ecosistema Terra, estraendo, importando, esportando e mettendo a valore materie prime, merci, lavoro e capitale in quantità ben maggiori di quelle a disposizione delle “prime” economie capitalistiche in Europa e negli Usa. La grande crescita economica cinese non è stata accompagnata da un adeguato sviluppo del sistema sanitario di base, privatizzato nel periodo post-maoista e reso non accessibile in maniera omogenea ed egalitaria a una popolazione che, nel successo economico, ha visto acuire le disuguaglianze sia tra le aree urbane e rurali sia tra le province interne e quelle costiere. A tal proposito va ricordato l’impatto gerarchizzante del sistema dell’Hukou (sistema di registrazione della popolazione su base locale), che lega l’accesso a diritti sociali e a servizi di welfare al proprio luogo di nascita e residenza non permettendo a centinaia di milioni di lavoratori e lavoratrici e alle loro famiglie di accedere, tra gli altri, ai servizi sanitari di base quando migrano dalle campagne alle città. L’articolo riporta innumerevoli scandali che hanno attraversato la sanità pubblica cinese negli ultimi anni, soffermandosi su come essa sia divenuta luogo centrale per i conflitti nel mondo del lavoro, aspetto che è stato evidenziato anche da numerose inchieste prodotte da siti indipendenti come il China Labour Bulletin.

Allo stesso tempo è necessario sottolineare come la sanità pubblica cinese che affrontò la SARS nel 2004 non sia paragonabile a quella odierna. Negli ultimi 15 anni il Partito Comunista ha investito fortemente nello sviluppo del settore e nell’ampliamento della sua erogazione sia per motivi legati alla stabilità sociale, radicati nella costante necessità del Partito-Stato di affermare la propria legittimità ed efficacia, sia per le crescenti tensioni e rivendicazioni dei lavoratori, e infine per ragioni di carattere macroeconomico.

Social Contagion mette così in evidenza la contraddizione tra la traiettoria di rapida crescita della Cina e l’emergenza nata con l’irrompere del virus, il dilemma della politica di Pechino tra la priorità data all’economia e l’urgenza di affrontare l’epidemia, restituendo la complessità di una gestione della crisi che alterna efficienza e parzialità nell’arte di governo così come nella sanità pubblica.

La gestione “spettacolarizzata” dell’epidemia esce fuori in tutta la sua inconsistenza e pericolosità nel terzo capitolo, nel quale si propone un’intervista a tre attivist* di un collettivo socio-culturale della periferia di Wuhan impegnato in varie attività che vanno dalla scuola di musica a servizi di copisteria a basso prezzo per il quartiere. Le domande e le risposte non sono intimiste, ma prevalentemente orientate a ricostruire la catena di eventi che da dicembre 2019 ad aprile 2020 ha trasformato Wuhan nel centro del mondo.

Le similitudini con quanto vissuto in Italia mi sembrano superare di gran lunga le differenze.

Le autorità sia centrali sia locali hanno dapprima sottovalutato il problema e infantilizzato la popolazione, e in seguito hanno emanato regole contradditorie, continuamente ridefinite, e imposte sotto la minaccia di multe e coercizione. Tra le similitudini penso rientri anche la preziosa funzione svolta dall’auto-organizzazione e dalla solidarietà dal basso che si sono rivelate non solo efficaci nel colmare le lacune della complessa e farraginosa macchina organizzativa del partito-stato, ma anche in grado di sopperire parzialmente a quel senso di abbandono ed impotenza davanti ad un contesto doloroso e scioccante.

Tra le differenze, si trova la vera e propria censura imposta agli organi di informazione e social di Wuhan, con gli abitanti costretti a una corsa alla notizia proveniente da Shanghai o dal Giappone mentre si avvicinava il periodo più caotico del calendario cinese, la settimana del capodanno.

Questa è un’altra differenza temporale che si è rivelata utile alla chiusura, ossia l’avvento di un fatto storico come il lockdown totale nel momento più “eccezionale” della vita cinese, che ha permesso agli abitanti di Wuhan di quasi normalizzare l’obbligo ad un perimetro domestico con scorte di cibo già accumulate per la festa familiare.

La “guerra civile contro un nemico invisibile” ha portato alla luce la profonda asimmetria tra la narrazione “estetica” di un regime efficiente e la concreta incapacità di gestione della crisi.

L’approccio iniziale che negava la gravità dell’epidemia, l’arresto del dottor Li Wenliang, uno dei primi a denunciarne i pericoli e poi scomparso a causa del covid-19, le misure contro altri medici ‘mistificatori’ hanno incrinato la macchina propagandistica del partito.

Social Contagion ci mostra perciò le criticità di un sentiero di sviluppo stretto tra il dogma della crescita, l’emergenza epidemia e una stabilità sociale mai scontata. Tantomeno ora, con il mondo che affronta la seconda recessione globale in un decennio, una crisi destinata a cambiare le l’economia e le gerarchie internazionali.

Immagine: particolare della copertina del libro.

Dario Di Conzo è dottorando in Scienze Politiche e Sociali presso la Scuola Normale Superiore. Si occupa di relazioni industriali e politiche economiche della Cina contemporanea.

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