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Le montagne, le resistenze, le comunità e la Rivoluzione

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di Sandro Moiso per Carmilla

NUNATAK, rivista di storie, culture, lotte della montagna, N° 56 primavera 2020, edizioni Nunatak, pp. 80, 3 euro

Una rivista che potremmo ormai definire ‘storica’ raggiunge il suo 56esimo numero cartaceo.
Nunatak, parola che, nella lingua dei popoli inuit del polo artico, indica le formazioni rocciose che spuntano dalla coltre ghiacciata della Groenlandia e del circolo polare antartico, da quindici anni racconta le storie, le culture e le resistenze che si sono sviluppate nell’ambito dei territori di montagna; molto più ricchi di esperienze e Storia di quanto la vulgata sociologica, storica, economica e politica progressista e modernista abbia mai voluto concedere.

Non è un caso, infatti, che le montagne siano state la culla di eresie religiose e politiche, di modelli comunitari e di organizzazione sociale che hanno finito con l’attirare sui territori ‘alti’ ribelli, banditi, e rifugiati nel passato e, ancora oggi, cittadini più o meno comuni, giovani e meno giovani, alla ricerca di modi di vita alternativi a quello prodotto dal sistema riassumibile nella formula lavora, produci, consuma e crepa. Un modello tutto incentrato sulle necessità produttive e riproduttive del modo di produzione capitalistico che, nel corso dei secoli, si è affermato anche grazie alla riduzione e alla rimozione delle autonomie delle comunità montane e della loro organizzazione sociale.

Dalla Resistenza, con la creazione delle più importanti e numerose unità partigiane proprio tra le valli montane, alla lotta NoTav in Valsusa, che da fatto locale si è trasformata da subito in un’esperienza in grado di rimettere in discussione l’intero asseto dei rapporti sociali, politici, economici, mafiosi e militari su cui si basa l’attuale assetto dello Stato italiano (ma non solo), è possibile individuare nelle montagne uno spazio specifico di conflitto che se da un lato può mettere in crisi il modello di società pacificata dominante, dall’altro può vedere rinascere forme di organizzazione e riproduzione della vita sociale che affondano le proprie radici in una storia mai veramente ‘finita’ di resistenze e rifiuti di cui le rocce,le valli, i pascoli, le borgate e le comunità montane portano ancora un’innata e ineliminabile memoria.

Ecco allora che Nunatak può costituire, con i suoi 56 numeri usciti fino ad ora (tutti consultabili in pdf qui), un autentico atlante psicogeografico, storico e politico delle esperienze, ritrovate o scoperte ex-novo, di cui si parlava poco sopra. Una rivista che esce ostinatamente in cartaceo proprio perché non ha dismesso la funzione di strumento di agitazione e di organizzatore collettivo che la stampa ha avuto e ancora oggi, in una età di reti e social che virtualizzano e spesso impoveriscono sia il confronto politico che i ragionamenti necessari, può avere.

Nunatak 56 210x300

Intorno alle sue pagine i ‘militanti delle rivoluzioni a venire’, gli abitanti delle zone montuose in cui la rivista è distribuita e presente, i semplici amanti della montagna e della Natura possono trovarsi, discutere, magari litigare per poi ancora ritrovarsi, ma comunque e sempre vis a vis, faccia a faccia nel modo più umano e condiviso possibile. L’altitudine e la distanza dal caos metropolitano possono infatti servire non soltanto a liberare i polmoni e le voci dall’inquinamento ambientale più deteriore e pestifero, ma anche a liberare le menti dallo smog delle ideologie e dai veleni di una società sempre più soffocata dalla banalizzazione e mercificazione dell’esistente, dei comportamenti e degli strumenti del comunicare.

Il numero qui recensito esemplifica perfettamente quanto fin qui detto, con un ricco indice che vede articoli che trattano della storia antica della tradizione dei fuochi, divisa tra ritualità e sussistenza, lungo tutto l’arco alpino; della speculazione ambientale insita nell’ideologia del capitalismo green e dell’eolico industriale oppure della difficile Resistenza al nazi-fascismo in Alto Adige, attraverso le memori e di uno degli ultimi partigiani recentemente scomparso (Quintino Corradini detto “Fagioli”). Vi è poi una lettera dal carcere di Monza di Manuel Oxoli, seguita dall’esperienza di “esplorazione alpina” del gruppo di escursionismo politico Trûc, da una denuncia degli impianti per il 5G come strumento di controllo totalitario dei territori e da un prezioso manuale pratico di resistenza all’oppressione che si rifà alle esperienze di lotta contro gli eserciti di occupazione dei territori dei popoli del Vietnam, dell’Afghanistan e della Colombia, intitolato Bambù e barbecue…Saperi senza tempo né confini.

Ma è in particolare l’editoriale, Il problema è la soluzione, a lanciare autenticamente e senza nascondere la mano il sasso nelle acque stagnanti delle fin qui povere, per la maggior parte, riflessioni sul Coronavirus e le paure suscitate e ed alimentate da un sistema mediatico-poliziesco che ha approfittato dell’allarme e delle incertezze scientifiche per imporre un’uniformità di comportamenti ed un controllo, verrebbe da dire ‘psichico’, dei comportamenti con un esperimento politico-militare forse mai tentato prima su scala planetaria o quasi.

La novità di questi giorni non sta nel fatto che si usi lo stato d’eccezione: questo è da tempo diventato la norma. Semplicemente i nostri governanti non hanno più altri argomenti. Il fatto per certi versi inedito, e ricco di potenzialità, è che questa società è costretta a mettere in campo interventi che mettono in crisi il suo stesso funzionamento. Una società globale fondata su flussi continui di persone e merci, e che non può far altro che bloccare tutto e chiudere tuti in casa, semplicemente non può durare, è destinata a crollare in fretta.
Gli scenari che si aprono possono essere appassionanti. Non abbiamo sempre detto e urlato che dobbiamo farla finita con il mondo della Merce e dell’Autorità, perché questo sistema malato, iniquo e insensato ci sta portando dritti nel baratro? Allora forse questo è il tempo di finirla con le lamentele sullo Stato di polizia, sulla spietatezza dei padroni, sulla mala sanità… Forse è giunta l’ora di organizzarsi per costruire altro. Non sarà immediato e non sarà indolore, ma quale altra possibilità abbiamo? […] Del resto quali alte prospettive abbiamo? Se possiamo comprendere i motivi strumentali o di necessità di fronte all’emergenza che hanno portato molte persone a promuovere forme di solidarietà per…consegnare ai vicini le merci dei supermercati, crediamo che una riflessione autocritica sia quanto mai necessaria. Dopo anni di slogan come “blocchiamo tutto”, “fermiamo i flussi di merci”, oggi che questo accade – e non certo grazie a noi – diventa evidente la schizofrenia di affermare una cosa e trovarsi a fare il suo contrario. Tutto questo deve dirci qualcosa. Non ci parla forse del ritardo con cui arriviamo ogni volta ai presunti appuntamenti della storia? Non ci sbatte forse in faccia la necessità di deciderci a riempire questa impreparazione, invece di sfinirci a rincorrere emergenze che ci lasciano ogni volta sempre più impreparati per la prossima? […] significa farla finita con l’attesa, colmare lo scarto che ci fa vivere sempre in attesa di qualcosa di là da venire. […] La rivoluzione è oggi: e non soltanto perché comincia ora, nella quotidianità, come processo che colma le nostre lacerazioni, ma anche perché la catastrofe c’è già stata e il diluvio è in corso. La rivoluzione non sarà la presa del Palazzo d’Inverno, la rivoluzione è il processo storico che sta sgretolando una civiltà e generando qualcos’altro. […] Sta a noi provare a far sì che prenda una direzione piuttosto che un’altra.[…] La catastrofe è ogni giorno, e ogni giorno sono le opportunità, le crepe,le occasioni.[…] Le occasioni sono tali solo se c’è qualcuno che le coglie. Se no, non sono niente. Dobbiamo trasformare le nostre ferite in feritoie, prima che sia troppo tardi. 1

La rivista è disponibile oltre che nelle edicole, le librerie, i circoli e i collettivi che già la distribuiscono, anche presso la Biblioteca Popolare Rebeldies, via Savona 10 – 12100 Cuneo
e-mail: nunatak@autistici.org

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