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Prefazione – “Briganti o emigranti”

I diciassette saggi contenuti nel libro gettano multipli sguardi sulla “vexata questio” della condizione del Mezzogiorno d’Italia; anzi, a vero dire, affrontano, magari per allusione, tramite lampi di diverso colore, l’interrogazione chiave sull’esistenza stessa del Meridione – ovvero di una comune ed autonoma temporalità, un sentimento del luogo e del movimento, quell’“aura” civica premoderna che, forte di una esperienza millenaria, ha resistito all’ideologia del progresso e costituisce ancor oggi il tratto distintivo, quello originario, il legame che riconduce ad unità etico-politica l’interiorità dei meridionali.

Lo sforzo di pensiero che regge questi saggi consegue i suoi risultati proprio nell’aprire, con rigore analitico, nuove questioni piuttosto che attardarsi nel tentativo velleitario di dare risposte alle vecchie – una per tutte, risolvere la “questione meridionale”.

Ma vediamo le cose per ordine, un ordine logico-storico che non coincide con quello tipografico.

I contributi di Petrusewicz e di Rossi pongono, dirò così, una sorta di premessa al libro: il situare le condizioni al contorno – la lunga durata, il Mediterraneo europeo – dentro cui si svolge e si rappresenta oggi la vita civile nel Meridione d’Italia; siamo qui al punto di partenza di questo programma di ricerca; dove si pone una pietra tombale sulle illusioni cognitive dure a svanire, siano esse l’interpretazioni biorazziali dell’arretratezza del Sud o il giudizio antropologico sulla “amoralità” del legame civico nella polis meridionale – a ben vedere, se esiste una illegalità diffusa, dirò così, molecolare, allora è la legge che non va e non già i comportamenti di massa.

Su questo programma di ricerca – la decostruzione degli stereotipi – convergono poi i saggi tanto di Curcio quanto di Petrillo.

Lo scritto di Festa fa da ponte tra la prima e la seconda parte del libro, sì da coprire, con una bibliografia varia ma pertinente, l’intero arco della nostra storia unitaria, da Cavour a, parlando con decenza, Letta. La tesi dell’autore si delinea con nettezza fin dall’inizio: lo “stato d’eccezione”, la “guerra al brigante”, è il dispositivo statuale tramite il quale ha avuto luogo l’annessione delle città meridiane al regno sabaudo. Questo dispositivo ha continuato ad agire anche dopo lo sterminio delle insorgenze, ed è ancora all’opera nei nostri giorni, sia pure sotto forme diverse. Di converso, come suole accadere ai dispositivi, lo “stato d’eccezione permanente” è riuscito a secernere il suo contrario, a produrre la sua negazione: nella memoria collettiva delle insorgenze meridionali corre un filo unitario, sottile e fortissimo, tra il prima ed il dopo, i morti ed i vivi; tra le brigantesse – armate, belle e spavalde – e quelle centinaia di migliaia di giovani meridionali che, nel corso di quest’anno, hanno invaso strade e piazze, un “fiume in piena” annota Festa, a difesa di ciò che, pur possedendolo già, lo hanno appena intravisto: il genius loci.

Il contributo di Mezzadra ha un respiro più propriamente di storia del pensiero politico, nel suo procedere ad un riesame critico delle categorie concettuali adoperate, nella tradizione marxista, per indagare la condizione meridionale. Qui viene ad essere svolta una rivisitazione del pensiero politico di Gramsci che conclude in una sorta di “autocritica del post-operaista” – Mezzadra riconosce che, da parte della corrente di pensiero “operaista”, è stata frettolosa, troppo frettolosa, la liquidazione del tentativo del comunista sardo di sottrarre il processo rivoluzionario italiano al determinismo rassegnato del movimento operaio.

Un po’ di materialismo geografico non guasta

A seguire un richiamo al reale, una topologia delle lotte in corso nel Mezzogiorno d’Italia; ecco allora allinearsi una serie di ricerche, dirò così, sul campo, di notevole interesse nella loro autonomia ma che acquistano ancor più rilievo nel mettere a verifica la coerenza tra le diverse figure teoriche, anche quelle elaborate in questo stesso libro, e le forme reali che i conflitti sociali, fossero anche in stato di latenza, assumono nel Meridione.

Sfilano così immagini di lotta del Centro storico e del quartiere di Bagnoli, di Taranto, di Caserta, di Benevento, di Terra di lavoro, di Salerno, di Cosenza e di Palermo – in quest’ultimo saggio, sia detto per inciso data l’attualità, viene analizzata la composizione sociale del movimento popolare siciliano, quello originario, noto come “I Forconi”, anche se si tratta, conviene avvertire, della composizione quale appariva circa un anno fa.

Un posto a sé occupa il notevole saggio di Caterina Miele volto a ridisegnare con cura la vita quotidiana dei Rom di Napoli, dove si mostra quanto più acuto sia lo sguardo antropologico sulle forme di vita piuttosto che la visione, così disperatamente ristretta, dell’economia politica.

Per ultimi ma non ultimi vi sono due saggi, rispettivamente di Amendola e di Caruso, che, a mio avviso, più di altri si avventurano nell’impresa di rintracciare una strategia che, dall’interno, riconduca ad unità le insorgenze, facendo emergere quel comune che tra loro spartiscono, estrapolandone il senso.

Amendola inizia la sua ricognizione semantica della coppia concettuale sviluppo-sottosviluppo rileggendo il bel libro di Ferrari-Bravo e Serafini, che porta quel titolo, edito da Feltrinelli nei primi anni Settanta del secolo appena trascorso, e ristampato qualche anno fa per i tipi di ombre corte[1]. Quei due operaisti di prima generazione analizzavano la condizione economico-sociale del Meridione e la riconducevano agli effetti del dispositivo statuale per il quale il sottosviluppo è solo una funzione di governo dello stesso sviluppo. Partendo da questa acquisizione, Amendola mostra come la crisi del pensiero meridionalista sia solo il corrispettivo ideologico del rovinoso tentativo capitalistico d’imporre la temporalità dello sviluppo, a un tessuto sociale la cui ricchezza e mobilità mal sopporta il tempo unidimensionale della crescita quantitativa, l’incantamento del misterioso Pil.

Caruso, invece, raffronta gli attrezzi concettuali elaborati dal pensiero post-coloniale indiano con la trattazione gramsciana delle culture subalterne, mettendone in rilievo analogie e differenze; procede, poi, ad utilizzare la teoria per ricostruire le lotte metropolitane in Campania; e conclude, infine, delineando una sorta di “politica popolare” spontanea che attraversa le insorgenze e fa del “diritto ineguale” lo strumento decisivo per assicurare la sopravvivenza di forme di vita metropolitane. Qui sembra verificarsi un effetto inatteso, una sorta d’inconsapevole ricongiungimento tra le parole sovversive di Marx contro il “diritto uguale” e la prassi delle moltitudini napoletane in lotta.

‘Ndrangheta, mafia, camorra e così via: le comunità criminali e l’accumulazione primitiva

Nel programma di ricerca appare anche il tema della malavita meridionale ma affrontato in quanto legame etico-politico, dirò così, “Bildung” popolare; dunque, non già nei termini mistici della “difesa della legalità”, alla Saviano e dintorni, bensì attraverso la ricostruzione delle condotte delle comunità criminali che quei luoghi abitano e agiscono; condotte che interferiscono, nel bene e nel male, con la prassi emancipativa di quegli stessi luoghi.

Intanto traspare da questi scritti (cfr. i saggi del Csoa Tempo Rosso di Pignataro e di Martinico) che il fenomeno sociale chiamato dai media “criminalità organizzata” deriva la sua potenza non già dalla organizzazione demoniaca ma piuttosto dal radicamento sociale, dal consenso di cui è circondata; e questo consenso lo ottiene perché assolve una funzione sociale specifica: l’accumulazione originaria necessaria per trasformare il pre-moderno in moderno, la formazione di una borghesia capitalistica nel Mezzogiorno d’Italia.

Ora, si sa, altrove e in altro tempo, rapinatori e pirati, intenti ad accumulare, sono divenuti borghesi quando non alto-borghesi già alla prima generazione. Nel Sud, dove le banche, quasi tutte del Nord, raccolgono una frazione significativa del risparmio meridionale, i prestiti all’impresa sono risicati e comunque gravati da un interesse assai più alto che nel Centro Nord, con l’inevitabile sviluppo abnorme dell’usura – fenomeno anch’esso tipico della fase d’accumulazione primitiva. Inoltre, una ingegnosa legislazione speciale, volta a sradicare le comunità criminali meridionali, consegue il suo assoluto fallimento nella distruzione giudiziaria di questa accumulazione e nel ricacciare daccapo i nuovi imprenditori, talvolta di terza o quarta generazione, nella condizione di fuori legge dalla quale i loro antenati erano partiti. Porto qui, a sostegno di una tesi che questi saggi sembrano suggerire, da una parte, lo spropositato numero di meridionali, decine e decine di migliaia, indagati per “associazione esterna ad organizzazione criminale” – delitto inventato dalla giurisprudenza, come accusare qualcuno d’essere un poco di buono, di frequentare cattive compagnie, e per ciò stesso renderlo passibile di anni e anni di carcere speciale; dall’altra, la confisca di migliaia d’imprese agricole e industriali e la conseguente scomparsa di posti di lavoro per via del fallimento di questa imprese una volta affidate ai custodi giudiziari o, ancor peggio, ad improvvisati imprenditori, professionisti sì ma, come ebbe a scrivere il siciliano Sciascia, dell’antimafia. Così, nel Meridione si svolge senza mai concludersi la fase d’accumulazione originaria: la trasformazione incompiuta del criminale in borghese.

Il risarcimento dei luoghi comuni

Vediamo ora alcune considerazioni generali sugli esiti in parte espliciti, ma qualche volta impliciti, ai quali approdano, con diversa energia argomentativa, i saggi qui raccolti.

Innanzi tutto risulta confermato che la prassi delle insorgenze urbane del Sud si colloca definitivamente fuori da ogni rivendicare lamentoso la mancata industrializzazione, per situarsi dentro il rifiuto della modernità; rifiuto che, lungi dall’essere provinciale e periferico innerva i movimenti emancipativi della nostra epoca, ben visibili a coloro che vogliono vedere, dalla Val di Susa nel Settentrione d’Italia a Tarnac nella regione della Vienne francese, dalle comuni berlinesi alle esperienze dei nativi del Chiapas, dal territorialismo Nord americano ai movimenti dei Sem Terra brasiliani, dall’Officina Zero di Roma alle moltitudini in rivolta nel continente indiano, dall’uso del patrimonio immobiliare pubblico agito da Action nella periferia romana all’autogestione delle fabbriche a Cordoba in Argentina – avvenimenti questi, per citarne solo alcuni, che hanno in comune il risarcimento dei luoghi piuttosto che l’opera di qualche avanguardia illuminata, di un partito – o comunque un soggetto instauratore di improbabili diritti umani e facitore suo malgrado di alleanze elettorali quando non di patetiche nuove costituzioni.

In altri termini, la qualità comune dei movimenti emancipativi sta in quel loro sottrarsi alla prassi rivendicativa che punta, in ultima analisi, ad imporre la soddisfazione di bisogni indotti tramite la coercizione della mano pubblica, l’intervento dello Stato, cioè del “sovrano”.

Al contrario, l’unica richiesta che questi movimenti avanzano al dispositivo statale è quella di astenersi dall’intervenire, di lasciare che i problemi siano affrontati e si tenti di risolverli nei luoghi stessi nei quali si sono generati; e qualora, come capita a scorno delle anime belle, sia necessaria la coercizione, questa sia esercitata dalle comunità che abitano i luoghi nella loro, totale ed autonoma, potenza etico-politica.

Da questo punto di vista, che è quello di questi saggi, appare affrettata una certa fiducia, che corre in più di uno scritto, nella promozione di mobilitazioni generali, a livello nazionale o sovranazionale; ed in particolare nella vertenza del reddito di base incondizionato.

Risolvere il problema della riproduzione in termini di reddito monetario, garantito da una qualche istituzione pubblica nazionale o sovranazionale – da un sovrano insomma – se può significare un innegabile vantaggio per il suddito consumatore certo non comporta alcuna conseguenza sulla qualità dei beni e dei servizi prodotti, sulla frenetica valorizzazione di ogni nuova merce seguita da una altrettanto rapida svalorizzazione – questa ideologia del “nuovo” a scapito del “reale” che caratterizza la temporalità moderna; e rende tra loro complici l’innovazione tecnico-scientifica e la produzione industriale delle merci; insomma, una ipostasi di massa, superstiziosa e raccapricciante, del futuro. In questo scenario, la rivendicazione del reddito di base rischia di comportare “un chiedere di più delle stesse cose”, risolvendosi così nel prototipo del bisogno alienato, per niente antagonista, serenamente gestibile come mero sostegno alla domanda di merci, ulteriore rigonfiamento dei consumi, manovra finanziaria che consegue il risultato collaterale d’allargare la sfera pubblica, la burocrazia – come del resto dimostra l’esperienza dei paesi, per esempio il Canada o la Danimarca, dove questo reddito di base esiste da decenni senza che abbia contribuito in alcun modo a rafforzare il processo emancipativo.

In effetti, la fuoriuscita dalla condizione servile del rivendicare, oltre a garantire comportamenti collettivi che evitano la catastrofe nella quale è precipitato già al nascere il movimento operaio, facilita l’emergere delle attività dei luoghi laddove prima vigeva il non-locale, il “soggetto” ovvero il sovrano, magari nella forma patetica del partito; questo con ragione, perché, mentre il pensare è globale, l’agire è definitivamente locale. Il posto che nel pensiero politico moderno occupava il soggetto ora sta per venir preso dal luogo, il luogo comune – inteso come relazioni tra tutti gli esseri che lo abitano, uomini, animali, piante e cose.

Comunismo e autorganizzazione

Sostituire al dispositivo della democrazia rappresentativa l’agire nei luoghi delinea una condotta politica sovversiva che conviene chiamare comunista – malgrado che il nome abbia, ai nostri giorni, subito un tale accartocciamento semantico, una tale banalizzazione da richiedere d’esser usato con parsimonia e cura; come accade, peraltro, alle parole che ci sono care e non abbiamo smesso di proferire nell’intimità. Beninteso, qui comunista non significa un rivoluzionario di professione, un’appartenenza ad una delle tante sette che si fregiano abusivamente di quel nome e men che mai una sprovveduta militanza nella variegata sinistra, antagonista sì ma di governo.

Essere comunista vuol dire “agire nel luogo dove la sorte ti ha gettato”; e rovesciare la sorte in destino comportandosi da individuo sociale, dalla coscienza enorme, all’altezza della specie. Comunista è colui che cerca l’attività che lo attrae, cerca il proprio “demone”; e una volta riconosciuto non lo lascia fuggir via. Come scrive Agnes Heller, nel senso comune l’azione è attribuita a chi sceglie. Il comunista non sceglie cercando il consenso degli altri, men che mai quello elettorale. Il comunista sceglie la libertà. Il comunista sceglie di divenire ciò che già è, sceglie se stesso – e dopo questa scelta, per dirla con Nietzsche, non vi sarà più niente da scegliere. Così, il comunista non rappresenta né gli operai, né i poveri e ancor meno gli sfruttati, o altre moltitudini in sofferenza. La potenza della prassi comunista deriva proprio dal vivere una vita dove mezzo e scopo coincidono; una vita irrimediabilmente finita e, proprio per questo, potenzialmente perfetta.

Il comunista non si rifiuta all’attraversamento del deserto, sceglie la libertà, sceglie se stesso; anche quando la scelta potrebbe comportare la solitudine, dove la folla è muta e gli amici non riconoscono. La scelta d’essere se stesso trasforma il corpo in individuo sociale, la coscienza enorme d’appartenere ad una specie animale che usa il “General Intellect” – cioè la memoria dei saperi e delle tecniche costruite dalla attività di cooperazione umana lungo i millenni, dai morti e dai vivi. Così nella voce del comunista risuona il “General Intellect”; quasi fosse la specie umana stessa a prendere parola per scandire, ad uno ad uno, i nomi del suo modo paradossale d’essere natura.

Ci troviamo dunque oltre l’esperienza del movimento operaio, talmente oltre da rendere le categorie dell’economia politica dei ceppi della mente che hanno fatto nido nel senso comune.

Lo scenario non è quello della Rivoluzione d’Ottobre ma piuttosto della grande trasformazione, promossa dal “General Intellect”, un mutamento delle mentalità, una diversa configurazione del senso comune – insomma, qualcosa di simile a quel che è accaduto in Europa al tempo delle eresie medievali, o, ancor più, nell’Italia rinascimentale.

Di nuovo, oggi come allora, emanciparsi vuol dire coniare nuove parole e rievocarne di antiche, per produrre presenza.

Strappare la gioia al futuro

In effetti il processo emancipativo dell’epoca nostra trova qui un passaggio decisivo verso l’espansione o la rovina: l’egemonia si costruisce non producendo teorie tramite teorie, non rivendicando diritti, non evadendo nel virtuale, ma sul terreno solido della potenzialità umana di creare il reale, il comune appunto. Contro la riproduzione allargata del capitale che comporta rigonfiamento, stupefatto e abnorme, del consumo – nonché la crisi, per via della saturazione periodica, dei valori di scambio; contro l’imperialismo dei diritti umani: consumare di più per lavorare di più – ecco che va prendendo forma una sorta di attività produttiva, ancora bambina certo, ma già capace di incidere materialmente nella riproduzione semplice dei luoghi, ovvero nel produrre per soddisfare i bisogni radicali del luogo e scoraggiare i bisogni alienati. Questo praticare “qui ed ora” l’attività creatrice di valori d’uso è la via maestra perché riaffiori nel senso comune la centralità della vita quotidiana – l’idea forza, antica quanto lo è l’umanità, che fonda, abita e pensa la città in quanto luogo della buona vita, del riconoscimento del proprio singolare destino, della realizzazione del sé nell’autorganizzazione degli abitanti.

A grandi linee sono queste le questioni agitate nel libro, questioni che proprio per il loro essere inattuali permettono una visione dei luoghi, delle città, nelle loro identità molteplici.

Si tratta di processi in corso perché le città vengono continuamente rifondate. Così, per chiudere senza concludere, ci piace pensare a questo libro come la prima parte di una guida ad uso dei comunisti smarriti, per strappare la gioia al futuro. Guida che vorremmo fosse completata al più presto.

 

[1] L. Ferrari Bravo e A. Serafini, Stato e sottosviluppo. Il caso del Mezzogiorno italiano, ombre corte, Verona 2007 (1972).

 

Di Franco Piperno per Commonware

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