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Una questione di banda

Un’intervista con lo scrittore e studioso Sol Yurick. Autore del romanzo «The warriors», ha analizzato a fondo il ruolo delle gang nella società statunitense. Forme di resistenza ai processi di modernizzazione e di elaborazione di identità, le bande metropolitane sono ormai imprese dove il traffico di stupefacenti e l’entertainment nei quartieri delle città americane vengono organizzati secondo modelli imprenditoriali in cui non c’è più distinzione tra produzione e finanza

di Anna Curcio e Gigi Roggero per Il Manifesto

Sol Yurick è uno scrittore di parte. Come il padre, ebreo che ha rifiutato di fare il colono in Palestina e ha trovato la sua terra promessa andando negli Stati Uniti: non realizzando l’american dream, ma diventando comunista. E quando, dopo il 7 aprile del ’79, si trattava di schierarsi, non ha avuto dubbi e si è impegnato nei comitati internazionali contro la repressione in Italia. Incontrandolo nella sua casa di Brooklyn, la conversazione non poteva che partire dalla sua biografia di scrittore militante. «Sono cresciuto in una famiglia ebrea e comunista. Volevo diventare uno scienziato, ma non avevo risorse; così mi sono arruolato nell’esercito nel ’44 e poi, con il Gi Bill, che garantiva l’istruzione superiore ai veterani di guerra, sono andato al college. È lì che ho iniziato a scrivere, mentre lavoravo per il dipartimento del welfare a New York: qui ho conosciuto figure proletarie diverse da quelle con cui sono cresciuto, senza la capacità di organizzarsi per lottare. Ho così scoperto le gang – continua Yurick -, come forma selvaggia di ribellione. Influenzato dalla sociologia, da Weber e Durkheim, avevo scritto Fertig, romanzo rifiutato una trentina di volte e pubblicato solo dopo l’uscita di The Warriors. Un editor dei «Guerrieri» mi disse che il leader di una gang non poteva parlare come un marxista: non capivo di cosa parlasse! Ma a sorpresa il libro ricevette ottime recensioni e fui pagato 2.500 dollari: una somma che mi ha consentito di poter continuare a scrivere».

In quel periodo lei faceva parte di qualche gruppo politico?
Ho cominciato a fare attività politica nel ’66. Frequentavo la Columbia University e proprio in quegli anni scrissi il pamphlet Who Rules Columbia? La questione era: perché l’impero ha bisogno della letteratura? Perché devono selezionare con attenzione il passato culturale. È stato efficace, visto che assunsero un procuratore generale per scrivere una risposta. Come molti altri giovani di quel periodo scoprii Marx e cominciai a leggerlo. Così, con The Bag mi posi il problema di come doveva essere un romanzo marxista. La letteratura è uno strumento molto potente, tocca le emozioni e in quanto attivista mi ponevo il problema di come usarla per trasformare la realtà.

Nel frattempo «The Warriors» stava diventando un film…alt
Sono stato contattato da un film-maker indipendente, entusiasta ma senza soldi. Poi è arrivata Paramount: ho accettato perché avevo bisogno di denaro. Mia moglie Adrienne era una ceramista che campava facendo l’insegnante e io non avevo un lavoro stabile. Pensavo che il film sarebbe stato orribile: conoscevo una screenwriter, doveva produrre indipendentemente da quello che pensava. Insomma, non avevo illusioni, ma mia figlia sosteneva che i ragazzi lo avrebbero amato. Il giorno della prima c’era la fila per entrare nei cinema. Migliaia di ragazzi andavano a vederlo, ci furono scontri sanguinosi in Kansas. Non ero sorpreso: conosco il rapporto tra illusione e realtà, e la vita è molto più surreale di qualsiasi cosa si possa scrivere o immaginare. La storia è ambientata il 4 luglio, con un’organizzazione che non è quella del film: il crimine è la sua dimensione per sopravvivere. Dopo tutto, Chang Kai-shek ha usato le bande, e anche Mao ha utilizzato i livelli bassi della criminalità contadina. Ho tratto ispirazione dalla rivolta di Lucifero in Milton e da un romanzo cinese su comportamenti, linguaggi e violenza delle gang. Poi c’è l’uso dell’amata Anabasi di Senofonte, con i mercenari greci che lottano nell’area dell’attuale Iraq.

Vuol dire che nel film la realtà delle gang è edulcorata?
Se il film fosse stato fatto dal regista indipendente sarebbe stato più fedele, ma con meno successo. Nelle gang che ho

Pensa che il suo romanzo possa essere utile per comprendere la realtà delle gang oggi?
Oggi sono maggiormente centrate sull’aspetto economico, in particolare sulla droga, ma hanno una struttura simile: ci sono i ranghi, una gerarchia e un leader che gestisce soldi, donne e fama. Le loro strutture sono molto complesse, è una sorta di iconografia: bisogna guardare all’organizzazione interna, a come costruiscono una cultura o subcultura, agli aspetti finanziari. A un certo livello di successo si produce una sorta di stasi. Si pensi alla cultura del computer negli anni ’60: l’idea era che ognuno potesse lavorare maneggiando dati intellettuali a casa propria, ma ciò che mi colpiva era l’importanza della cooperazione e dell’interrelazione personale, di cui nessuno può fare a meno.

Il libro è uscito negli anni ’60 e il film nei ’70: cosa è cambiato nelle gang ma soprattutto nella dimensione politica e sociale in questo periodo?
I cambiamenti sono stati portati in primo luogo dal movimento nero, sostenuto da molti bianchi, liberal ma anche della seconda o terza generazione di comunisti. Le gang hanno spesso assunto le questioni del lavoro per la black community o la resistenza all’oppressione. Prima le gang irlandesi, ebree o italiane (le più violente) reclutavano nel quartiere sulla base della forza, iniziando con la protezione e l’estorsione. La versione più avanzata della mafia si è formata dopo l’unita’ d’Italia come resistenza all’espropriazione delle terre e come protezione. Anche le gang ispaniche o nere si sono sviluppate così. La droga ha iniziato ad avere una grande importanza a partire dalla guerra in Vietnam, con il grande ruolo della Cia nel far circolare l’eroina. Sta succedendo una cosa simile in Afganistan. Il punto è che la struttura sociale è rimasta la stessa, con una lotta di potere tra un modello centralizzato e le periferie: le gang sono un’altra forma del pervasivo feudalesimo – in quanto frammentazione – che si rifiuta di sparire. Si pensi alla resistenza delle province nell’unificazione della Spagna, oppure al periodo dei tre regni in Cina. Non intendo il termine periferia in senso strettamente geografico, la periferia può essere nel centro: parti di New York sono terzo mondo, e viceversa.

Qual è il rapporto tra le trasformazioni delle gang e delle forme di produzione?
Negli anni Quaranta e Cinquanta del Novecento erano strutturalmente differenti, lottavano innanzitutto per mantenere la propria identità, non producevano nulla. Sono da sempre orientate ai soldi, ma negli anni Sessanta i loro prodotti sono diventati droga, intrattenimento e sesso: quando hanno cominciato a circolare marijuana ed eroina (proveniente dal «triangolo d’oro» del sud-est asiatico) i veri lavoratori sono a questo punto i drogati, che devono lavorare per mantenere le proprie abitudini. Sono loro i produttori della ricchezza che si genera nelle gang. A partire dagli anni Ottanta il suo lavoro si è concentrato sui sistemi simbolici e sul linguaggio, temi centrali nelle trasformazioni del capitalismo contemporaneo e nella crisi globale… Ogni crisi economica moderna ha a che fare con la manipolazione simbolica. Si pensi alla crisi dei tulipani olandesi, alla bolla dei Mari del Sud, a quella del Mississippi. Negli Stati Uniti la prima grande depressione ha avuto luogo tra il 1873 e il 1898 per il collasso dei mercati finanziari a Vienna, il fallimento delle garanzie per il sistema ferroviario, la sovrapproduzione nell’agricoltura. Nel 1929 avevo 4 anni: sono cresciuto nella depressione, ci spostavamo con l’incubo della fame e di finire per strada, mia madre doveva contrattare per pagare l’affitto. Mio padre era un militante comunista, senza un titolo di studio ma di grande intelligenza: era un combattente, qualche volta tornava a casa dopo aver fatto a botte o picchiato dalla polizia. Oggi il «derivato» è descritto come uno strumento finanziario che sottende il valore, ma qual è il valore sotteso laddove esso è cambiato dai simboli? Lenin diceva che il grano è il capitale di tutti i capitalisti, ed è vero, ma il modo in cui il valore cambia dipende da come è manipolato. Futures, bond, stock o derivati hanno un certo valore, ma il valore stesso diventa un’attività metafisica.

Sostiene che sta venendo meno la distinzione tra economia finanziaria ed economia reale?
Si. E in un certo senso è sempre stato così. L’afflusso del new world gold in Europa ha determinato un’inflazione dei prezzi dei prodotti agricoli, connessa con la sollevazione dei contadini in Germania nel XVI secolo. L’oro e l’argento dal Messico e dal Perù andarono ai banchieri genovesi e tedeschi a causa del debito accumulato dagli spagnoli. Questo processo astratto ha raggiunto un livello straordinario: gli schemi messi in campo dagli addetti alla finanza sono metafisici. Per quanto separato, è però immediatamente connesso alle forme di vita: le decisioni del Fondo monetario internazionale determinano licenziamenti e bassi salari.

Come riscriverebbe «The Warriors»?
Lo situerei in Iraq. Il punto centrale del libro è la vittoria finale del feudalesimo, nel film invece c’è la speranza. Ricordo che dopo la sparatoria alla Kent State University nel maggio del 1970 ci fu una grande sollevazione e un mio amico mi telefonò dalla California: «Sol, l’intero sistema della formazione sta scendendo in sciopero, la rivoluzione è vicina. Cosa succede a New York?». Niente, risposi. I comunisti hanno costruito una cultura politica, la reazione è stata molto forte, ora dobbiamo ripartire da una situazione completamente diversa: leggendo Marx bisogna approfondire il sistema dei simboli. Si tratta di una questione assolutamente materiale, è la riproduzione della ricchezza.

__________
Metamorfosi delle bande, dal feudalesimo all’attività in borsa

Nato nel 1925, Sol Yurick è uno scrittore e uno studioso che ha utilizzato la letteratura per narrare i conflitti e le forme di vita metropolitane negli Stati Uniti. Il suo romanzo più famoso è «The Warriors» dal quale è stato tratto l’omonimo film diretto da Walter Hill. Oltre a questo romanzo, Yurick ha pubblicato «Fertig» (1966), «The Bag» (1968), «Someone Just Like You» (1972), «An Island Death» (1976), «Richard A» (1981), «Behold Metatron», «Recording Angel» (1985), «Confession» (1999). Accanto all’attività di scrittore, ha accumulato inchieste sulle Gang nel mondo. Da qui la sua convinzione che le bande dopo aver rappresentato il «feudalesimo che non voleva sparire» hanno adottato, innovandole dal loro punto di vista, forme organizzative dell’attività economica. Così, dopo un periodo in cui la struttura era fortemente piramidale, le bande ormai hanno adottato forme organizzative reticolare per meglio gestire il traffico di stupefacenti, la prostituzione, le attività di entertainment e così reinvestire i «profitti» in attività finanziarie.

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