
Ma come Calcio siamo messi, fra corruzione ed esclusione dai mondiali
Un nuovo terremoto giudiziario scuote il calcio professionistico italiano. Lo scorso 24 aprile un avviso di garanzia ha raggiunto il designatore degli arbitri di Serie A e Serie B, Gianluca Rocchi, indagato dalla Procura di Milano per concorso in frode sportiva per fatti risalenti ai campionati 2023/24 e 2024/25.
In sintesi, l’accusa è quella di aver fatto pressione su alcuni colleghi viziandone le scelte arbitrali e di aver favorito l’Inter con la designazione di direttori di gara «graditi» al club milanese. Insieme a lui è indagato anche il supervisore Var Andrea Gervasoni. L’inchiesta si regge principalmente su intercettazioni ambientali e registrazioni dei dialoghi tra arbitri e sala Var durante alcune gare di Serie A.
Nonostante al momento nella lista degli indagati non risulti nessun dirigente di società calcistiche, le indagini vertono anche sui rapporti tra Rocchi e Giorgio Schenone, addetto agli arbitri dell’Inter, e il fantasma di «Calciopoli» – lo scandalo che a partire dal 2005 investì numerose società a partire da intercettazioni tra l’allora designatore arbitrale Pairetto e i vertici del club juventino – inevitabilmente aleggia. Partite truccate, favori arbitrali, presunti sistemi di scommesse clandestine (vedi il caso Tonali/Fagioli conclusosi con il patteggiamento dei due giocatori) non sono che le manifestazioni più esteriori della corruzione sistemica dell’industria che detiene il comando del calcio professionistico italiano.
In una fase in cui i diritti televisivi non rappresentano più l’introito principale del sistema calcio globale, ma a fare da padrone è l’indotto delle sponsorizzazioni, delle partnership commerciali con i colossi dell’intrattenimento come Netflix (che ha appena acquistato i diritti del videogioco della Fifa), del merchandising e del fumoso ma redditizio concetto di esperienza, il calcio italiano prova a stare al passo con gli omologhi europei, seppur con risultati non altrettanto redditizi. Se infatti la Premier League, l’azienda leader del settore (perché di questo in fondo si tratta), ha sfiorato i 10 miliardi di ricavi nell’ultima stagione, la Serie A si aggira attorno ai 3 miliardi. Ma al di là dei numeri che, al netto delle differenze, rimangono stratosferici, la fase attuale porta con sé un cambio di paradigma che corrompe – in maniera sempre più grottesca – il senso profondo dello «sport più amato dagli italiani». Apripista della rincorsa al «modello britannico» è stata senz’altro la Juventus, a partire dalla demolizione dello Stadio delle Alpi – grande opera costruita in occasione di Italia ’90 nel quartiere Vallette – in favore del più contemporaneo Juventus Stadium (ribattezzato Allianz Stadium nel giugno 2017 in seguito alla vendita dei naming right al colosso tedesco di assicurazioni), significativamente inaugurato l’8 settembre 2011 in concomitanza con i festeggiamenti per il 150° anniversario dell’Unità d’Italia. Più che uno stadio dove andare a guardare le partite della squadra del cuore (da 45€ in su), un grottesco ibrido tra un centro commerciale e un centro polifunzionale come nella migliore tradizione dell’urbanistica post-industriale torinese, comprende nel suo circondario il J-Museum, il J-Medical, il J-Village, il J-Store, ecc., diciture che rivelano l’elementare – quasi disperata – ricerca di una brand identity.
Così, mentre i club e la Federazione tentano di imitare un modello nord-europeo appiccicandolo in maniera posticcia al contesto casalingo (per effetto di un conformismo tipico di chi non occupa la posizione di comando nella scala della produzione di valore e di creazione di nuove forme di capitalismo) le falle dell’intero sistema vengono a galla, tanto sul campo quanto fuori. Apoteosi di un fallimento annunciato è l’ennesima (neanche più così) eclatante dêbacle della Nazionale azzurra che per la terza volta di fila (cioè dal 2014) non si è qualificata ai Mondiali. Annunciato perché la Seria A risulta essere il 49° su 50 campionati al mondo per percentuale di minuti giocati da calciatori al di sotto dei 21 anni.Non è uno sport per vecchi, verrebbe da dire, ma è invece un Paese dove la retorica sui giovani non ha limiti (non passa settimana senza che il Presidente della Repubblica Mattarella non indirizzi loro un consiglio per il futuro) e così la tiritera sull’Italia che «dovrebbe investire sui giovani a partire dalle scuole calcio nei quartieri» è destinata a ricominciare come un disco rotto, senza reali interventi in questa direzione da parte di un governo che, nel pieno di una crisi globale e interna, abbozza in fretta e furia un ddl di riforma del calcio, presentata dal senatore Paolo Marcheschi di Fratelli d’Italia, dopo che il ministro dello Sport Andrea Abodi ha scaricato tutte le responsabilità per la mancata qualificazione sulla Figc. Perché neanche nelle peggiori previsioni il governo Meloni avrebbe potuto immaginare di passare alla storia come l’unico governo ad aver mancato ben due Mondiali di fila; dopo aver fatto dell’italianità (bianca e nazionalista) la propria ricetta per il futuro, vede infatti sfumare nuovamente la possibilità di legittimarsi, per giunta mentre i soldi per frenare l’impennata dei carburanti a causa della speculazione scatenatasi attorno all’attacco statunitense all’Iran stanno finendo. Ed è proprio sullo sfondo della crisi geopolitica globale che il calcio italiano fa parlare di sé per questioni ben più imbarazzanti di una partita persa a pallone.
Da quel dedalo senza fine che sono gli Epstein Files, al fianco dell’imprenditore e compagno di Nicole Minetti, Giuseppe Cipriani, qualche settimana fa spunta un altro nome fino ad allora sconosciuto ai più: Paolo Zampolli. Erede a 18 anni dell’azienda di famiglia Harbert, fondata dal padre Giovanni e attiva nella distribuzione in Italia dei prodotti Hasbro dei franchise di Guerre Stellari e Marvel, si trasferisce a New York a metà anni Novanta dove in breve tempo diventa uno degli agenti di modelle più affermato. Sarà lui in quegli anni a presentare Melania Knauss, oggi first lady, all’amico Donald Trump con il quale collabora nell’ambito del mercato immobiliare d’élite. Un’amicizia fortificata dopo che l’imprenditore milanese ha «coperto le spalle» a Melania Trump durante la campagna elettorale del 2017 in cambio della promessa di sostegno. Promessa che non si è fatta attendere dato che oggi Zampolli è inviato speciale di Trump per le partnership globali. Ed è a questo punto che la sua traiettoria si interseca con quella della Nazionale azzurra e del governo Meloni; quando, all’apice del raffreddamento dei rapporti tra Trump e Meloni, – determinata più dagli attacchi mediatici del tycoon che da una reale dissociazione del governo italiano dalle politiche di guerra statunitensi – il famigerato Zampolli tira fuori dal cappello la possibilità di un ripescaggio della Nazionale azzurra agli imminenti Mondiali che si disputeranno negli Stati Uniti e in Messico, al posto della Nazionale iraniana, regolarmente qualificatasi, ma sulla cui partecipazione all’epoca aleggiavano dubbi più consistenti di quelli attuali (nonostante ad oggi non siano ancora stati validati i visti dei calciatori e l’Iran abbia sottolineato come si aspetta il rispetto della bandiera e dell’inno nazionale). La Federazione Italiana Giuoco Calcio, il ministro Abodi (con cui Zampolli si era incontrato qualche settimana prima), lo stesso Trump bocciano l’idea bizzarra dell’impresario (ma tutto sommato in linea con la spregiudicatezza mediatica della sua coalizione), il quale ottiene l’unico risultato di attirare l’attenzione su di sé e vedersi marcato ai fianchi da Report e le principali testate giornalistiche mondiali, increduli di fronte a tanta fantasia. Più difficile invece per la Nazionale e tutto il sistema calcio italiano buttarla in caciara di fronte a una vicenda che, invece di distogliere l’attenzione dal fallimento sportivo e politico, non fa che colorarlo di tinte ancora più imbarazzanti.
Ma la coalizione Epstein gode al suo interno di personaggi ben più influenti del pur intraprendente Zampolli. È il caso di Gianni Infantino, presidente della Fifa, federazione internazionale che governa il calcio a livello mondiale, eletto nel febbraio del 2016 in seguito allo scandalo corruzione che travolge il duo Blatter-Platini. Dirigente sportivo con passaporti svizzero e italiano, Infantino non ha mai nascosto la sua simpatia e vicinanza politica con il presidente Trump, tanto da aver partecipato alla riunione inaugurale del Board of Peace nel febbraio del 2026 nel contesto del «Piano di Pace per Gaza». Simpatia che è sfociata in bieco servilismo con l’istituzione del Fifa Peace Prize, un premio evidentemente creato ad hoc per il tycoon, in seguito alla bocciatura per il Nobel della Pace e poco prima dell’attacco all’Iran. Inutile dire infatti che il primo vincitore è stato proprio Trump, premiato il 5 dicembre 2025 a Washington durante il sorteggio della fase finale per i Mondiali. Ma non è l’unico trofeo Fifa a troneggiare nello studio ovale del presidente; Infantino ha riservato all’amico la copia originale della Coppa del Mondo per Club vinta nel luglio del 2025 dal Chelsea in seguito alla finale disputata contro il Paris Saint-Germain nel MetLife Stadium in New Jersey alla presenza del presidente Trump, il quale, con stupore dei giocatori della squadra londinese, non resistette dal rimanere al loro fianco – a favore di telecamere – nel momento clou della premiazione quando la coppa è sollevata dal capitano e la squadra festeggia. Contro l’operato di Infantino si è addirittura pronunciato il Sindacato Internazionale dei Giocatori, di certo non il sindacato più combattivo esistente, ma un segnale significativo per un comparto perlopiù alieno all’uso del sindacato come piattaforma rivendicativa. Ne è dimostrazione il capitolo più grave della presidenza Infantino, quello legato allo sfruttamento dei lavoratori immigrati e i morti nei cantieri per la costruzione degli impianti del Mondiale poi disputatosi in Qatar nel 2022, di fronte alla quale il presidente della Fifa minimizzò l’accaduto in virtù di un grande evento desiderato da tutto il mondo e il mondo del calcio tacque.
Se dunque il calcio professionistico italiano vive un periodo di profonda crisi identitaria e processuale, tra modelli di business esterofili, figuracce internazionali e politiche miopi, ciò che emerge con forza e dignità è l’universo sempre più vivace e cosciente delle esperienze di calcio popolare, le quali non solo riportano lo sport e la socialità al centro della questione, ma sono state anche in grado di organizzare la grande mobilitazione che ha visto sfilare migliaia di persone contro l’ennesima partita giocata in Italia dalla nazionale di calcio israeliana, lo scorso 14 ottobre 2025 a Udine. Nel pieno del movimento blocchiamo tutto che riempì le strade di tutta Italia in quei mesi, quella manifestazione, i cui numeri furono almeno il doppio dei seggiolini occupati dentro allo stadio Friuli, ha riportato le persone che attorno allo sport intessono relazioni quotidiane dal basso al livello di una risposta collettiva e incisiva, oggi più che mai necessaria anche a partire dai campi di calcio.
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