
Apocalisse imperiale?
Dopo l’estrema minaccia che ha fatto pensare a un attacco nucleare Trump si ritira. Il passo indietro del presidente americano è di portata storica: un colpo per la credibilità dell’american dream. Da vedere quanto durerà.
Con sfumature diverse la propaganda occidentale tenta di edulcorare la pillola: è Teheran che cede all’ultimatum, che accetta la tregua, che si attiene alle condizioni? La realtà è evidentemente un’altra. Il piano in 10 punti proposto dall’Iran tramite la mediazione del Pakistan è un all in che mostra una netta superiorità sul piano politico della Repubblica Islamica. Oltre a mostrare al mondo la debolezza degli Usa dimostra la capacità di resistenza di un Paese che per difendere le proprie infrastrutture stava mobilitando migliaia di persone per fungere da catene umane intorno alle centrali elettriche e i luoghi strategici. Dimostra anche una capacità su un piano politico, ossia mettere in campo un uso della forza in funzione della negoziazione.
Non è dato sapere quanto affidamento si possa fare su questa “ritirata strategica” americana e questi mesi ci hanno abituato a situazioni che si capovolgono in fretta, il che ci obbliga alla prudenza. Non sappiamo se siamo di fronte ad uno scenario simile a quelle che furono le trattative di Ginevra prima dello scoppio della guerra, o ad un vera mediazione. Un congelamento del conflitto, in ogni caso, in queste condizioni, è un risultato per l’Iran vista la sproporzione delle forze in campo.
Il piano in sé garantirebbe il controllo di Hormuz sotto il controllo iraniano, il che assicura una posizione egemonica dirimente; prevede il ritiro delle sanzioni, uno degli elementi chiave che aveva alimentato malcontento e proteste interne per la situazione economica di crisi; il ritiro delle forze statunitensi dalle basi nella Regione; la fine degli attacchi nei confronti di tutti gli elementi dell’Asse della Resistenza, dunque coinvolgendo e mettendo in una posizione di forza i territori obiettivo del progetto sionista; la possibilità di proseguire con il programma di arricchimento dell’uranio, condizione che formalmente avrebbe fatto saltare il banco il 28 febbraio scorso con l’attacco ingiustificato degli Usa durante i negoziati con l’Iran. Un manifesto di contraddizione per gli americani.
Non tornerà tutto come prima. Intanto, occorre vedere quanto questa tregua reggerà considerando gli altri attori coinvolti, in primis Israele. Netanyahu è sicuramente il punto debole della tregua, ha già dichiarato che il cessate il fuoco non comprende il Libano. Senza guerra totale il progetto stesso e l’entità sionista non ha ragion d’essere né di riprodursi, dunque da verificare la tenuta ai dettami di Washington. L’invasione del Libano continua così come l’accanita resistenza di Hezbollah. In secondo luogo, la “riapertura” dello Stretto sotto Stretto controllo iraniano non significa che la crisi energetica sia acqua passata: come già si prevedeva, nonostante una sospensione della guerra un eventuale passaggio di rifornimenti da Hormuz non sarà sufficiente a invertire la tendenza di recessione annunciata. Recessione che si traduce in aumento dei prezzi sul carburante (e di conseguenza su tutti gli altri beni di prima necessità, come il cibo), ossia su una materia prima di cui non si dispone materialmente, ingredienti perfetti per crash finanziario peggiore di quelli già visti. E i benzinai chiusi di questi giorni per mancanza di gasolio e benzina sono una prima avvisaglia.
Veniamo a “noi”. Le conseguenze sul piano economico e materiale, soprattutto in Europa, non saranno meno pesanti. Un concetto inizia a farsi strada: questa guerra è anche una guerra all’Europa da parte di Trump e, se guardiamo all’Italia ma non solo, Crosetto e Meloni sono capaci soltanto di essere proni. Farfugliano sulla disponibilità delle basi militari, non danno garanzie, portano il Paese a una strozzatura: il “lockdown” di maggio è scampato o sarà necessario mettere in piedi misure di risparmio e razionalizzazione anche a tregua in corso? Cosa ne diranno gli agricoltori, i lavoratori e le lavoratrici, le famiglie?
La guerra dei flussi svuota il concetto di “sovranità” e mostra al mondo l’inconsistenza del sistema neoliberista e dell’Occidente collettivo. Non bastano i video fatti con l’intelligenza artificiale per garantire una qualche superiorità morale e politica, nonostante una ancora e conclamata valida superiorità militare. Se non si detiene il controllo del proprio territorio e delle proprie risorse – se al suo interno ve ne sono – il gioco si rompe. In barba alla gioventù che si è mobilitata a gennaio scorso in Iran vengono bombardate le università di Teheran a riprova del fatto che non c’è nessun interesse a “liberare” il Paese da un regime, se ancora ci fosse il bisogno di ripeterlo. Questo momento storico ci parla più di una disperata volontà di aggrapparsi a un modello in crisi e apre a una prospettiva inedita: le dichiarazioni sul “cancellare la civiltà iraniana” sono di fatto un altro modo per dire che è la civiltà occidentale ad attraversare la vera crisi. Un ordine del discorso che appartiene ai think tank americani e che fa eco allo scontro di civiltà che si sta ribaltando contro i suoi padri fondatori. Pezzo dopo pezzo. E da questa crisi profonda potrà nascere il “nuovo”, l’orizzonte di cambiamento per chi sta in basso: loro vogliono salvare un modello marcescente, noi no.
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