
Giovani Contro
Oggi la politica istituzionale in toto inizia ad avere un timore, ossia quello di vedere nei “giovani” un settore capace di organizzarsi, incidere e non avere alcuna fiducia nei confronti della delega e della politica dei partiti.
Da una parte e dall’altra si trasformano le modalità di narrare e percepire i giovani (intanto intesi come un blocco omogeneo e monolitico) ma poco cambia in merito agli obiettivi: strumentalizzarli per ottenere un benestare ed evitare che ci sia un rifiuto totale. Dai giornali ai talk show; la paura è la stessa: evitare che i giovani si rivolgano contro il sistema nel suo insieme.
Il voto al referendum, le mobilitazioni degli ultimi mesi invece ci indicano la via: fare in modo che questa paura trasversale della classe dirigente diventi sempre di più realtà. Stimolare e costruire percorsi di mobilitazione perché questo conflitto si renda sempre più esplicito è il compito che ci si trova davanti.
Se questa generazione è sempre stata descritta come passiva rispetto alla politica, l’ultimo anno ci ha invece restituito una realtà completamente diversa. Le mobilitazioni per la Palestina – così come il 31 gennaio a Torino e il 28 marzo a Roma -, culminate con gli scioperi di settembre e ottobre, hanno visto la partecipazione massiccia e decisiva dei giovani, specialmente studenti. Il consenso esteso intorno alla causa palestinese e l’opportunità data dalla Global Sumud Flotilla, hanno portato all’oceanica mobilitazione che abbiamo visto. I/le giovani di tutto il paese (studenti/esse, universitari/ie, lavoratori/trici, disoccupati/e, precari/ie) non hanno partecipato soltanto rispondendo a indicazioni dall’alto e chiedendo una direzione politica: hanno costruito e definito la pratica del blocco, nel contesto dello sciopero, in autonomia.
Questo significa che nel momento in cui si ha una reale – e non simulata – possibilità di incidere sulla realtà, non solo si manifesta una disponibilità all’attivazione, ma anche una presa di protagonismo che spinge qualitativamente in avanti un movimento. Da questo capiamo chiaramente che non è più possibile (se mai lo è stato) mobilitarsi senza una valutazione razionale dell’utilità di quello che si sta facendo e delle conseguenze politiche per il movimento reale, negative o positive che siano.
In queste forme di lotta si legge un rifiuto delle dinamiche della politica istituzionale, considerata da molti come inadeguata a soddisfare le esigenze di cambiamento richieste. Questa disillusione, che si spiega anche solo guardando al quadro politico italiano degli ultimi 30 anni, sta proprio alla base del fenomeno astensionistico di cui prima, e che giustifica lo stupore di molti tra coloro che hanno visto i risultati del referendum. Il senso è lo stesso delle mobilitazioni per la Flotilla: questo referendum permetteva di opporsi e colpire direttamente il governo Meloni, senza la necessità di mediazioni partitiche, verso cui la diffidenza non è diminuita. Questo non vuol dire in automatico che le possibilità di recupero istituzionali, con il disinnesco del potenziale di rottura che in questo momento ne conseguirebbe, non esistano. Anzi, non dobbiamo sottovalutare che, per alcune persone, opzioni politiche dell’attuale compagine istituzionale possano essere attrattive.
Nelle ultime settimane abbiamo visto il dibattito pubblico fermentare intorno al prolungarsi dell’aggressione USA-Israele all’Iran e al referendum del 22-23 marzo. Il giornalismo e la politica istituzionale, nell’intenso traffico social di notizie, hanno insistito parecchio sulle statistiche della distribuzione del voto al referendum sulla giustizia, concentrandosi su uno dei dati emersi più rilevanti: i giovani – nelle analisi considerati come gli under 35 -, sono andati a votare più delle altre fasce di età considerate (67%), con una netta preferenza per il No (61,1%). Cosa vuol dire tutto questo?
Innanzitutto, assistiamo a una riconsiderazione del ruolo dei giovani sotto una prospettiva diversa, che evidenzia la potenziale forza che questo segmento sociale, categorizzato su base generazionale e di età, può esprimere nel nostro paese. Questo non scardina il solito dibattito tra chi sostiene che i giovani siano scansafatiche e chi dice siano possibilità di cambiamento, ma vede una certa parte politica, in questo caso l’opposizione, riaccendere per loro il proprio entusiasmo. Vedendo questo pezzo di elettorato schierarsi contro il governo e votare prevalentemente in linea con le loro posizioni, si sono evidentemente galvanizzati. Forse che i giovani hanno votato “No” su indicazione del “campo largo”? Illudersi che questo voto costituisca il riconoscimento di quella rappresentanza politica è ingenuo oltreché semplicistico, e vale pertanto la pena fare delle considerazioni oltre all’ovvio e all’evidente.
Questi partiti vogliono dipingersi come rappresentanti della “gioventù” nelle istituzioni, costruendo, attraverso un’essenzializzazione di questa categoria, dei suoi valori, delle caratteristiche comuni ad essa attribuite, una differenza tra chi difende gli interessi delle nuove generazioni, proiettandosi nel futuro e guardando al progresso, e chi invece pensa solo agli adulti e agli anziani. Tentano insomma, facendo leva sull’efficace quanto problematica retorica dello scontro generazionale, di mobilitare il pezzo di elettorato più silenzioso nel momento in cui bisogna andare a votare. Il motivo è proprio questo: nonostante il progressivo invecchiamento della nostra società – e quindi la proporzionale riduzione numerica dei giovani -, questi costituiscono una parte importante dell’astensionismo e hanno il potere di ribaltare gli equilibri ad una tornata elettorale. L’esito del referendum ne è una prova. Come prima cosa, quindi, dobbiamo demistificare qualsiasi presunta attenzione spassionata, riconoscendo i calcoli e i desideri di chi cerca di attrarre voti nel solito gioco di potere.
Dobbiamo poi capire, senza cadere nel tranello delle risposte comode e semplici, perché i giovani possano essere un motore di cambiamento, al di là dell’evidente differenza anagrafica e biologica.
È infatti chiaro che non si possa definire in maniera monolitica l’essere giovani, al netto del protagonismo giovanile comune in molte delle esperienze di lotta e cambiamento dell’ultimo secolo. Il fatto di rappresentare il “futuro” della società, e di avere quindi un interesse maggiore nel costruirselo, non è l’unico dato da considerare. Così come non si può ridurre tutto al vitalismo giovanile e alla naturale tendenza adolescenziale alla ribellione.
A giocare un ruolo decisivo è la situazione che i giovani vivono in questo periodo storico. Concentrandoci nello specifico sulla situazione in Europa e in Occidente, le nuove generazioni crescono in una fase di cambiamento economico e sociale definita dalle crisi finanziarie globali – soprattutto quella del 2008 -, dall’affermazione politica dei sovranismi neoliberisti e dal ritorno della guerra come principio regolatore delle relazioni internazionali.
La recessione economica imposta da crisi, politiche di austerity e tagli alla spesa pubblica, fa che questa generazione sia la prima dal boom economico ad avere una prospettiva futura del tenore di vita minore rispetto a quella precedente. Le conquiste operaie solidificate nei sistemi welfaristi e nelle istituzioni capaci di favorire l’ascensione sociale vengono smontate pezzo dopo pezzo, eliminando garanzie un tempo considerate normali.
La congiuntura geopolitica, definita dalla politica di potenza dell’imperialismo statunitense e dal riarmo generalizzato, pende poi come una minaccia costante sulle vite di tutti, prefigurando una spirale discendente delle condizioni di vita, soprattutto per i giovani. Questi, in una situazione ancora ipotetica di guerra guerreggiata, sarebbero non solo vittime delle restrizioni del proprio paniere di consumo, ma anche attori di primo piano nell’esercizio della guerra sul campo. La reintroduzione della leva militare in Germania e le proposte di legge per reintrodurla anche in altri paesi europei ne sono la dimostrazione, addirittura ad oggi è scattato l’obbligo per tutti i tedeschi dai 17 ai 45 di giustificare l’allontanamento dal Paese per più di 90 giorni.
I giovani vivono quindi l’erosione progressiva del loro benessere, il lavoro iper flessibilizzato e sfruttato, e il ritorno alla guerra come orizzonte futuro. La sofferenza – anche esistenziale – e, per inverso, la rabbia si inserisce quindi in una dimensione di classe che inizia – e non si riduce minimamente – dalla privazione sistematica della libertà, dell’autonomia e del potere.
Una privazione che si manifesta anche nei luoghi della formazione, dove avvengono molti dei processi di socializzazione delle persone, dalla scuola primaria all’università. I giovani vengono investiti in tutti gli ambiti della loro vita dai cambiamenti tanto sostanziali quanto formali di cui parlavamo prima, con tutte le conseguenze che ne derivano.
Il comportamento, le azioni, ma anche le reazioni davanti ad uno scenario di vita di questo tipo non sono univoche. L’incidenza nei giovani del malessere psichico e dei disturbi ad esso annessi, ad esempio, rappresentano un fenomeno sociale complesso e stratificato, sempre più rilevante a livello quantitativo. Determinante da un punto di vista complessivo è stata senza dubbio la pandemia del Covid-19, che ha esacerbato una tendenza già esistente in precedenza. In particolare per la popolazione scolastica, la costrizione a casa, la didattica a distanza e la privazione della dimensione sociale e collettiva della scuola, hanno funzionato come detonatore del disagio psicologico diffuso, mostrando – anche nel dibattito pubblico, vista la sovraesposizione, soprattutto social, del fenomeno – una stretta correlazione tra qualità della riproduzione sociale e malessere mentale.
L’importanza di questo sintomo non sta soltanto nelle dimensioni del fenomeno, ma deriva anche da come i giovani lo hanno utilizzato come vettore di riconoscimento collettivo e come grido d’allarme. Il passaggio poi dai tentativi di miglioramento individuale della propria condizione all’organizzazione collettiva è il nocciolo della questione.
Le risposte alle forme di alienazione a scuola e nei luoghi di lavoro sono infatti diverse e intrecciate.
Un fatto di cronaca piuttosto notevole, ripreso da chiunque nelle ultime settimane, è stato l’accoltellamento da parte di uno studente 13enne della sua professoressa di francese, in una scuola media della provincia di Bergamo. L’avvenimento, pur avendo delle importanti specificità da sottolineare, si inserisce in una serie di episodi di violenza nelle scuole italiane, che hanno movimentato l’opinione pubblica. A colpire in questo caso è soprattutto la giovanissima età del ragazzo, per altro così piccolo da non poter essere indagato dal nostro sistema penale. Come spiega in un articolo Caterina Donattini, la violenza del sistema educativo così come si sviluppa in un contesto di impoverimento complessivo della società, si riflette sul processo formativo degli studenti, sempre più rassegnati ad un percorso deciso da altri, per gli interessi di altri. La violenza diventa così il mezzo attraverso cui emanciparsi e uscire da una costrizione percepita come mortale. Questo è ciò che in effetti il ragazzino ha scritto nel suo “manifesto”.
Proprio dalla lettura di questi, emergono altri elementi rilevanti per comprendere quello che è successo. Le strutture linguistiche, le parole utilizzate, i riferimenti culturali impliciti, si legano a sottoculture ben specifiche dei giorni nostri, riconducibili all’accelerazionismo, al “nichilismo violento” e al fenomeno della manosphere. Il dato interessante è che l’avvicinamento di giovani e giovanissimi a queste culture, che poi si può tradurre – come nel caso del ragazzino – nell’accesso a community online più o meno sotterranee, passa più da forme di assorbimento basate sulla fruizione di contenuti social che dalla volontà esplicita di prenderne parte. È comprovato che algoritmi di piattaforme come TikTok direzionino i contenuti di giovani, soprattutto maschi, verso contenuti di questo tipo, via via più violenti.
Questa presa di coscienza ci obbliga a considerare l’importanza che la tecnologia e i social network ricoprono nella soggettivazione delle nuove generazioni: creare un’alternativa di rottura che si basi sulla costruzione di contro-soggettività vuol dire fare i conti con il mondo comunicativo dinamico e contraddittorio dei social network, anche abbandonando un certo snobismo che trova più comodo ignorarli.
Il “nichilismo violento” può essere considerato un modo – ancora estremamente minoritario e di entità diversa rispetto ad altri contesti, come gli Stati Uniti – per reagire, in senso distruttivo, ad un condizione di disagio e frustrazione, ma non è ovviamente né l’unico pensabile né il più rilevante politicamente.
La vastità delle variabili deve quindi farci riflettere sul fatto che, forse, non solo dobbiamo rifiutare tanto la mediazione a tutti i costi quanto il separatismo settario, ma dobbiamo proprio sottrarci ad una dinamica che non coglie il fulcro del discorso.
È necessario, a partire dalla riconsiderazione di un soggetto giovanile spogliato di ogni stigma o romanticizzazione, mettere al centro la proposta. Ciò significa saper cogliere le congiunture in cui i bisogni certamente differenziati di questo settore sociale si incrociano al momento giusto, avendo la prontezza di indicare tanto gli obiettivi tattici che già emergono dalle spinte della classe quanto i metodi attraverso cui intervenire.
Dagli ultimi mesi dobbiamo trarre l’insegnamento che le persone vogliono cogliere, quando vale la pena, delle opportunità di rottura. Dall’incrociarsi degli assi di cambiamento a livello internazionale, dalle sconfitte politiche nel nostro paese e dalla crisi che dalla guerra in Iran colpisce tutti noi, delle possibilità di accelerazione ci sono: sta noi intuirle, comprenderle e fare delle scommesse.
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