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In uno dei momenti più delicati dall’inizio dell’aggressione imperialista all’Iran, cominciano a sorgere delle fratture in seno alla principale alleanza politico-strategica ed economica del Medio Oriente.

Dal primo maggio, gli Emirati Arabi Uniti sono usciti dall’OPEC, sottraendosi dal cartello del petrolio e avviando nuovi finanziamenti interni per la sua estrazione.

Nella situazione di stallo bellico e guerra economica tra Iran e Stati Uniti, il punto di tensione su cui si muovono i due stati continua ad essere la viabilità dello Stretto di Hormuz. Nei giorni scorsi, come già per altro accaduto nelle passate settimane, i rappresentanti USA hanno dichiarato di aver aperto un corridoio nello stretto, chiuso dagli Stati Uniti al passaggio delle navi iraniane e dall’Iran a tutte le altre, eccetto quelle dirette in Cina.

In un gioco di leve – iniziato tatticamente dall’Iran per amplificare le esternalità della guerra voluta da Trump, fino alla crisi energetica globale -, i primi e immediati bersagli di questo blocco sono stati i paesi del Golfo, colpiti anche direttamente dagli attacchi a tappeto iraniani agli inizi della guerra, diretti verso le basi e le installazioni americane.

Questi paesi – Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Iraq, Qatar, Kuwait, Bahrain – sono il baricentro geopolitico della strategia USA per il Medio Oriente. Attraverso le politiche diplomatiche di Israele, concretizzate negli accordi di Abramo, sono diventati il vettore di stabilizzazione della regione e di contenimento del pericolo costituito dall’Iran, principale spina anti-imperialista dell’Asia occidentale.

La loro rilevanza nel mercato internazionale di combustibili fossili spiega infine la delicatezza del loro ruolo in questa precisa congiuntura storica. Gli OPEC – e gli OPEC+ – ricoprono la quota maggioritaria di produzione ed export mondiale di petrolio, di cui una buona parte transita per gli stretti di Hormuz e Bāb El-Mandeb. La loro tenuta politica rappresenta quindi un freno alla destabilizzazione generata dalla guerra e al prezzo del greggio in tutto il mondo. I paesi che esportano petrolio, tanto gli OPEC+ quanto gli altri – innanzitutto gli Stati Uniti, primi esportatori di oro nero -, guardano quindi con attenzione alle manovre intorno al Golfo, capaci di regolare gli equilibri nel mercato globale. 

Gli EAU hanno deciso di staccarsi dal cartello per poter aumentare l’estrazione di petrolio dalle sue riserve. L’OPEC si basa infatti sulla standardizzazione dell’offerta, suddivisa proporzionalmente in base alle riserve di ogni paese. A guidare l’organizzazione è l’Arabia Saudita che, in virtù delle quote che rappresenta sul mercato, assume un maggiore peso politico e decisionale. Poiché il cartello, per definire i prezzi, riduce o aumenta arbitrariamente il livello di output, la decisione ricade su tutti i paesi partecipanti. La scelta degli Emirati va quindi compresa in uno scontro già politico con i vicini Sauditi, responsabili secondo gli emiri di tetti troppo bassi alle loro potenzialità produttive.

Va poi considerata la peculiarità degli Emirati che, più di tutti gli altri paesi del Golfo, ha reindirizzato la rendita dell’estrazione di petrolio verso altri ambiti produttivi, diversificando gli investimenti su nuovi settori – anche strategici a livello globale – come l’high tech e l’intelligenza artificiale. Manovre economiche che già preparavano il paese ad una ristrutturazione capace di battere sui tempi le altre petromonarchie, generando inevitabili instabilità politiche.

Si tratta insomma di un progetto che bolliva in pentola da tempo, e che la guerra ha contribuito a fare emergere.

Se già normalmente il risultato sarebbe stato destabilizzante, lo è ancora di più nella situazione attuale. Gli Emirati, che producono ad oggi 3,3 milioni di barili annui – cifra già calmierata ad aprile, oltre la quale non avrebbero potuto intensificare l’estrazione -, preannunciano finanziamenti per 55 miliardi di dollari nel settore.

Un finanziamento tale permetterà l’incremento dell’export, rompendo l’equilibrio garantito dall’oligopolio e inflazionato dalla crisi di Hormuz

Gli effetti non sono totalmente prevedibili e saranno leggibili soltanto oltre l’immediato.

La geopolitica regionale ha già avuto uno scossone. La scelta emiratina di spostarsi verso una forma di autonomia sovrana, come spiegato qui, rompe una simmetria definita 60 anni fa, mettendo in effetti in discussione l’intera alleanza delle petromonarchie e dell’OPEC. In questo senso, gli scenari plausibili sono diversi, compreso un potenziale indebolimento dell’influenza degli Stati Uniti nella regione, ove dovranno quanto meno diversificare le strategie di intervento insieme allo Stato Ebraico. Una frattura di tale calibro determinerà l’acuirsi di competizioni regionali, con potenziali risvolti sul piano globale. È plausibile immaginare, in un futuro neanche troppo lontano, la ricerca da parte dei paesi del Golfo di nuove sponde politiche ed economiche, rappresentate in primis dalla sempre più forte presenza delle compagnie petrolifere cinesi.

D’altra parte l’iniezione sul mercato di quantitativi di barili oltre gli standard OPEC, attraverso anche l’oleodotto Fujairah – che già permette di bypassare Hormuz -, potrebbe comportare un aumento della concorrenza e una riduzione dei prezzi. Questo è anche il motivo per cui, da questo punto di vista, gli Stati Uniti accolgono con piacere l’evento. 

Bisogna tuttavia considerare due fattori opposti: gli Emirati non hanno il peso produttivo per condizionare totalmente il mercato e gli altri paesi OPEC hanno già annunciato degli aumenti di barili giornalieri. Una manovra di questo tipo, oltre a controbilanciare l’eventuale diminuzione del prezzo, potrebbe persino arrivare, considerando la concorrenza globale, a una guerra dei prezzi con innalzamenti ulteriori a quelli generati dal conflitto in Iran.

È quindi immaginabile un esacerbarsi della crisi con conseguenze ancora difficilmente prevedibili, ma che potrebbero comportare, nel quadro di un Trump che cerca in ogni modo di svincolarsi dal pantano bellico in cui è finito, un aumento della capacità di ricatto dell’Iran sul mercato del fossile. Conseguenze che si tradurrebbero anche alle nostre latitudini, ove le manovre di riduzione dei prezzi del carburante singhiozzano e hanno proroghe sempre più brevi.

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