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“In cella con il guinzaglio”. Lettera di Ilaria Salis dal carcere di Budapest

Dal carcere di Budapest, dove soggiorna ormai da undici mesi, Ilaria Salis è tornata a scrivere ai suoi avvocati. Tredici pagine per raccontare un’altra volta le tremende condizioni della sua detenzione, in attesa dell’appuntamento del prossimo 29 gennaio, quando comincerà il processo in cui dovrà rispondere dell’accusa di aver aggredito, insieme ad altri, due neonazisti accorsi in Ungheria per celebrare la memoria di un battaglione delle SS.

di Mario Di Vito da il manifesto

ILARIA affronterà tutto questo da dentro «una cella di transito» grande «come un armadio». Con «le manette», «un cinturone legato alle manette» e «un’altra manetta a cui è attaccato un guinzaglio». Dentro alla prigione di Budapest, per il resto, la vita procede come sempre, con la «situazione alimentare» che viene raccontata come «catastrofica». Si legge nella lettera: «Mi hanno detto che qui in Ungheria nel questionario rivolto ai donatori di sangue chiedono anche se si è stati in carcere negli ultimi 6 mesi. Significa che anche il sistema sanitario ungherese è a conoscenza della malnutrizione e delle condizioni sanitarie all’interno delle carcere». Da un punto di vista giudiziario, Salis era stata in principio accusata di lesioni «contro un membro della comunità», una formula che di solito si usa per i casi di discriminazione nei confronti di minoranze etniche o religiose. In questo caso il concetto era stato allargato fino a comprendere anche i neonazisti.

Nel corso della fase istruttoria, però, l’aggravante è caduta e dai 24 anni di condanna che rischiava in principio adesso la 39enne italiana può prenderne al massimo 16 (e già le è stato proposto un patteggiamento a 11, rifiutato). Le due vittime, oltre a non aver mai sporto denuncia, hanno riportato lesioni guarite in 6 e 8 giorni. Un fatto del genere, in Italia, interesserebbe un tribunale solo dopo una querela di parte e configurerebbe il reato di lesioni lievi: la spoporzione tra la dimensione del fatto contestato e quella della condanna potenziale è palese. Per questo, a partire dal comitato in sostegno di Ilaria Salis nato la settimana scorsa, in molti chiedono al governo italiano di intervenire, quantomeno per riportare la donna in patria e farle scontare qui la custodia cautelare, magari ai domiciliari. Sul punto il ministro della Giustizia Carlo Nordio è stato molto vago, così come il vicepremier Antonio Tajani. Per il resto l’esecutivo continua a rimanere in silenzio.

PER QUELLO CHE RIGUARDA il 24enne Gabriele Marchesi, accusato anche lui di aver aggredito dei neonazisti a Budapest e attualmente ai domiciliari in Italia dopo essere stato arrestato a novembre, ieri mattina la Corte d’appello di Milano ha rinviato (per la terza volta) la sua decisione sulla consegna dell’indagato all’Ungheria. Il prossimo appuntamento è fissato al 13 febbraio. Per allora si spera saranno arrivati gli approfondimenti richiesti al tribunale di Budapest sulle condizioni carcerarie del paese. La prima scadenza – l’11 gennaio – è passata senza che nulla accadesse: i giudici magiari infatti avevano chiesto una proroga perché dall’Italia la richiesta è partita durante il periodo natalizio e, dunque, c’è stato poco tempo per approntare una risposta. Adesso il collegio milanese presieduto da Roberto Arnaldi ha fissato una nuova data limite per il 30 gennaio.

Il procuratore generale Cuno Tarfusser ha già espresso il suo parere contrario all’estradizione di Marchesi, motivandolo proprio con le notizie inquietanti che si hanno sulle prigioni ungheresi. In una sua lettera di qualche mese fa era stata Ilaria Salis a fornire qualche dettaglio: topi, scarafaggi, cimici, spazi angusti e luridi, detenuti tenuti al guinzaglio. Oltre a tutto questo c’è un gran numero di allarmatissimi rapporti europei sul tema.

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