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Cosa è successo veramente alla Biblioteca del 36 di Bologna: FAQ anti-bufala

Giorni di narrazioni tossiche, giorni di menzogne e strali gettati contro una mobilitazione genuina, veritiera, dura, collettiva e soprattutto numerosa. Iniziamo con questo documento a decostruire una ad una le bugie utilizzate per stigmatizzare gli studenti e le studentesse del 36.

 – Gli studenti hanno rifiutato il dialogo con l’università…

Per essere definito tale, un dialogo necessita della comunicazione da punti di vista differenti che possa lasciare un esito aperto, legato all’incontro delle posizioni espresse. La decisione di montare i tornelli da parte dell’Università è avvenuta senza nemmeno interpellare la rappresentanza studentesca (come riporta un articolo su la Repubblica del 12 febbraio), ed anche la CGIL (sul Carlino dello stesso giorno) lamenta il mancato confronto in proposito. Venuti tra le altre cose a conoscenza dell’importo della spesa per i tornelli (di ben 90.000€), i primi a richiedere un tavolo sono stati gli stessi studenti del 36. Ai quali solo dopo diversi giorni è stato concesso dalla prorettrice Trombini: al solo scopo di comunicare l’irrevocabilità della decisione delle istituzioni universitarie. A quel punto, una volta installati, i tornelli sono stati smontati – non distrutti – e recapitati perfettamente integri dai frequentatori del 36 in rettorato, a sottolineare pacificamente il carattere arbitrario della condotta dell’Istituzione.

– …e la polizia è intervenuta perché chiamata per porre fine ad una situazione illegale!

Studenti e frequentatori del 36 dopo l’occupazione hanno continuato le loro consuete attività fino alle 17.30 di pomeriggio FOTO. Orario in cui la celere ha fatto irruzione, dopo essere la chiamata delle istituzioni universitarie – fatto inizialmente ammantato di imbarazzante silenzio e divulgato dai giornali solo ore dopo. Mai nel dopoguerra (ma neppure, con i dovuti paragoni, nel medioevo le guardie erano entrate negli spazi universitari, neppure nei momenti più caldi della lotta armata del ’77 – e comunque non era mai mancata opera di mediazione per tutelare non solo i propri iscritti, ma anche quanti si trovassero per le ragioni più disparate negli spazi universitari.

Circola in rete una dichiarazione di Mirella Mazzucchi, Coordinatore gestionale della Biblioteca del 36 (e, dall’alto della sua posizione dirigenziale, tra i pochi membri del personale del 36 ad aver sostenuto pubblicamente la condizione di “paura” degli operatori) – che tra le altre cose si rammarica del fatto che in precedenza siano stati cacciati dalla struttura agenti in borghese della DIGOS. Se non nella Turchia di Erdogan ed in altri stati simili, la polizia politica NON frequenta le università e NON “dà una mano” al personale a tenere sotto controllo determinati comportamenti degli studenti.

Sempre in uno Stato di diritto, la polizia segue ben precise regole di condotta, volte in primo luogo a tutelare l’incolumità dei presenti e a minimizzare i danni materiali dell’azione repressiva.

A differenza di quanto perpetrato al 36, NON lancia sedie e in superiorità numerica NON colpisce con pugni e manganellate chi oppone resistenza passiva – in barba a quanto dichiarato dal procuratore Amato, che ha giudicato “irreprensibile” l’operato degli agenti.

– A quella biblioteca, che è universitaria, deve essere consentito l’accesso ai soli studenti iscritti all’Unibo, ce ne sono tante altre in città dove poter andare!

E’ ipocrita e ridicola la posizione di chi un giorno difende la limitazione dell’accesso ad una biblioteca e l’altro lamenta le barriere architettoniche (le carrozzine non simpatizzano notoriamente per i tornelli – se solo potessero arrivarci dati i gradini del 36) e i tassi di analfabetismo funzionale nella popolazione italiana – perfino in quella universitaria. Peraltro l’università non è una banca o un’azienda privata: è un bene ed un luogo pubblico, pagato con le tasse di tutt* (tantoché l’accesso a lezioni non gravate da vincoli operativi – come ad esempio una di odontoiatria – è libero). Anche la biblioteca in questione, in quanto parte del polo interbibliotecario bolognese, consentiva il prestito ad esterni – che con i tornelli avrebbero visto ostacolata la fruizione di tale proprio diritto. Per contro (senza addurre alcuna spiegazione e senza giustificato allarme se non per l’insofferenza degli studenti) nel primo pomeriggio di martedì 14 l’Università ha diramato la direttiva di chiusura di spazi bibliotecari e di studio come la Walter Bigiavi e Palazzo Paleotti – in quest’ultimo caso addirittura impedendo l’uscita ai presenti.

– Ma i tornelli ed il badge servono ad impedire che la biblioteca divenga un ritrovo di balordi e spacciatori e gli studenti e le studentesse siano disturbati/e, o peggio, molestati/e da estranei!

Da almeno 15 anni (cioé dall’insediamento del “sindaco-sceriffo” Cofferati, del quale Merola era già assessore alla casa) chi frequenta la zona universitaria non può non notarne il continuo presidio da parte di un vistoso dispositivo di polizia. Per notevoli periodi vi hanno stazionato mezzi blindati e vi è stato persino insediato un commissariato, con pattuglie stazionarie e mobili. Un tale schieramento per un arco così prolungato di tempo non ha scalfito minimamente gli interessi degli “spacciatori” (a cui nessuna legge vieta di avere il badge, ma che anzi potrebbero continuare la loro attività ancor più protetti dalla falsa percezione di sicurezza: per farsene un’idea basti considerare il trattamento che riservano i tabloid a Lapo Elkann rispetto ad un cittadino nordafricano…). Al di là di risibili “operazioni” (sgominata la santabarbara delle birre in via acri! – titolava il Carlino quest’autunno) la prova “law&order” più muscolare in tempi recenti nella zona è stata il 27 maggio 2013: decine di celerini e carabinieri bardati fino ai denti, con l’obiettivo di…impedire un’assemblea pacifica di dibattito sulle condizioni delle lavoratrici delle pulizie! E’ noto a tutt* come andò a finire. La via più lunga e faticosa, ma anche quella in grado di costruire una vera sicurezza per tutt*, è quella della costruzione di senso di appartenenza al luogo e responsabilità collettiva: nei passati eventi notturni di autogestione del posto, gli studenti del 36 si sono sempre fatti carico della vigilanza nei punti più delicati della struttura e di bloccare sul nascere episodi di tensione e comportamenti nichilisti. Ed alcuni mesi fa davanti ad una grave molestia verso una studentessa (anche in questo caso l’autore era munito di badge) furono proprio i frequentatori della biblioteca ad intervenire per primi e ad espellere da essa la sgradita presenza, come si legge in questo comunicato.

– La maggioranza degli studenti non accetta simili pratiche e chiede solo di poter continuare a studiare

Si potrebbe ragionare su quanto uno studio avulso dal confronto quotidiano col contesto nel quale si svolge – pur nei suoi elementi più sgraditi e contraddittori, ma presenti ed ineliminabili – possa essere non semplicemente libresco ed intellettualoide, ma perfino dannoso Link: ce lo ricordano i nobel-decorati economisti e burocrati i cui infallibili modelli teorici liberisti ci hanno regalato l’attuale bancarotta finanziaria e politica dell’Unione Europea.

Inoltre, chi detiene il potere è abile a costruire ed amplificare la voce di presunte “maggioranze silenziose”, o per converso a ridurre e sminuire reali “maggioranze rumorose”.Una petizione online che richieda solo nome, cognome ed email può essere sottoscritta da chiunque, studente e non, da qualsiasi luogo d’Italia. Per non parlare della possibilità di manomissione, già praticata con disinvoltura da più fazioni del panorama politico italiano (vedere le pagine buongiorniste comprate dal PD al referendum e i bot di Salvini

Posto anche che i firmatari siano persone reali e tutte dell’Unibo, il loro totale è ben lontano da quella maggioranza degli iscritti all’università che essi invocano come punto di legittimazione. Al contrario, è molto vicino ai numeri del bacino di utenza delle associazioni studentesche legate a partiti come il PD e a centri di potere economico come CL, che riproducono in piccolo tra CFU, dispense ed agevolazioni varie il sistema clientelare dei loro fratelli maggiori. Allo stesso tempo, ieri sera – con un’assemblea di oltre 500 persone reali che ha riempito le due aule più grandi di Lettere esprimendo una disapprovazione pressoché unanime dell’operato dell’Università – si è assistito alla tattica del 50%, con una stampa che riportava equamente la condanna e l’ “opinione contraria”.

Mentre è molto facile scrivere un commento, aggiungere un like, firmare un appello sui social lo è molto meno spendersi per organizzare una manifestazione: lo stesso Renzi al culmine del suo potere lo scorso autunno portò in Piazza del Popolo a Roma solo 5000 persone – figuriamoci i suoi epigoni locali. Idem per rischiare e convivere con sanzioni e denunce per affermare un’idea di diritto allo studio alternativa alla deriva mercantile dell’università; e persino per raccogliere firme reali di frequentatori del 36 che sono ben consci di cosa rappresenti quello spazio, dei suoi problemi e delle cose che invece lo rendono il posto includente che è.

Persino il voto che elegge i rappresentanti di tali associazioni al Senato Accademico è scarsamente legittimato: nel 2016 i votanti si attestano al 12,46% del totale, quelli di Lettere non arrivano neppure ai numeri dei presenti ad una forte giornata di mobilitazione autoconvocata dai collettivi (spregiativamente ed impropriamente apostrofati come “quattro gatti”) come quella di sabato 11. Se così non fosse, non si capirebbe come mai Emilia Garuti, responsabile legalità del Partito Democratico dell’Emilia Romagna, abbia stigmatizzato l’operato degli studenti non qualificandosi ma di soppiatto.

– La ragazza che hanno intimidito! Squadriiismoooooo!

“Chi non ha nulla da nascondere non ha nulla da temere” è una frase che si sente spesso rivolgere dai piani alti verso il basso, molto meno in senso inverso fino a tempi recenti – in cui alcune forze politiche hanno fatto della “trasparenza del potere” un proprio cavallo di battaglia. Dove starebbe l’intimidazione dell’essere riconosciuti per chi si è su Facebook – dove l’autopromozione è quotidiana, praticata e ricercata – e senza neppure essere stata minacciata (anche se dire a qualcuno che è del PD potrebbe essere effettivamente considerato come tale)? Anche qui la schizofrenia di chi inveisce quotidianamente contro il “sistema” PD dalla contiguità con Banca Etruria al fare cassa con le multe a Bologna – ma poi si straccia le vesti per l’attacco “personale” ad una sua galoppina – è massima, e la pace immediata con il proprio cervello necessaria.

– Perché protestare proprio per i tornelli, che paghiamo con le nostre tasse? Non ci sarebbero ben altre battaglie da portare avanti per i diritti degli studenti e non solo?

Nell’Università come nella città di Bologna il chi decida e cosa decida sull’allocazione delle risorse è una questione che sta venendo sempre più al pettine. Da una parte gli spazi vengono assunti come fortezze assediate, da valorizzare con giganteschi eventi speculativi, interventi puramente cosmetici o con massicci dispositivi di sorveglianza e repressione – nell’interesse di logiche private e mercantili. Il welfare cittadino e studentesco è attaccato tramite strumenti vessatori come il nuovo calcolo ISEE, non si parla più di fondi per l’emergenza sociale ed abitativa, né di coesione od altri termini nemmeno troppo radicali. Dall’altra c’è chi si oppone a tutto questo: tra le battaglie dei soggetti autorganizzati in università per contrastare il degrado dei propri standard di vita ci sono state proprio quelle sull’accesso alla cultura con la stagione delle autoriduzioni a mostre ed eventi; quella per rendere più abbordabile la mensa universitaria, tra le più care d’Italia; quella al caro-affitti culminata nella nascita dello studentato autogestito Taksim – iniziative queste ultime due ancora una volta violentemente represse.

– Cosa posso fare io stesso/a?

Con la tre giorni di mobilitazione del 9, 10 ed 11 febbraio e la grande assemblea di Lettere del 14 si è aperto qualcosa che prima non c’era: uno spazio generale di dibattito, possibilità ed azione. In cui i “giovani”, ma anche meno giovani – talvolta invocati come unica speranza per il paese, molto più spesso attaccati ferocemente (bamboccioni, choosy, pirla, pistola, falliti…) da una classe di garantiti completamente immersa nella propria bolla comunicativa – possono avere se non la certezza almeno l’occasione di cambiare la situazione propria e di chi li circonda, e di poter dire di averci provato.

Partecipare a momenti di confronto reale e non virtuale (come in occasione dell’assemblea del 14/2 – comunicato)o di “opinione pubblica” per esporre le proprie perplessità, idee e proposte e poi metterle in pratica, collettivamente. Agire per presentare il conto a quanti piangono la morte di tanti giovani in questi giorni, quando ne sono in realtà i primi artefici. Sputare non su chi esprime un’opinione, ma su chi pretende di imporre la propria narrazione ed il proprio dominio su uno spazio di cui non vive i problemi e le contraddizioni perché non ci è mai stato, e da cui intende solo ricavare legittimazione e profitti parassitari.

Per il riscatto della nostra generazione, e di tutte!

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