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Don’t panic: fermare l’isteria, sfruttare il contesto

Chi in questi anni si è dedicato alla politica, quella fatta nella quotidianetà che non è altro che occuparsi dei problemi concreti e delle analisi per trovare soluzioni, dovrebbe abbandonare i sentimenti di rivalsa o invidia, di compatimento o paura verso il Movimento 5 Stelle, ma dovrebbe coltivare una sola pratica: quella della lucidità.

Invece si assiste a una rincorsa costante ad analisi e comportamenti degni di quel coacervo di disinformazione e difesa dei poteri forti chiamato Gruppo l’Espresso. Ma proviamo a fare un atto di lucidità (ci proviamo e basta) e guardare cosa sta succedendo nel concreto.

Il voto

Chi si sorprende del voto espresso a questa tornata elettorale probabilmente in questi anni ha vissuto in una campana di vetro o con un ciuffo di capelli sugli occhi.

A fronte di una situazione precipitata a livello economico e sociale dal 2008, in 5 anni non ci sono state novità rilevanti dal punto di vista politico, sia nelle pratiche che nelle strutture organizzative, da quelle organizzazioni provenienti dall’esperienza di Genova 2001 e dal movimento No Global. Non se la passa meglio la sinistra parlamentare, basti vedere il sostanziale immobilismo della ex sinistra arcobaleno, già bocciata nel 2008 perchè accusata di essere solo un cartello elettorale di ceto politico unitosi per superare gli sbarramenti previsti dalla legge elettorale, ripresentatosi nel 2013 con un’allenaza accozzaglia priva di storia, di contenuti e improvvisata in un paio di mesi.

L’unica vera novità elettorale a livello di pratiche, di contenuti e di mobilitazione di soggetti fino ad oggi dormienti è stato il movimento 5 stelle. Si tratta di un giudizio oggettivo che tratta solo l’aspetto della novità e non delle bontà o meno di tali pratiche o contenuti.

Che queste fossero le elezioni della punizione verso il ceto politico della II Repubblica era scritto nella storia e a questo appuntamento il M5S ci è arrivato puntuale.

Il Movimento 5 Stelle

Per analizzare questo movimento bisogna abbandonare le categorie del lettore medio di Repubblica. Bisogna innanzitutto guardare alla genesi di tale movimento, che viene da lontano. Non è un accozzaglia di esperienze con finalità elettorali o un’operazione di marketing politico, ma un movimento che ha delle radici in fatti e pratiche che hanno avuto una loro storia. Nasce dalla sovrapposizione di 3 differenti epoche e 3 differenti piattaforme comunicative ed organizzative.

La prima è quella degli spettacoli di Beppe Grillo negli anni ’90 quando, una volta espulso dalla televisione pubblica, ha iniziato a portare i suoi spettacoli in giro attraverso la Tv svizzera e la PayTv (il suo fu il primo caso di spettacolo in chiaro su Telepiù anche per i non abbonati) con un impianto incentrato su ecologismo, riduzione di rifiuti e sprechi, denuncia dei vertici di società pachiderma come Rai, Telecom, Trenitalia, del sistema finanziario internazionale, delle multinazionali fino al grande exploit con la previsione del crollo Parmalat.

La seconda piattaforma è quella nata all’inizio degli anni 2000 con il blog e i meet up sparsi su tutto il territorio nazionale. Una fase embrionale durata almeno un quinquennio da cui poi è nata l’esperienza 5 stelle, prima alle elezioni amministrative e poi alle politiche.

La terza e ultima è quella dei Vday e dello Tsunami tour, che altro non è che la forma spettacolare e pubblica di un movimento che ha interpretato i linguaggi e gli strumenti di comunicazione contemporanei, cercando un metodo di relazione e comunicazione del tutto nuovo verso una popolazione delusa ma anche profondamente condizionata e abituata a leggere realtà attraverso un approccio televisivo-spettacolare della politica come praticata per 20 anni dal binomio Berlusconi-Mediaset.

Questi sono i fatti che vanno momentaneamente isolati dai contenuti e dalle contraddizioni perchè sennò si rischia di partire da fatti oggettivi del tutto staccati dalla cronologia storica della genesi del movimento.

Quali prospettive?

Da qui deve partire un’analisi lucida da parte di tutti coloro che in questo movimento non si riconoscono. Anche perchè è chiaro che  il tanto auspicato cambiamento non passa certo da un parlamento sempre più esatuorato da dinamiche che fanno dei mercati internazionali e delle istituzioni sovranzazionali i veri mattatori delle politiche economiche e sociali europee (da qui il detto che i mercati votano tutti i giorni, i cittadini ogni 5 anni).

Il parlamento italiano, fra fiscal compact e veti europei sulle finanziarie, avrà margini di manovra molto stretti e il Movimento 5 Stelle potrà espletare al massimo il ruolo di moralizzatore e condizionare alcune decisioni in ambito ambientale e di innovazione tecnologica. Ma il canovaccio economico, e in particolare macroeconomico è sempre quello. E si tratta di quella  dimensione sovranazionale che poi alimenta la vulgata del ne’ destra ne’ sinistra che non è altro che l’interpretazione popolare di una dittatura dell’ideologia di mercato che rende tutto ricattabile e utiliristicamente e pragmaticamente uguale.

E’ chiaro che un partito, per quanto innovativo possa essere, non potrà mai esprimere nelle istituzioni un rapporto di forza che nella società italiana oggi non esiste. I rapporti fra capitale e lavoro, fra aziende e lavoratori, fra privato e pubblico, fra interessi privati e collettivi è un rapporto all’insegna del ricatto e si stenta a vedere situazioni concrete che riescono a cambiare questo rapporto di subalternità dei popoli e delle istanze collettive agli interessi privati di un’elite sempre più ricca.

Lucidità

Lucidità presuppone guardare al concreto, cioè valutare come la situazione politica nazionale che si è venuta a creare possa favorire o sfavorire tutti quei movimenti, comitati e organizzazioni che in questi anni hanno portato avanti battaglie nell’ambito del lavoro, dei beni comuni, della casa o dell’ambiente. Perchè è comprensibile l’amarezza di tanti militanti comunisti, anarchici, di sinistra, autonomi che da anni portano avanti battaglie, spesso riprese anche da slogan del M5S, che vedono il boom politico di un movimento che alla fine su tanti territori è rimasto a margine di tutte le lotte dal basso in atto. Livorno può esserne un esempio, ma non è certo con l’astio o con i tormentoni destra/sinistra o fascista/antifascista che si risolve una situazione che sta diventando pesante a livello occupazionale e con conseguenze sociali che ancora non vediamo nella sua più dura drammaticità. Proprio i compagni che queste cose  le masticano quotidianamente nei comitati di lotta per la casa o nei sindacati di base dovrebbero saperlo.

Lasciamo, dunque, le questioni su destra/sinistra o il voyeurismo di chi si riscopre antifascista e di sinistra solo in funzione antigrillina (ci riferiamo a Repubblica e al Pd), e analizziamo se questo contesto può essere favorevole o sfavorevole a chi vuole cercare di cambiare questa società e questo sistema veramente da sinistra, cioè ribaltando intanto le politiche di austerità e di disuguaglianza che aumentano quotidianamente la forbice fra poveri e ricchi e che toglie alle classi subalterne opportunità e diritti in settori chiave come l’istruzione e la sanità oltre che la possibilità di avere un reddito.

E’ chiaro che da Genova 2001 la capacità di intervento e consenso di buona parte di quel movimento No Global sia andata scemando, fra contraddizioni istituzionali e dinamiche movimentiste spesso impopolari. E non può certo essere esente da autocritica una pratica politica nei movimenti che spesso non è riuscita a concretizzarsi in una visone a 360 gradi della società ma che spesso è rimasta confinata a singole battaglie o campagne di corto respiro. Così come non si può non fare autocritica su dinamiche organizzative, anche nella sinistra extraparlamentare, spesso legate a leadership e dinamiche trentennali più riconducibili a fenomeni di carisma e impegno militante che di reale democrazia interna. E il Movimento 5 Stelle, almeno a parole e come immagine, ha giocato molto proprio sul concetto di democrazia diretta che, in mezzo alle figure di Grillo e Casaleggio e tante contraddizioni, potrebbe significare il loro trionfo o il loro declassamento a meteora della politica.

Che nel Movimento 5 Stelle ci sia una parte di aderenti che si rifanno a vaghe teorie meritocratiche, privatistiche e di distruzione di parti di welfare in nome dell’efficienza è ben noto, così è noto come ci siano persone impreparate (a Livorno si dice “venute giù con la piena”) o persone che potranno fare continue gaffes (più o meno volute) su storia, foibe, fascismi o partigiani. Così come ci saranno molti altri militanti o deputati che invece potranno portare una ventata di novità su temi spesso rimasti nel dibattito di nicchia e  poco comunicativo di certi ambienti di sinistra (il reddito di cittadinanza, ad esempio).

Lucidità impone di andare oltre, ripartendo dagli errori ma anche da quello spirito che ha reso protagonisti di mille battaglie in questi anni i movimenti per i beni comuni o per la riappropriazione degli spazi e dei diritti, e valutando quali vittorie strategicamente importanti si possono conquistare in questo contesto. Perchè se spesso uno non porta a casa il risultato, anche di breve respiro, è dura ingrossare le fila e far valere i numeri. La crisi in questo momento sta acuendo le tendenze individualiste e per arrivare a fine mese c’è sempre più persone disposte a tutto, anche a svendere diritti o innescare guerre fra poveri.

Un contesto favorevole

Sembra strano spesso vedere in tanti compagni scoramento o insofferenza a quello che sta accadendo. Prendendo ad esempio la lotta che più incarna l’impegno vincente di molti compagni politicamente impegnati e il coraggio di una comunità a difesa del proprio territorio, il movimento NO TAV si trova oggi in una posizione interessante. Non tanto perchè dalla valle è uscito un plebiscito per Grillo, probabilmente individuato come un referente più sincero e affidabile di molti altri che hanno ricevuto il voto in passate campagne elettorali (chi dovevano votare, Di Pietro che era ministro delle infrastrutture del governo Prodi?), ma perchè lo stallo di governo e l’avanzata del M5S sta creando un contesto per cui coloro che difendono i poteri forti sono pervasi da timori di perdita di consenso e quindi non possono più fare come prima i vassalli spudorati di tali poteri anche di fronte a scelte irrazionali e che penalizzano palesemente la collettività.

Lo stesso vale per tutti quei comitati che lottano contro gli inceneritori, per la salute e l’ambiente,  e per quelli che lottano contro infrastrutture inutili per noi e utili solo per dare qualche commessa agli amici. Vale anche per coloro che lottano contro la folle spesa per gli F-35 o contro le costose missioni militari, o per il ripristino dell’articolo 18.

Sia chiaro, si sta parlando solo di contesto favorevole. E’ sottointeso che queste battaglie potranno essere vinte solo se coinvolgeranno migliaia e migliaia di persone e sapranno sprigionare forze e saperi da opporre a queste politiche.

Bisogna anche considerare che in molti territori, le forze politiche che amministrano da decenni in modo clientelare, iniziano ad avere paura di perdere i sindaci. Di cosa dovremmo preoccuparci?

Molti mettono in guardia da analisi come le nostre sventolando il pericolo fascista e populista che un movimento come quello di Grillo potrebbe incarnare. Il pericolo ci potrà anche essere  visto che il M5S non è certo ciò che sognavamo in questi anni per far preoccupare chi comanda, ma la situazione è questa e invece di star a rincorrere Repubblica nell’opera di vivisezione del M5S e dei suoi deputati (prima a mala pena i suoi lettori conoscevano una trentina fra deputati e senatori, gli altri 900 erano sconosciuti…), sarebbe bene iniziare a pensare a mobilitazioni, forme organizzative e soprattutto un idea di economia, macroeconomia e società che possano sostituire quella attuale.

Intanto nel breve e medio periodo c’è da portare a casa qualche vittoria su lavoro, reddito, casa, ambiente e salute. La crisi oltre che i popoli, azzera anche i discorsi in tal senso.

Classi e generazioni

Dalle urne è uscito un voto generazionale. Il M5S ha ottenuto percentuali bulgare fra i giovani fra i 18 e 25 anni e ottime percentuali fra gli under40. Lo scontro generazionale invocato da grillo negli ultimi comizi ha sfondato culturalmente. Partiamo dal presupposto che questa è una visione semplicistica e pericolosa che non ha nulla a che vedere con quei concetti di classe, democrazia e sovranità che dovrebbero essere al centro del dibattito. Ma di fatto questa tendenza esiste e rimane il fatto in se’, cioè che molti giovani e giovanissimi questo scontro lo sentono e probabilmente lo stanno vivendo in prima persona.

Fa impressione vedere il video che il giornalista Sortino ha confezionato a Livorno per la trasmissione Piazza Pulita. Accanto a una visione sempre abbastanza folkloristica quando si parla di questa città, dal servizio emergono però chiaramente due tendenze chiare: il voto al M5S per punire il Pd e il voto giovanile indirizzato verso Grillo.

Perchè? Avremo tempo per focalizzare l’attenzione sulla nostra città ma è chiaro che qui la crisi abbia picchiato più che da altre parti, specialmente per un territorio che ha sempre fatto del lavoro, nel settore portuale e manifatturiero, la propria ricchezza diffusa. Oggi siamo appesi invece a tassi di disoccupazione stellari e alle pensioni che reggono un intero sistema. Il tutto con l’impressione che la classe dirigente al potere in modo ininterrotto da decenni non si sappia innovare e continui ad operare per una nicchia di interessi ormai palesemente in contrasto con il bene collettivo.

Ma non c’è solo quello. Dal pacchetto Treu e dalla legge Biagi in poi, il mondo del lavoro giovanile è stato destrutturato a colpi di machete rendendolo precario e malpagato. Con il collegato lavoro poi, si è dato anche l’ultimo colpo di grazia sulle possibilità di fare causa alle aziende che utilizano contratti atipici in modo non consono (è stato diminuito da 5 anni a 60 giorni il tempo per chiamare in causa l’azienda rendendo ancora più difficile l’esercizio di un diritto sacrosanto).

Ma non ci sono solo le leggi, molti giovani lavoratori si sono sentiti in questi anni merce di scambio. Durante il boom dell’utilizzo di contratti interinali in molte aziende, spesso i sindacalisti hanno strappato buoni contratti integrativi per i dipendenti aziendali (i cosiddetti garantiti e iscritti ai sindacati) in cambio della chiusura di un occhio sul limite massimo di interinali presenti in azienda in deroga al contratto nazionale. Spesso molti interinali si sono sentiti abbandonati anche dai sindacati oltre che dalle aziende, specialmente quando è sopraggiunta la crisi.

Sono solo piccoli esempi di come si sia creata, anche nel mondo del lavoro, questa cultura dello scontro generazionale. Una visione che non porta a niente e che è smentita anche dai fatti visto che con la riforma Fornero di pensioni e articolo 18 è stato tutto il mondo del lavoro a subire un attacco frontale epocale, senza distinzione di generazione.

Ma è chiaro che un intervento politico vincente non possa che passare dal coinvolgimento di chi ha votato in massa Beppe Grillo perchè si è sentito spesso meno garantito e abbandonato nella precarietà.

per Senza Soste, Franco Marino

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