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Il dibattito europeo tra MES e corona-bond. Proviamo a capire cos’è successo

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Riceviamo e pubblichiamo volentieri…

Le diverse posizioni. In risposta alla richiesta dei leader europei del 26 marzo i ministri dell’economia dei 19 Paesi che adottano la moneta unica si sono riuniti al fine di adottare delle strategie comuni per rispondere all’imminente crisi economica che sta per travolgere i Paesi europei.

Il vertice vedeva contrapposte diverse opzioni proposte dai vari Stati membri. Da un lato un ampio fronte di Paesi (guidati dall’Italia, dalla Francia e dalla Spagna) chiedevano l’introduzione dei cosidetti corona-bond, mentre altri Paesi (guidati dalla Germania e dall’Olanda) bocciavano tale proposta chiedendo invece di adattare lo strumento del MES alla situazione contingente.

Il vertice si è concluso giovedì ma, come spesso accade, è difficile comprendere quale posizione abbia prevalso, perché ogni attore politico prova a rivendicare la vittoria. Per questo motivo può essere utile leggere ed interpretare il rapporto finale sottoscritto dai ministri (https://www.consilium.europa.eu/es/press/press-releases/2020/04/09/report-on-the-comprehensive-economic-policy-response-to-the-covid-19-pandemic/).

Il MES. Se andiamo oltre alle dichiarazioni di principio e guardiamo invece agli impegni economici concreti è evidente che la misura decisamente più imponente consiste nella decisione di utilizzare il MES per fornire linee di credito da utilizzare esclusivamente per rafforzare il sistema sanitario degli Stati che faranno richiesta; è stato stabilito che l’Unione Europea metterà a disposizione un importo complessivo di 400 miliardi.

Ma cosa è il MES? I Meccanismi Economico di Stabilità (o anche Fondo salva-Stati) è stato istituito con il Trattato di Lisbona nel 2011 ed è entrato in vigore nel 2012, nel pieno della crisi dei debiti pubblici europei. Il Fondo, finanziato dai vari Stati membri, emette dei prestiti nei confronti degli Stati che ne fanno richiesta, con la condizione che i governi si impegnino a rispettare dei requisiti molto rigorosi.

Nel governo italiano prevale la volontà di non ricorrere a tale meccanismo; del resto l’Italia si era dimostrata favorevole esclusivamente ad un “MES senza condizioni o ad un MES con condizioni leggere. Questa posizione si scontra però con il terzo comma dell’articolo 136 del Trattato di Funzionamento dell’Unione Europea, il quale prevede che la concessione di qualsiasi assistenza finanziaria necessaria nell’ambito del meccanismo sarà soggetta a una rigorosa condizionalità. A tal proposito è utile precisare che qualunque modifica del trattato richiede un iter lungo e laborioso che può durare anche alcuni anni.

Il meccanismo prevede quindi la sottoscrizione di un accordo tra il Paese debitore e le istituzioni comunitarie creditrici, con il quale il primo si impegna al rispetto di alcuni vincoli, i quali potranno, del resto, essere modificati in maniera unilaterale dai creditori.

Le altre misure. Se escludiamo il richiamo al MES, le altre misure approvate hanno portata molto limitata. L’accordo prevede l’istituzione del fondo SURE della Commissione Europea per sostenere (attraverso prestiti) i costi della cassa integrazione; a tal proposito si è parlato di una dotazione di 100 miliardi ma questo importo non è che la dotazione massima, mentre la dotazione effettiva dipende dai contributi su base volontaria dei singoli Stati membri.

I governi hanno inoltre richiamato l’intervento della Banca Europea degli Investimenti (BEI), la quale attiverà una garanzia di 25 miliardi per fornire finanziamenti alle imprese (non molto se paragonato a quanto messo in campo dai governi nazionali) e l’istituzione di un fondo per aiutare l’economia europea per un importo di 2,7 miliardi.

E i corona-bond? Nel testo non si fa menzione dei corona-bond, se non con una formula molto vaga che non affronta in maniera dettagliata la questione.

Il governo italiano ha dovuto, quindi, incassare la bocciatura da parte di alcuni governi dell’Europa settentrionale, ma il primo ministro Giuseppe Conte spera di capovolgere la situazione nei prossimi incontri.

Per capire le posizioni dei diversi Paesi è opportuno comprendere cosa sono questi strumenti finanziari. I corona-bond non sono altro che la riedizione degli euro-bond, uno strumento proposto più volte nel dibattito politico europeo, ma mai attuato nella pratica.

Si tratta, in pratica, di titoli di debito pubblico garantiti non dai singoli Stati, ma da tutti gli Stati che aderiscono all’unione monetaria. In questo modo gli Stati che normalmente pagano un tasso d’interesse più elevato (come l’Italia) potrebbero godere di una forma di finanziamento più conveniente. La Germania, seguendo anche le indicazioni della propria Corte Costituzionale, ha sempre ribadito che gli euro-bond (nelle varie versioni proposte) non sono accettabili in quanto costituirebbero un’ulteriore forma di cessione della sovranità alle istituzioni comunitarie; tale operazione non potrebbe essere consentita senza consultare preventivamente i cittadini.

La questione non riguarda però solo la Germania o gli Stati dell’Europa settentrionale. Infatti l’istituzione di questo strumento di debito comporterebbe che buona parte delle politiche fiscali saranno decise a livello comunitario, rendendo davvero difficile un controllo democratico da parte dei cittadini.

I meccanismi decisionali dell’Unione Europea sono infatti molto farraginosi e spesso il principio tecnocratico prevale su quello democratico; il Parlamento europeo non può essere paragonato ad un qualunque Parlamento nazionale. Il cittadino medio non ha che una vaga percezione di cosa accade a Bruxelles e Strasburgo tanto da rendere impensabile un suo coinvolgimento diretto nella vita politica comunitaria.

In un momento storico nel quale diventano evidenti tutti i limiti del processo europeo pensare di cedere importanti strumenti di politica economica a istituzioni comunitarie completamente slegate da qualsiasi possibilità di controllo popolare sarebbe solo un modo per assecondare l’attuale tendenza a svuotare di significato i meccanismi democratici per affidare le leve fondamentali dell’economia a organismi tecnocratici che rispondono esclusivamente agli interessi del grande capitale sovranazionale.

Giovanni Castellano

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