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Il sisma dei movimenti 

Studiare la conflittualità sociale permette di comprendere la storia e le storie di forme di opposizione e resistenza senza cedere il passo agli appiattimenti mediatici

Di Gabriele Proglio per Jacobin Italia

La classe non esiste fin dall’inizio, né nasce automaticamente da una comune condizione economica, ma si costruisce attraverso un processo storico e culturale. L’approccio from below di Edward Thompson, in The Making of the English Working Class, mette in discussione una delle idee più radicate della teoria sociale: la classe non precede i processi sociali, ma si forma al loro interno, cioè «accade» (happened) nel tempo attraverso esperienze condivise, conflitti e pratiche collettive. 

Questa prospettiva può essere utilizzata anche per studiare i movimenti sociali, osservando i momenti di rottura che rendono visibili le tensioni presenti nei territori. Per farlo, però, è necessario superare l’idea dello scontro di piazza come fenomeno incomprensibile, ridotto alle velleità di gruppi interessati solo a provocare danni o a mettere in scena l’estetica del conflitto, cioè alla violenza. Quest’interpretazione, spesso riproposta dai media quando le piazze si incendiano, si fonda su una concezione paradossalmente «pacificata» della società, come se quest’ultima fosse priva di rapporti di potere e fratture. In realtà, negli interstizi del mondo globale, orientato alla produzione ed estrazione di valore, si accumulano dissensi e forze esplosive che trovano poi espressione nello spazio pubblico. L’evento conflittuale, quindi, non crea il problema, ma lo rende visibile: porta in evidenza, se si è capaci di guardare, le condizioni comuni di sfruttamento, di prevaricazione, di violenza, spesso stratificate nel tempo e trasmesse tra generazioni. Allo stesso tempo, il protagonismo della piazza fa emergere istanze, desideri e immaginari incompatibili con l’organizzazione dicotomica delle società. Se si assume davvero questa prospettiva, diventa marginale chiedersi quando nasce un movimento. Piuttosto, occorre interrogarsi su quando ha già iniziato a esistere senza essere riconosciuto come tale.

Dunque, anticipiamo l’orologio della storia, senza fermarci al solo contesto. Per farlo, si potrebbero mobilitare categorie della scienza politica o le metafore marxiste, marxiane e operaiste. Oppure, ed è forse la scelta più feconda, possiamo rivolgerci a quelle narrazioni che meglio restituiscono la dimensione collettiva: i romanzi. Qui, l’evento che rivela il movimento prende spesso corpo in un personaggio. 

È Étienne Lantier, in Germinal di Émile Zola, che entrando in miniera non porta con sé una teoria, ma riconosce progressivamente una condizione comune: lo sfruttamento diventa percezione condivisa, e da esperienza individuale si trasforma in possibilità collettiva. È Pelagea Nilovna Vlasova, in La madre di Gor’kij, che osservando la politicizzazione del figlio Pavel passa dalla paura alla partecipazione, fino alla militanza, diventando veicolo delle idee che circolano clandestinamente. È Ernest Everhard, nel Tallone di Ferro di Jack London, che legge nelle contraddizioni del presente la forma di un conflitto che non si è ancora dispiegato, rendendo intelligibile ciò che è già in atto. È Ibrahima Bakayoko, in I pezzi di legno di Dio di Ousmane Sembène, che tiene insieme una moltitudine dispersa, trasformando la condizione condivisa in organizzazione e durata. Sono esempi di un mosaico più ampio che usa la letteratura come leva, più che come semplice campo di indagine. Storie del reale e sintomi di un immaginario collettivo che non sono anticipazione, presagio o prefigurazione: sono piuttosto l’indicazione che qualcosa già esiste prima di essere nominato.

Torniamo, ora, alla storia con la consapevolezza dello sguardo nuovo delineato pocanzi. E proviamo a rintracciare traiettorie e genealogie dei movimenti. Partiamo dall’Italia. Genova 1960: il segno di un antifascismo che rinnovò l’esperienza della Resistenza. Torino 1962: Piazza Statuto, la rivolta degli operai immigrati ruppe con il modello Valletta e prefigurò l’imminenza del 1969, seguendo un percorso a sinistra del Pci iniziato nel 1956 ma che, a ben vedere, non può essere sussunto solamente dalla crisi dello stalinismo. C’erano altre ragioni per scontrarsi con la polizia, per quegli uomini e quelle donne che vivevano in case malsane e sovraffollate, con redditi minimi, turnando alla catena di montaggio della Fiat e del suo indotto. Nel caso del movimento studentesco della Pantera, la riforma Ruberti fu il reagente di una miscela esplosiva fatta di precarietà, mancanza di prospettive, ma anche di culture underground, di centri sociali, luoghi di socialità e laboratori di autorganizzazione. Per il movimento antiglobalizzazione e altermondialista, quanto avvenne a Seattle innescò un terremoto mondiale, con articolazioni diverse dalla Selva Lacandona messicana alle piazze europee. Studiarne la magnitudo significa, soprattutto, sganciare lo sguardo da Piazza Alimonda come tragica fine di un percorso collettivo e concentrarsi sui presupposti che, a diverse latitudini, hanno prodotto soggettività e mobilitazioni. Anche per il movimento studentesco dell’Onda Anomala, la riforma Gelmini fu solamente il reagente: la consapevolezza della crisi del 2008 disegnò scenari politici che confluirono a Roma, il 14 dicembre 2010, lasciando in eredità il rifiuto di pagare la crisi.

Letti in una prospettiva europea, i movimenti sociali non appaiono come eventi isolati, ma come momenti di emersione di processi più lunghi. Lo sciopero generale in Belgio, nel 1960, contro la Loi unique che introduceva tagli alla spesa pubblica per compensare la fine del ciclo coloniale, rivelava anche la crisi del fordismo ed esprimeva una radicalità della base operaia che eccedeva tanto le mediazioni del sindacato (Fgtb) quanto la leadership del Partito socialista belga. Sia gli scontri di Notting Hill (1952) sia il massacro di Parigi (1961) palesavano le forme di colonialità persistenti in Inghilterra e in Francia dopo la fine degli imperi. Gli scioperi selvaggi (wildcat strikes) tra gli anni Cinquanta e Sessanta mostrarono un protagonismo operaio che sfuggiva al controllo di sindacati e partiti: portuali (1955-1956), minatori e operai dell’industria automobilistica (1956-1957) in Inghilterra; contro la riforma delle pensioni (1953) e poi nell’industria pesante (1957-1959) in Francia. In Germania Ovest, a partire dal 1967, si svilupparono scioperi selvaggi i cui protagonisti erano i Gasterbeiter – lavoratori immigrati dalla Turchia, dall’Italia e dalla Jugoslavia. Queste manifestazioni portarono, due anni dopo, allo sciopero alla Ford di Colonia e ai Septemberstreiks del 1969. E non va dimenticato quanto avvenne in Spagna, sotto la dittatura di Franco: 1962, i minatori delle Asturie incrociarono le braccia, coinvolgendo oltre 300.000 persone nel paese. Chiedevano reddito ma, implicitamente, anche la fine del regime. 

Sugli anni Sessanta e Settanta, molto è stato scritto. Il sogno della rivoluzione, volume collettaneo curato da Alessandro Barile e Alberto Pantaloni, raccoglie contributi con una prospettiva di lunga durata sul 1968, in linea con l’approccio qui adottato. Negli anni Ottanta continuarono i segnali di trasformazione: i Vondelstraat riots ad Amsterdam, nel 1980, mostrarono fino a che punto fosse avanzata la lotta per la casa e la forza del movimento squatter; la rivolta di Brixton, l’anno successivo, mise in luce il ruolo della razza nel segmentare la società britannica, definendo la forma del lavoro, la geografia della città e l’accesso ai servizi. Potremmo andare avanti così, allungando la lista in Europa: la battaglia di Orgreave e lo sciopero dei minatori britannici contro Margaret Thatcher (1984-85); il grande filone dei movimenti ambientalisti (ecologisti e antinucleari) con le proteste esplose a Wyhl (1975) e Creys-Malville (1977). Oppure, potremmo guardare ad altri continenti: a quegli episodi che indicano l’insorgenza di movimenti sociali relativi alle soggettività razzializzate negli Stati uniti, contro le dittature in America Latina – si pensi solo al Cordobazo argentino del 1969 – ai processi di decolonizzazione e liberazione, contro la precarizzazione del lavoro (l’Abc paulista tra il 1978 e il 1980), alle proteste anti-apartheid in Sud Africa a partire dallo sciopero di Durban (1973), alla sollevazione popolare coreana di Gwangju (1980). Potremmo ampliare questa genealogia introducendo altre lotte: quella dei movimenti indigeni, per la terra e l’acqua, per la casa. E, non in ultimo per importanza, contro il patriarcato – basta citare il giugno 2015 per evocare l’Argentina di Ni una menos.

In questo quadro eterogeneo di eventi e movimenti, lo scontro di piazza si manifesta come interruzione pratica e simbolica delle logiche politiche che amministrano i territori e sovraintendono alla produzione e riproduzione sociale. Un approccio sismografico al tessuto sociale mostra l’accumulazione di tensioni carsiche che poi esplodono in piazza tra spontaneismo e organizzazione, dipanando faglie che portano ad altri terremoti a distanza di tempo; rivela come ogni ciclo di mobilitazione abbia composizioni sociali e pratiche di piazza specifiche. Proprio in questa direzione va La lunga frattura, volume a cura della Redazione di InfoAut, che analizza il movimento «blocchiamo tutto», non limitandosi a interpretare le cesure, ma cercando di ricollegarsi alla crisi del 2008, senza far venir meno l’attenzione sulla capacità del movimento, in Italia, di inanellare due scioperi generali che hanno paralizzato il sistema di guerra. In questo contesto, ha assunto un ruolo di rilievo la Global Sumud Flottilla, amplificando dal mare di navigazione a quello dell’etere l’opposizione al genocidio perpetrato da Israele. La Palestina e Gaza non sono più unicamente quel conflitto, ma il detonatore che attiva altri significati, conduce a pratiche e cesella slogan che direzionano la protesta. 

In questo senso, ridurre quanto avviene in piazza a mera questione di ordine pubblico non è casuale, ma mira a nascondere agli occhi dei più le ragioni e le condizioni che hanno portato all’esplosione. Così, pure, il gergo giornalistico – con il quale si comanda la classe politica – cerca di plasmare la morale e di definire forme accettate e vietate dello stare in piazza. L’etimologia latina di «violenza», per esempio, insiste sul modo impetuoso, irruento e prevaricatorio – nei confronti dell’individuo o di un sistema di governo – del condurre azioni. Cela, cioè, quanto c’era prima, le ragioni che hanno generato il terremoto. È questa un’esaltazione di ciò che si definisce violenza? No, certo che no: perché ci possono essere rotture dell’ordine sociale che non necessariamente finiscono nell’illegalità, nel non consentito da un sistema normativo. 

Studiare la conflittualità sociale permette di comprendere la storia e le storie di forme di opposizione e resistenza, di non assimilazione, tra ribellione e ipotesi rivoluzionarie; significa non cedere il passo agli appiattimenti mediatici che di volta in volta vengono proposti. Guardando nel fuoco della piazza, si può scoprire molto di più della violazione dell’ordine, e non è necessario essere militanti. Abitiamo un tempo nel quale nuove guerre e vecchi conflitti costituiscono un orizzonte incerto. Proprio sul crinale di questa crisi globale è importante osservare per comprendere, invece di guardare ciò che è stato visto da altri per noi. Questo sguardo ha un potenziale di rottura immenso perché riverbera nelle coscienze e attiva forme di partecipazione incalcolabili. 

*Gabriele Proglio è Professore Associato di storia contemporanea presso l’Università di Scienze Gastronomiche. Si occupa di movimenti sociali, di processi memoriali e di storia orale, di cibo e migrazioni, di storia del Mediterraneo. Tra le sue pubblicazioni: Porta Palazzo. Una storia orale e sensoriale del mercato più grande d’Europa (Donzelli, 2025); I fatti di Genova. Una storia orale del G8 (Donzelli, 2021); Mediterraneo nero. Archivio, memorie, corpi (Manifestolibri, 2019); Border Lampedusa. Subjectivity, Visibility and Memory in Stories of Sea and Land (Palgrave, 2018); Decolonizing the Mediterranean. European Colonial Heritages in North Africa and the Middle East (Cambridge 2017).

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