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L’ appello di Zuckerberg alla sua “comunità” ci parla dei desideri (e delle difficoltà) del capitalismo odierno

Il fondatore,nonché l’esponente più in vista del colosso aziendale Facebook, si pone come un punto di riferimento della globalizzazione ai tempi della “crisi”, affermando sostanzialmente di essere colui che, insieme ai detentori del comando sulle IT, può dare una sterzata sostanziale all’ondata di rifiuto degli effetti funesti della globalizzazione stessa incarnata in maniera altamente contraddittoria da Trump (nonché dall’ incapacità dei liberals di uscire dall’ empasse dialettica non solo con il presidente magnate, ma con le classi meno agiate che lo stanno contestando apertamente negli States).

(A tal proposito, rimandiamo alla lettura dell’ e-book pubblicato dalla redazione dopo le proteste del 20-21 Gennaio a Washington]

Zuckerberg assume a sé la pretesa di essere il capopopolo di una presunta comunità mondiale quale quella che ogni giorno si avvale della sua infrastruttura informatica, facendo fatturare alla sua azienda cifre cubitali senza che poi ci sia alcuna redistribuzione dei proventi al di là del livello manageriale. In questo senso è proprio Facebook a rappresentare in modo lapalissiano la distanza abissale che intercorre tra classi nel mondo contemporaneo, alla pari dei grattacieli di Dubai e altri; distanza tra potenti e deboli che è uno dei fattori centrali che stanno innescando meccanismi di rifiuto del dogma neoliberista negli stati occidentali

Il “noi” da lui usato connotando chi vorrebbe un mondo diverso dagli isolazionismi e dai rigurgiti che affiorano in “occidente” è in sostanza il noi da lui plasmato tramite l’infrastruttura che ha preso piede in concomitanza con la ristrutturazione capitalistica a livello finanziario: per Zuckerberg questo “noi”, rispecchiando la sua volontà, dovrebbe esigere ora una ulteriore ristrutturazione neoliberista, globalizzando i processi di normazione dei comportamenti che dal virtuale poi si riproducono nel materiale, in maniera  omologante.

Questo intento dai risvolti socio-pedagogici trapelato da Zuckerberg rilancia di fatto l’idea che non si debbano mettere in discussione i pilastri su cui si sta cementando l’attuale società, ma ridefinire il peso politico degli elementi che li compongono, istituzionalizzando e estendendo il potere delle multinazionali che concorrono attraverso il mercato agli asset sociali degli Stati.
Il tutto condito come una sorta di social-democrazia 2.0 che come primo effetto avrebbe indubbiamente la lesione delle libertà personali all’ interno di un mondo che, dal punto di vista dell’ establishment,ha bisogno di un controllo sempre più stringente e dettato dagli algoritmi, pena nuove grosse perdite di profitto.
Peccato che al “mondo di sotto”, lo stesso che in diverse forme contesta l’ideologia primatista di Trump, aldilà dell’ affabulazione e dei discorsi di Zuckerberg interessino in primis reddito e beni primari che non collimano con “la causa comune” che le élites neoliberali paiono giocare come carta facendo leva sulla figura sveglia e intraprendente dell’ imprenditore statunitense…

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