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Uno schiaffo non è abbastanza. Sulla sconfitta di Renzi

 Se il sì rappresentava l’introduzione a una stagione di stabilità, la vittoria del No ha aperto una crisi. Abbiamo scommesso su questo, perciò ne siamo contenti. La stabilità istituzionale entra in crisi: la riforma della costituzione del ’48 adeguava formalmente la vita politica del paese alla velocità del comando sull’esproprio e la mercificazione delle restanti risorse sociali. La vittoria del No frena gli interessi di forze già orientate a stabilire su questo nuovi equilibri e gerarchie. Ci riproveranno.

Il No si è imposto con 20 punti di scarto. Non briciole. Un risultato inequivocabile ha costretto Renzi, già a mezzanotte, ad alzare bandiera bianca. E’ il primo a pagare un prezzo:“L’esperienza del mio governo finisce qui”. Un variegato popolo del No aveva promesso che l’avrebbe fatto piangere. C’è riuscito, da Venezia a Palermo… soprattutto al sud e nelle isole. Le regioni che più hanno fatto male al Premier manifestando una piena disillusione rispetto alle promesse dell’ultimo yuppie sono state la Sardegna e la Sicilia, laddove neanche le ultime cerniere credibili con il quadro politico esistente riuscivano più a mettere salde radici.


Più di 19 milioni di persone si sono svegliate ieri mattina per esprimere la propria contrapposizione nella forma del No. Un dato che affossa Renzi e spiazza tutti coloro che, davanti ai vortici di una realtà in trasformazione, hanno preferito giustificare il proprio immobilismo con lo scetticismo di una supposta tendenza all’antipolitica. Il 66% di affluenza alle urne ad un referendum senza quorum segnala due fatti: il primo è la trasgressione del disegno di democrazia à l’americana voluto da Renzi in cui pochi si esprimono e le lobbies amministrano. Il secondo è che il voto, con buona pace degli ideologi dell’astensionismo, quando è percepito socialmente dentro uno scontro effettivo, non ha tanto a che fare con la fiducia nel gioco della democrazia istituzionale, bensì con la volontà di far pesare un’ostilità; come strumento efficace per conseguire un risultato.“Votare contro è più facile”, ha lamentato Renzi in conferenza stampa. Sì: in questo l’eccedenza che ha caratterizzato la partecipazione al voto e la vittoria del No.


Non era un risultato scontato. L’investimento delle lobbies del Sì ha tentato in ogni modo di sovrapporre l’universo del No con i volti di Salvini e Grillo… agitando gli spettri del populismo. Non ci sono riusciti, per quanto questi ora proveranno a capitalizzare elettoralmente la sfiducia a Renzi e al Partito Democratico. Ma si tratta di un No sfuggevole e complesso, dove c’è un senso di rivincita e rinnovata fiducia nella possibilità di poter contare e decidere contro chi governa. Che il quadro istituzionale, da Grillo a Salvini, converga verso l’ipotesi elezioni – anche con l’Italicum, diceva in nottata il leader del cinque stelle – è soprattutto il segno di un tentativo di cattura di un qualcosa che minaccia anche loro.


Un No vendicativo in prima istanza, di tutti quei settori di classe che da subito hanno scorto l’occasione per ripagare con la stessa moneta i responsabili della propria instabilità. Milioni di schede elettorali sono state graffiate da matite il cui segno è stato inciso per assicurarsi il marchio indelebile del proprio sentire. Non è questione di analfabetismo funzionale o di bufale, bensì di percezione sociale diffusa dell’eventualità del raggiro celato nella verità dell’ingiustizia quotidiana subita.


Il voto del 4 dicembre, lo ribadiamo, non ha a che fare con la fiducia nelle istituzioni democratiche, nè con una loro difesa. È stato un voto oppositivo, all’attacco di un sistema che ha promosso uniformemente il sì – da Palazzo Chigi fino all’ultima circoscrizione di provincia governata dal PD – investendo milioni di euro, risorse politiche e mezzi al servizio di un’offensiva reale condotta per conseguire una vittoria richiesta e sponsorizzata dalle centrali economico-finanziarie europee ed internazionali. L’allineamento dei media mainstream, ancora incompiuto ai tempi di Berlusconi, ha delineato un’informazione embedded che è stata combattuta anche dentro uno scontro tra culture mediali differenti. La censura delle ragioni, dei volti e delle manifestazioni del No non ha comportato la chiusura vittimistica nei propri spazi, bensì ha sostanziato pubblicamente l’esistenza di uno scontro, dalle piazze ai social network.


Con la sconfitta del Sì è fallita l’appropriazione dall’alto della promessa del cambiamento e di caratterizzare l’opposizione alla riforma costituzionale come un rigurgito conservativo. Trent’anni dopo sono finiti gli anni ’80, a sentenziarlo nell’urna giovani e meridione, mentre nelle piazze le decine e decine di contestazioni degli ultimi mesi. Dopo Brexit e Trump tracolla l’ultima chance di stabilizzare un governo capitalistico della crisi e si apre un tempo ignoto dell’opposizione alla crisi.


E’ questo lo spazio che può svilupparsi. La manifestazione del 27 novembre a Roma ha espresso la determinazione delle lotte sociali e dei territori in movimento contro le Grandi Opere di entrare a gamba tesa su un tentato cambio di passo, a partire dalla contrapposizione diretta a Renzi e alle sue politiche. Chi in questi mesi ed anni ha combattuto le politiche dei sacrifici occupando le case e difendendo gli sfratti, scontrandosi con la polizia di questo governo dimissionario ai blocchi operai, chi ha occupato scuole e attaccato i palazzi istituzionali responsabili delle riforme di austerity… non si è accontentato. Una variabile sociale non addomesticata è riuscita a sintonizzarsi su quello stesso umore di classe, di rivincita, di trasformazione che ieri ha prodotto la vittoria del No. La rabbia dei volti giovanili durante gli scontri alla Leopolda ne sono stati soltanto la prima espressione.


Il processo che si apre oggi con la vittoria del no renderà ancora più complesso, stratificato ed articolato il quadro delle opzioni post referendum, aumentando le contraddizioni sistemiche con l’innesto di una nuova variabile: quella della mobilitazione che aspira al movimento dell’opposizione sociale.


Renzi ha annunciato le sue dimissioni. Il nostro compito è far dismettere il progetto di cui si è fatto portatore. Il tempo con il quale confrontarci direttamente non è quello dell’attesa, giocato dai nemici sanzionati con il No e fatto di giochi politici e dinamiche da avvoltoi…. chi dice no può essere chi già da domani non si accontenterà delle parole di Mattarella o delle nuove promesse di un Partito Democratico intento a raccattare i propri cocci o, ancora, di coloro che aspirano a prenderne il posto. Pesare, capitalizzare e estendere il No significherà coltivare una profondità sociale. Il ritiro delle riforme approvate da questo governo è il programma politico minimo da conquistare con la lotta a partire da Jobs Act, Piano Casa e Buona Scuola. Quali possibili metamorfosi del No ci interessano al fine di approfondire la crisi apertasi? Ci confrontermo con l’esigenza rinnovata di sottrarci al ricatto finanziario che ha promosso questa riforma naufragata e che ora si eserciterà con la violenza delle tensioni dei mercati e dello spread. Le strategie nemiche andranno infatti alla ricerca di nuovi equilibri per la stabilità. Se le forme di questa non passano più per il buffone di Rignano saranno pronti all’uso governi tecnici o di scopo per realizzare il progetto affossato con la riforma costituzionale. Ma la memoria della stagione lacrime e sangue di Monti & Fornero è ancora fresca e per scongiurarne il ritorno occorrerà innanzitutto non ammettere la reintegrabilità della crisi del partito per eccellenza della stabilità. Il PD, per il ruolo storico ricoperto nell’ultimo ventennio, deve pagare un prezzo.

 

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