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Autonomia differenziata: una nuova declinazione dello Stato Neoliberale

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Se si sta a sentire le tv e i giornali pare che la questione dell’autonomia differenziata sia poco più che una telenovela sull’ennesima zuffa del governo giallo-verde.

Innanzitutto in cosa consiste l’autonomia differenziata?
“L’articolo 116 (della Costituzione) al suo terzo comma dispone che lo Stato possa attribuire alle Regioni a statuto ordinario particolari condizioni di autonomia definite come “regionalismo differenziato” o “regionalismo asimmetrico”. Le Regioni che quindi godono di questa autonomia hanno la possibilità di vedersi attribuiti poteri diversi rispetto alle altre 23 materie previste dall’articolo 117: su queste ultime Stato e Regione hanno competenza legislativa concorrente, il che vale a dire che la Regione stabilisce le regole, mentre la determinazione dei principi fondamentali resta allo Stato.
Inoltre, la richiesta di queste maggiori attribuzioni può essere avanzata anche in riferimento ad alcune materie di competenza esclusiva dello Stato, come ad esempio l’organizzazione della giustizia di pace, la normativa riguardante l’istruzione, la tutela dell’ambiente, dell’ecosistema o dei beni culturali.” (da TPI)
Veneto, Lombardia e Emilia Romagna hanno chiesto dunque maggiori attribuzioni, le prime due per tutte le 23 materie previste, l’Emilia Romagna esclusivamente per quindici.
Le materie più discusse sono ovviamente sanità, istruzione, fiscalità e infrastrutture e trasporti. Tutte questioni che avevano già vissuto già vari cicli di decentralizzazione e che vedono una sostanziale disparità di prestazioni sul territorio nazionale già ad oggi.

E’ necessario però andare un po’ più a fondo nell’analisi, evitando di pensare che l’autonomia differenziata sia una macchiettistica riproposizione dell’indipendentismo padano malamente mascherata. Questo progetto invece è ben situato dentro quelle che sono le forme che sta assumendo lo stato neoliberale post-crisi e che in alcuni casi si intravedevano già prima (sicuramente per quanto riguarda l’Europa). Siamo non solo oltre la dicotomia federalismo vs centralismo, ma anche oltre alle letture della governance multilivello diffusa e impalpabile. Lo Stato è la condizione sine qua non (specialmente in Italia) per l’apertura e lo sviluppo dei mercati, per l’accumulazione e la valorizzazione capitalistica. E’ (insieme ad altre funzioni) l’impresa che costruisce le condizioni per l’impresa. In questo senso già con la nascita delle città metropolitane ha avuto luogo il tentativo di riconfigurare i territori non come spazi che avevano in comune una storia, una comunità, una particolare collocazione territoriale, ma piuttosto come spazi economici, con i loro punti di forza e le loro debolezze, ma con il fine ultimo in ogni caso di massimizzare il profitto. Già in quel caso si intuiva come le forme della politica e dell’economia tra le diverse città metropolitane si sarebbero date su un piano competitivo piuttosto che cooperativo, in una dura lotta per sopravvivere, ma certamente le aree già competitive sul mercato internazionale avrebbero avuto un vantaggio.
Anche il regionalismo differenziato si può leggere in questa chiave, con una caratteristica in più, qui già dall’inizio i territori che possono accedervi, perché effettivamente conveniente per loro, sono quelli con i distretti economici più significativi e con maggiore potenza economica. Veneto, Emilia Romagna e Lombardia sono di fatto degli spazi economici competitivi sul mercato europeo e collegati fittamente da relazioni commerciali con il nord Europa. Una maggiore cessione di autonomia da parte dello Stato è un maggiore controllo e razionalizzazione sul processo di produzione, di formazione della forza lavoro, di allocazione di risorse, di strategia.
E quelli che rimangono fuori? Quelli che rimangono fuori non sono avulsi dalla valorizzazione, ma sono coinvolti in una valorizzazione “differenziale”, non solo e non tanto in termini di quantità, di quantità dello sfruttamento, di quantità della predazione, di quantità dell’accumulazione, ma soprattutto in termini di qualità, di collocazione funzionale (capitalisticamente) nel mercato internazionale. Una forma che la macchina statale si da per essere maggiormente efficiente e produttiva. Che poi questo profitto significhi maggior concentrazione di capitali e servizi nelle zone geograficamente poste al Nord ed invece estrazione al Sud è risaputo da molto tempo prima del regionalismo differenziato.
Tutto ciò per dire che prendere sul serio questa questione dell’autonomia differenziata e tutte le conseguenze che si porta dietro vuol dire collocarla nell’evoluzione dello stato neoliberale e nelle sue forme di intervento sui territori.

Oltre a ciò è necessaria una considerazione sulla vicenda con un’attenzione particolare ai soggetti. Il consenso a questa riforma, in Veneto, Lombardia e Emilia-Romagna, in questa fase ha caratteristiche interclassiste che non sono da dimenticare. Una parte del proletariato del nord ritiene che ci sia ancora la possibilità di godere di una parte dei dividendi di una maggiore performatività economica. Una pia illusione, ma ancora salda. Anzi le risorse trattenute nelle regioni ricche e non redistribuite nel contesto di una solidarietà nazionale verranno impiegate in maniera ancora maggiore nei cicli di finanziarizzazione, di distribuzione ai privati, di infrastrutturazione via debito ecc… ecc…
Sempre al nord, non si può poi negare che esista, una visone, anch’essa interclassista, coloniale che giustifica il regionalismo differenziato, in una lettura già vista in altri contesti: credere che i territori “sottosviluppati” debbano essere ridotti all’osso, isolati nella “loro” capacità, in quanto solo un meccanismo da araba fenice potrà farli “evolvere”.
Una doppia forbice continuerà a ampliarsi, quella tra nord (con il Piemonte in coda) e sud, ma anche quella interna stessa tra chi godrà del regionalismo e chi invece condurrà una vita di merda, peggio di prima. Un dispositivo di cui abbiamo visto larghe anticipazioni in questi anni con la progressiva sottrazione di risorse al Meridione, con la violazione della stessa legge 18/2017 che prescrive trasferimenti di spesa pubblica proporzionali alla popolazione di riferimento e con la cancellazione di oltre la metà delle risorse dovute dal fondo di riequilibrio dei Comuni. Al Sud e nelle isole l’analisi sulla percezione dei soggetti della riforma è differente: da un lato la media e grande borghesia conoscono già bene le regole di valorizzazione capitalistica dello stato italiano e dell’Europa, che prevedeva ancor prima dell’autonomia differenziata un concentramento di capitali e profitti al Nord ed un ruolo estrattivo del Sud.
Dall’altro lato l’operaio, il proletariato urbano, il contadino o il pastore, sono mossi da una totale sfiducia nei meccanismi statali di organizzazione, produzione e riproduzione, di conseguenza, si genera automaticamente disattenzione rispetto a ciò che viene dall’alto, in una rassegnata inconsapevolezza di ciò che per i loro corpi e i loro territori vorrà dire questa ennesima riforma predatoria.
Ad oggi sembra complicato trovare un terreno della ricomposizione tra i differenti settori di proletariato e le loro pulsioni, ma se si punta lo sguardo allo stato neoliberale, alle sue contraddizioni in sviluppo e al ruolo degli agenti politici dentro queste contraddizioni può darsi che delle ipotesi di lavoro si trovino.

 

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