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Le fake news del carcere italiano che nessuno può smentire

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Negli ultimi anni sembrano essersi moltiplicati gli episodi di aggressioni nelle carceri ai danni del personale di polizia penitenziaria. Nell’ultimo anno, in particolare, non passa giorno senza che esca un comunicato a firma di un qualche sindacato di polizia penitenziaria in cui vengono denunciate violenze e aggressioni ai danni degli agenti o, addirittura, tentativi di rivolte dei detenuti.

E altrettanto spesso notiamo che le notizie relative a questi episodi vengono salutate entusiasticamente da molti attivisti e rimbalzate sui social, sicuramente in buona fede, quasi ci trovassimo in altra epoca storica e gli articoli fossero volantini ciclostilati narranti conflitti reali.

Il leit motiv di quasi tutti gli articoli che quotidianamente leggiamo, veri o falsi che siano, verte su alcuni aspetti particolari come la sorveglianza dinamica, i detenuti stranieri, il rischio radicalizzazione e la riapertura di Pianosa e l’Asinara. “La spirale di violenza nelle carceri (..) continua senza tregua, la ormai cronica carenza degli organici di Polizia Penitenziaria, ad xxx come altrove, espongono a gravi rischi l’incolumità degli Agenti, per non parlare della sorveglianza dinamica con conseguente apertura indiscriminata dei detenuti che ha fatto lievitare il numero degli eventi critici nelle carceri.” Oppure: “Una rissa tra carcerati, così violenta che sono rimasti feriti due agenti della polizia penitenziaria.

Un fatto grave, secondo il segretario regionale del Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria (il Sappe), Alfonso Greco: “Detenuti italiani e stranieri si sono picchiati con violenza (….)” Così, invece, Donato Capece: “Negli ultimi dieci anni c’è stata un’impennata dei detenuti stranieri nelle carceri italiane, passati a oltre 20mila presenze. Sollecitiamo il Governo e il Ministro della Giustizia su questa situazione critica. Far scontare agli immigrati condannati da un tribunale italiano con una sentenza irrevocabile la pena nelle carceri dei Paesi d’origine può essere un forte deterrente nei confronti degli stranieri che delinquono in Italia. (…) E credo si debba iniziare a ragionare di riaprire le carceri dismesse, come l’Asinara e Pianosa, dove contenere quei ristretti che si rendono protagonisti di gravi eventi critici durante la detenzione”.

Questi sono solo alcuni recenti esempi, ma basta aprire un qualsiasi motore di ricerca ed inserire come chiave di ricerca le parole “aggressione carcere” per poter leggere la quantità e la qualità di agenzie che ogni giorno vengono battute. Tra i siti ricorrenti spiccano quello del Sappe, della Polizia penitenziaria, di Fratelli d’Italia con un Cirielli in gran rispolvero (ricordate? Quello della ex-Cirielli che raddoppiava la pena sulle recidive) e infine gli hastag della lega #ciminalingalera e #bastaclandestini che campeggiano in post inneggianti forche e galere per tutti e in presidi di solidarietà alla bistrattata polizia penitenziaria.

La diramazione serrata di comunicati di questo tenore inizia all’indomani dell’introduzione della cd “sorveglianza dinamica”, misura obbligata dalle numerose raccomandazioni del CPT, dalle Regole penitenziarie europee e dalle sentenze di condanna verso l’Italia da parte della Corte europea per trattamenti inumani e degradanti che si perpetravano (e si perpetrano ancora oggi) ai danni dei prigionieri in Italia. Con la circolare PU-GDAP-1a00-29/01/2013-0036997-2013, il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, realizzava i “circuiti regionale ex art.115” in base al d.p.r. 30 giugno 2000 n. 230 con cui assumeva .

Questi alcuni punti descriventi la sorveglianza dinamica che prevedono l’introduzione graduale in tutte le carceri ma, di fatto fermatasi ad alcune sezioni di pochi istituti:

4.2. – L’adozione in taluni istituti, o sezioni di esso, del cd. “regime aperto”, non può significare che nelle rimanenti strutture, in particolar modo in quelle a Media Sicurezza, si possa ammettere, all’inverso, un “regime chiuso”, intendendo, con questo, una contrazione degli spazi e dei momenti di socialità della popolazione detenuta.

4.3. – II trattamento nelle sue diverse accezioni va rafforzato in tutti gli istituti sviluppando una diversa, e più ampia, articolazione e utilizzazione degli spazi ove concentrare le attività indicate dall’art. 16 reg.to esecuzione 230/2000 (o anche i servizi quali i locali mensa ex art.13 e. 3 stesso regolamento) di modo che i detenuti vi possano trascorrere una parte via via maggiore della giornata così da agevolare non solo l’intervento delle professionalità dell’area pedagogica e della società esterna, ma anche il controllo da parte della polizia penitenziaria.

4.4. – L’asserita carenza di personale, che ove riconosciuta valutando la tipologia dell’istituto e la forza presente si cercherà di limitare con le future assegnazioni, non può essere considerata motivo per procrastinare l’apertura dei reparti o per limitare le attività trattamentali.

Ma prima ancora, già in fase di elaborazione, le resistenze da parte dei sindacati di polizia penitenziaria si fecero pressanti tant’è che nel 2011, Massimo de Pascalis (all’epoca direttore dell’ISSP-DAP) in una lettera aperta indirizzata all’allora segretario della UIL penitenziaria, ne spiegava la natura insistendo su uno dei principi cardine dei regimi aperti: liberare la custodia dall’ossessione del controllo. <“Sorveglianza dinamica” quindi significa recuperare il senso “della conoscenza del detenuto” secondo la volontà del legislatore del 1975 ed eliminare perciò tutte le procedure che la prassi ha fatto consolidare intorno ad un’esigenza deviata: il “controllo assoluto del detenuto”.

La sorveglianza dinamica richiede, pertanto, interventi correttivi sul piano organizzativo e gestionale dell’area della sicurezza per creare strumenti utili ai processi di conoscenza e, in tal modo, qualificare meglio i compiti istituzionali della polizia penitenziaria, a beneficio della sicurezza ma anche del trattamento. E, tra questi, anche la custodia può essere finalizzata e partecipe di quei processi, se liberata dall’ossessione del controllo assoluto della persona.>> Con il “regime aperto” si contrappone al controllo totale del detenuto la conoscenza della persona detenuta cercando di dare dignità pedagogica alla funzione del poliziotto penitenziario prima di quella di mero controllore. Ma è esattamente questo il principio che le forze di polizia penitenziaria avversano registrando il “dover liberare la loro funzione dall’ossessione del controllo assoluto sulla vita dei prigionieri” come perdita di potere. Il “regime aperto” quindi come perdita di potere da una parte, la loro e, di contro, acquisizione di diritti e, di conseguenza, potere, da parte dei detenuti. Una vera e propria debacle dal loro punto di vista.

Oggi i sindacati penitenziari rivendicano orgogliosamente di aver contribuito alla scrittura del contratto di governo tra Lega e M5S incentrata sull’ossessione del controllo assoluto e sulla chiusura di tutti gli spazi di confronto e crescita dati dalla presenza del volontariato. Tornare al pugno di ferro, agli anni (bui) di Pianosa e l’Asinara, avere, finalmente, le “mani libere” sono i desideri espliciti di buona parte della polizia penitenziaria. Ma per legittimare le ossessioni bisogna creare le condizioni ideali, bisogna creare l’emergenza ad uso e consumo dell’obiettivo dato. In un sistema chiuso e pressoché impenetrabile qual è il carcere diventa gioco facile costruire notizie e allarme: nessuno può smentire.

I detenuti in quanto tali non sono degni di esser creduti e altrettanto i familiari, i (pochi) volontari sono obbligati all’omertà, pena revoca dell’autorizzazione. La Magistratura di Sorveglianza, che pure dovrebbe garantire la correttezza dell’esecuzione penale (e se così fosse, verrebbe meno anche la necessità dei garanti), ha pressoché rinunciato alle proprie funzioni e poteri riducendo il proprio ruolo a firmacarte. Chi resta? I garanti? Ma anche loro, nonostante il lavoro encomiabile, rispetto ai dati delle emergenze reali nelle carceri (sovraffollamento, malasanità, malagiustizia in primis), arrivano a monitorare solo una parte delle strutture e solo per il tempo limitato della visita o, ancora, solo a posteriori nel caso di suicidi o eventi critici. I parlamentari? Questi sconosciuti che avrebbero il diritto/dovere di ispezionare le carceri a sorpresa ma non lo esercitano e nel migliore dei casi si limitano a mere visite di cortesia preannunciate e pilotate. Unica eccezione, attualmente, l’europarlamentare Eleonora Forenza.

Nei primi giorni dell’attuale governo circolava fin’anche la proposta di revoca del potere ispettivo delle carceri per i parlamentari. Il paradigma securitario e totalizzante costruito negli ultimi 30 anni attorno ad “emergenze” vere, presunte e/o pilotate, ha via via affinato sempre più gli strumenti di controllo penale della società fino a modellarli aprioristicamente in base alle contingenze storiche e socio-economiche, anche attraverso campagne mediatiche mirate a tracciare il profilo del “nemico” sociale di turno che, quasi sempre, finisce col creare la stigmatizzazione di uno specifico gruppo sociale, dei modus operandi a questo destinati e dei risultati attesi.

Tale dispositivo è ben visibile, e raffrontabile, tanto sul piano penale che su quello dell’accoglienza. Su entrambi i piani i media focalizzano l’attenzione su numeri “emergenziali” dei fenomeni criminali e migratori, mentre i dati statistici smentiscono nettamente le emergenze propagandate salvo, appunto, enfatizzare singoli episodi eclatanti; la mostrificazione del “regime aperto” e delle misure alternative nelle carceri e dell’accoglienza dei profughi attraverso campagne disinformative serrate tese a dimostrare il fallimento e la pericolosità di questi modus operandi da “buonisti”, nonostante i risultati straordinariamente positivi ottenuti presso altre, a questo punto, civiltà avanzate.

Per quanto riguarda i risultati attesi dal sistema penale e di accoglienza, se fino a qualche anno fa un certo garantismo ne caratterizzava i presupposti, almeno sulla carta e parzialmente nell’esecuzione, oggi si punta all’abolizione tout court del soggetto in quanto portatore di diritti e destinatario di azioni tese a garantirne una effettiva (ri) socializzazione e/o integrazione. Le parole d’ordine che oggi ruotano insistentemente attorno alla detenzione e all’accoglienza sono “certezza della pena/pena sempre certa” (andando a mistificare quanto già di fatto avviene) e “tolleranza zero/basta sbarchi”.

L’introduzione del taser nelle città e nelle carceri, così come l’introduzione del reato di legittima difesa/difesa sempre legittima o, ancora, la volontà di cancellare la “bufala” del reato di tortura e l’introduzione dei sistemi di controllo nelle scuole, vengono qua solamente annotate sebbene parte integrante dello Stato penale che stanno costruendo i mercanti della (in) sicurezza. Infine viene invocata l’Europa con la medesima formula a “casa loro”, in merito all’accoglienza e alla costruzione di nuove carceri: se l’Italia continuerà ad essere costretta ad accettare i vincoli normativi europei e le sentenze di condanna emesse da Strasburgo per le continue violazioni dei diritti umani anche, e soprattutto, in materia penitenziaria si potrebbe assistere ad una sorta di Brexit giuridica e liberarsi una volta per tutte dal fardello del diritto internazionale.

La costruzione della comunicazione, oggi più che mai, mira quindi all’eliminazione di alcuni modus operandi penitenziari primo, fra tutti il “regime aperto”, con tutto il portato di apertura delle celle e al territorio che, per i cultori dell’istituzione totale, nell’era della certezza della pena esclusivamente carceraria, rappresenta un pericoloso occhio critico di controllo del controllore. Da questa riflessione l’invito ad evitare di enfatizzare notizie di rivolte o aggressioni in quanto costruite con l’unico obiettivo di occultare sempre più il carcere, e l’umanità che vi è rinchiusa, alla società “libera”.

Processo questo iniziato con l’abolizione delle esecuzioni in pubblica piazza sul finire del ‘700 perché la “spettacolarizzazione” della morte, in una società che mutava rapidamente, poneva lo spettatore quasi in empatia con il condannato, ed arrivato ai giorni nostri dove le carceri vengono costruite nelle periferie, la pena di morte è stata trasformata nella più discreta pena fino alla morte e l’applicabilità del regime di isolamento, da cui ne deriva l’esclusione totale da qualsiasi contatto umano, viene estesa anche ai minori.

Sandra Berardi – Associazione Yairaiha Onlus

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