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Napoli, due giorni di manifestazioni contro la gestione dell’emergenza Covid

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Pubblichiamo questa interessante riflessione di NapoliMonitor che ritorna sulle due giornate di mobilitazione appena trascorse e su cosa è emerso dalle piazze. Una ricostruzione un po’ più allargata delle premesse che hanno portato agli scontri di venerdì sera e uno sguardo prospettico sui giorni a venire. Al fondo alleghiamo anche gli audio delle interviste che Radio Onda d’Urto ha fatto ad alcuni compagni presenti nelle mobilitazioni del venerdì. Buona lettura!

“La miglior difesa è l’attacco”, la tattica del presidente della regione è ormai chiara. Più utilizza un lessico violento, più attinge al suo sarcasmo da comico di bassa lega, più minaccia, offende, insulta e più rivela tutta la sua paura di non riuscire a gestire una situazione sempre più complessa.

A dispetto dei proclami, nei mesi tra giugno e ottobre l’opera di De Luca si è caratterizzata per un sostanziale immobilismo. L’obiettivo primario era assicurarsi nelle elezioni di settembre altri cinque anni di mandato. Il governatore ha saputo volgere a suo favore l’andamento del Covid nella scorsa primavera, enfatizzando con ignobili teatrini le chiusure decise dal governo ed elargendo a pioggia sussidi che gli sono tornati più che utili per la rielezione. Certo, De Luca (e con lui i cittadini campani) è stato fortunato, perché da queste parti, fino all’autunno, il virus non ha avuto un impatto devastante come in altre regioni. Subito dopo le elezioni però è arrivato il momento di pagare dazio. E questi lunghi mesi di immobilismo ora costano cari a De Luca, ma soprattutto a tutti noi.

L’assenza di interventi incisivi su scuola e trasporti hanno portato a chiusure frettolose e irrazionali, contestate in piazza fin dal primo giorno sia dalle categorie danneggiate dai provvedimenti che da un comitato di genitori e insegnanti che è stato finora tra i pochi soggetti capaci di porre questioni politiche e non solo corporative. Le condizioni della sanità pubblica, dopo anni di tagli, commissariamenti e inefficienze, alimentano la paura di un aumento dei contagi, tanto che anche in questo settore sono state decise restrizioni come il blocco dei ricoveri programmati e delle prestazioni ambulatoriali. Il tutto, mentre le strutture messe in piedi per gestire i picchi autunnali della pandemia sono risultate pressoché inutili quando non coinvolte in inchieste della magistratura.

Uno scenario del genere ha messo in apprensione il governatore, tanto da costringerlo a difendersi, ancora una volta, attaccando. Ieri, nella sua diretta social (una conferenza stampa è un’altra cosa), De Luca ha utilizzato parole e modi ancora più estremi, accostando in modo del tutto pretestuoso cartelle cliniche e immagini di vita quotidiana, attaccando con toni spregevoli e minacciosi chi lo ha contestato nei giorni scorsi, e soprattutto annunciando una chiusura totale della regione. A questo punto – finalmente – c’è stata una reazione, che in parte era in preparazione già dopo l’annuncio del “coprifuoco”.

Venerdì sera sono partiti due cortei dal centro storico di Napoli in direzione della sede regionale a Santa Lucia. Uno era organizzato da giorni in opposizione al lockdown notturno, promosso da commercianti, imprenditori dei servizi, lavoratori della notte, tutte categorie già al loro interno estremamente variegate, che sarebbe superficiale liquidare come “di destra”. “Tu chiudi, tu paghi”, diceva lo striscione. L’altro, più spontaneo e messo in piedi perlopiù nella giornata di venerdì, si è concentrato nella piazza antistante l’università Orientale. “‘A salute è ‘a primma cosa, ma senza sorde nun se cantano messe”, diceva lo striscione. Nessuna delle due manifestazioni, tuttavia, avrebbe avuto la forza di portare così tanta gente in strada se non ci fosse stato l’autogol di De Luca, che con la minaccia di chiusura e una violenza verbale indigeribile da una popolazione stanca e preoccupata, ha contribuito a far degenerare la situazione. Centinaia di persone si sono unite ai due cortei grazie al passaparola via social, condividendo appena o ignorando del tutto le piattaforme delle manifestazioni. Sono scese in strada semplicemente per rabbia e paura del futuro, come dimostra la piega da riot urbano presa dalla parte finale delle proteste.

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(foto di francesco neto ciliberti)

Inutile soffermarsi qui sulle reazioni dei media ufficiali, piccoli e grandi, che qualche ora prima non avevano esitato a utilizzare l’ultima esternazione di De Luca per rincarare le dosi di terrore e confusione che vomitano da mesi sui malcapitati lettori. Il refrain delle infiltrazioni camorriste è uno strumento pronto all’uso ogni volta che a Napoli la piazza si muove per davvero, esattamente come un tempo non lontano lo spauracchio del black block. Ultras, estremisti rossi e neri sono ormai ingredienti di contorno. Con la camorra invece si va sul sicuro. Editorialisti e ministri hanno impiegato la giornata di oggi a rassicurarci che l’anomalia partenopea è unicamente da imputarsi a questo malefico influsso. A noi interessa invece, e naturalmente non ci sorprende, essendo lo specchio abbastanza fedele della città precaria, l’eterogeneità della mobilitazione. E auspichiamo che crescano le occasioni, e la voglia reciproca, tra segmenti sociali solo apparentemente distanti, di ritrovarsi, confrontarsi e agire con obiettivi sempre meglio definiti e di più ampio respiro.  

Oggi (ieri ndr) pomeriggio intanto ha avuto luogo un’altra manifestazione. Anche questa era già organizzata – da una piattaforma nazionale anticapitalista che è scesa in piazza in diverse città –, e anche questa si è giovata di una partecipazione probabilmente più numerosa del previsto, a causa degli eventi che si sono susseguiti dal pomeriggio di ieri. In piazza c’erano circa trecento persone, appartenenti a organizzazioni sindacali di base, movimenti di disoccupati e gruppi della sinistra antagonista. Il presidio è rimasto per quasi due ore a piazza dei Martiri. A un certo punto è stata lanciata vernice rossa contro il portone di Confindustria. Rispetto a ieri (venerdì ndr) le rivendicazioni hanno ribadito in maniera più esplicita una linea: se chiusura deve essere, che ci siano garanzie economiche per le fasce più deboli della popolazione.

Dopo il lancio di vernice, quando i manifestanti hanno provato a spostarsi in corteo, hanno trovato per due volte la strada sbarrata dalla polizia, finché sul lato nord della piazza i due schieramenti sono arrivati allo scontro. Archiviati i tafferugli, il corteo è continuato in maniera abbastanza tranquilla fino a piazza Amedeo, mentre nella piazza dei leoni i tuttofare del palazzo nobiliare che ospita Confindustria rimuovevano le tracce del passaggio dei manifestanti.

Stasera (ieri ndr) qualcuno potrebbe provare a violare nuovamente il coprifuoco, mentre per domani (oggi ndr) è stata convocata dai movimenti un’assemblea telematica per le 18:00. La gestione della pandemia, naturalmente non solo a livello regionale, può diventare spunto per rivendicazioni che abbiano come obiettivo un intervento sulle criticità del paese. Al di là di misure come i sussidi, le casse integrazioni straordinarie (alcune delle quali attendono ancora di essere pagate), il blocco dei licenziamenti e iniziative come i bonus sull’edilizia, pochissimo è stato fatto per promuovere riforme di ampio respiro, e d’altronde sarebbe difficile aspettarsele da queste forze politiche. La richiesta di garanzie per affrontare un’altra chiusura è sacrosanta, ma è indispensabile ora alzare il tiro per chiedere risposte sui bisogni primari: investimenti su casa, scuola e welfare di base, lavoro e sanità, un impegno che intervenga su prospettive di vita che vanno al di là dei semplici consumi. 

Il caos di questi due giorni in città può essere un primo passo. Creare connessioni, senza autocensure o snobismi, tra organizzazioni, movimenti e persone che sono scese in strada, diventa prioritario. In caso contrario, quel che è accaduto potrà essere rapidamente derubricato come un semplice sfogo di rabbia e frustrazione. (napolimonitor)

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