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Palermo e la raccolta rifiuti: lavorare con lentezza ma senza organizzazione

Insomma festività da grattacapo per l’amministrazione Orlando che, per ingenuità, incapacità di leggere la situazione o forse pura demagogia, ha trascorso Natale e Capodanno a suon di dichiarazioni stampa, con il “papà” in prima persona a denigrare il grado di inciviltà dei cittadini prima, e l’assenteismo e il fannullonismo degli ex operai Amia dopo.

Ma andando un po’ a ritroso, vorremmo fare ben altre considerazioni su quella che continua ad essere “l’emergenza rifiuti” a Palermo, e che di emergenziale ha solo la necessità di smascherare quelle strategie che, con cosmesi e attuazioni contingenti, creano stati d’eccezione e stigmatizzazione criminale volti a giustificare via denunce e magistratura, operazioni di impoverimento sociale e repressione del dissenso che colpiscono come sempre non certo i più abbienti cittadini palermitani.

Più in generale quest’ultima vicenda ci aiuta a comprendere quale sia la strategia di gestione, mediazione e normalizzazione della crisi da parte di questa fetta di governance locale, eletta con le migliori aspettative da buona parte della cittadinanza dopo 10 anni di amministrazione disastrosa e predatoria di centro destra ma che dopo meno di due anni di amministrazione si trova investita da una crisi della rappresentanza dilagante in città. Un’amministrazione sempre pronta a sferrare un attacco indiscriminato, che non crediamo esagerare nel definire di classe, verso tutti i tessuti proletari e più poveri. Un attacco che riproponendo con le solite varianti di criminalizzazione (inciviltà, sottocultura, mancanza di rispetto per un bene pubblico che, in realtà, ci pare inesistente) una certa “educazione alla legalità” in una città in cui quasi sempre questa non va d’accordo con la necessità di sopravvivere punta a scaricare le responsabilità della crisi dalle istituzioni verso differenti prototipi di subalterni, scatenando una guerra tra poveri che spacca l’opinione pubblica oltre che ceto-medio non ancora impoverito e strati di vecchia e nuova povertà.

A dettare la strada dell’austerity in salsa locale ad Orlando non sono peraltro solo le ragioni di chi sta dalla parte della barricata che con decreti, tagli, patti di stabilità, manganelli e denunce tenta ogni giorno di mantenere la ricchezza di pochissimi impoverendo quasi tutti, ma anche quelle che devono giustificare un anno e mezzo di risultati zero, o meglio negativi, in termini di disoccupazione (quella sotto i 40 anni è salita al 60%), servizi, possibilità di vita. Qui, in questa anomala metropoli europea infatti, questioni urbanistiche, sociali, politiche e culturali si sovrappongono, perché i tessuti proletari sono ancora in buona parte quelli che animano, abitano e lavorano nell’enorme centro storico del capoluogo, perché i circa 12mila senza casa (a cui va affiancato il dato dei 30mila sfratti esecutivi di quest’anno) continuano a occupare stabili e palazzi alla ricerca di un tetto in un centro storico in cui un progetto ventennale di gentrification si scontra tuttora con un’appartenenza e una difesa del territorio da parte degli abitanti storici, tra palazzi restaurati e sfitti e mercati storici mantenutisi con sacrosanta illegalità; perché cioè i proletari sono tuttora il cuore pulsante e produttivo della città.

Le operazioni mediatiche di criminalizzazione del dissenso che celano l’intenzione della nuova amministrazione di accelerare l’espulsione dei proletari dal centro storico per farne una bella vetrina da cartolina pubblicitaria (vedi l’episodio estivo che ha portato il comune a costituirsi parte civile contro commercianti che protestavano contro la chiusura al traffico di piazza S. Domenico che grava enormemente sulle loro attività), o di racimolare un pareggio di bilancio speculando sugli ultimi lavoratori garantiti, quelli del settore pubblico, ottengono probabilmente il consenso che arriva fino a una giovane sinistra partitica e sindacale cresciuta con una dedizione alla poltrona più che alle ragioni delle lotte e a bisogni e necessità dei cittadini; d’altro canto però, in un tessuto metropolitano in cui storicamente e culturalmente è ampiamente diffusa l’insofferenza e il rifiuto dell’autorità, qualsiasi essa sia, non poche empatie e non poche ragioni di legittimità sono sorte tra i cittadini per senzacasa “abusivi” che occupano palazzi abbandonati, commercianti “devastatori” che per difendere la sopravvivenza delle loro piccole attività distruggono i vasi posti dal comune a chiudere la piazza, o per “fannulloni e criminali ambientali” che dopo mesi senza stipendio riducono il ritmo di lavoro di fronte alla riduzione di 1/3 di stipendio e alla mancanza di certezze lavorative oltre i prossimi 12 mesi.

La storia della raccolta rifiuti a Palermo ci racconta di una condizione di profonda crisi di bilancio già dalla vecchia amministrazione del sindaco Cammarata, quando questi poté sfruttare gli strascichi di un sistema distributivo della spesa pubblica interno al ceto politico la cui base è stata il voto di scambio. Un meccanismo che la crisi sta ormai facendo implodere, perché non più in grado di garantire che i flussi di denaro arrivino effettivamente – in forma di briciole s’intende – nei bilanci della spesa pubblica o, come in questo caso, delle aziende municipalizzate che si occupano di servizi (raccolta e smaltimento rifiuti, trasporti, sanità, servizi scolastici, etc.).

Già da tre anni così, all’Amia, si tagliano o più sovente non si pagano stipendi, si risparmia sui mezzi e sulle attrezzature in dotazione agli operai addetti alla raccolta (per settimane gli operai, qualche mese fa, lamentavano l’assenza persino dei guanti!), si minaccia continuamente il fallimento. La conseguenza è stata spesso costituita da scioperi di lavoratori che, pur lasciando in periodi più o meno lunghi la città nella munizza, hanno difeso legittimamente la loro condizione lavorativa.

Un anno e mezzo fa il fallimento dell’azienda viene rinviato dalla nuova amministrazione con la trasformazione da azienda municipalizzata a società per azioni in cui il comune è azionista di maggioranza, nella speranza che qualche privato si facesse avanti. Improbabile ovviamente che qualcuno rilevasse una società così in rosso. L’effettiva soluzione in realtà è sempre la stessa, ed è quella in cui ad andarci di mezzo sono i lavoratori, anche chi crede di essere garantito da un posto di lavoro nel settore pubblico e pure con un contratto nazionale.

Secondo amministrazione e sindacati queste garanzie possono infatti essere aggirate: negli ultimi due mesi viene costituita una nuova società partecipata, la Rap, che in attesa di riassorbire la vecchia Amia…l’affitta! Proprio così, nessun errore. L’accordo di cui sopra, che ha visto l’avvicendarsi delle trattative tra dirigente Rap, Sergio Bianchi, comune e sindacati, si conclude prima delle festività con la firma di un contratto che vede detrarre più di 6 milioni di euro dalle buste paghe 2014 dei lavoratori, senza alcuna certezza peraltro, che dopo quest’anno, pareggiato il bilancio sulle tasche dei lavoratori, la società sia risanata; forse servirà un altro “sacrificio” da parte degli operai, o forse addirittura saranno gli operai e i loro posti di lavoro ad essere sacrificati!

Insomma una situazione che vede stipendi a singhiozzo negli ultimi tre anni, garanzie del contratto nazionale gettate nel cassonetto dai sindacati confederali con definitivo taglio di quelli del 2014 e nessuna sicurezza di mantenere il posto di lavoro conclusosi quest’anno. Scartata al momento la via dello sciopero con i sindacati che firmano al tavolo della controparte contratti che detraggono 6 milioni di euro dalle loro tasche, la scelta degli operai in questi 15 giorni sembra essere stata quella di lavorare con lentezza, guastando la festa ad un’amministrazione pronta a sbandierare una vittoria fallita alla vecchia amministrazione di centrodestra.

Trenta i netturbini denunciati per assenteismo, numerosi operai per inquinamento ambientale, dossier sui disservizi causati dai lavoratori presentati alla magistratura direttamente dal sindaco. Insomma, come se tutto quello che abbiamo raccontato sulle responsabilità e sul salvataggio momentaneo della società previa falcidiata sui costi del lavoro non abbia alcun peso nella vicenda, come se la sola responsabilità fosse dei lavoratori fannulloni, dietro cui addirittura, si celerebbe a detta del sindaco un progetto criminale che avrebbe ben altri interessi rispetto alla raccolta dei rifiuti!

Il non rivendicare politicamente questa forma di silenziosa protesta, sta lasciando in ultima analisi largo spazio mediatico a quella retorica criminalizzante già attuata dall’amministrazione ogni qualvolta in questo anno e mezzo il dissenso vero ha preso il posto dei tavoli delle vertenze e della mediazione sindacale. Ma se per quanto riguarda altri lavoratori, come gli operai Gesip e Pip, o per la lotta dei senza casa (additati a vario titolo come abusivi, incivili, analfabeti, nullafacenti, criminali, etc…) la stigmatizzazione mediatica è stata un’abile retorica per limitare il problema e farlo sparire dall’attenzione pubblica, crediamo sia invece proprio la mancanza di una presa di posizione chiara e unitaria da parte dei lavoratori Rap, a far sì che da oltre una settimana su stampa e tv campeggino rappresentazioni e narrazioni che identificano questi operai come i peggiori criminali che attentano salute della città e dei cittadini.

Il problema riguarda sempre, piuttosto, non tanto l’impossibilità di legittimare la propria lotta contro un nemico più forte, ma l’organizzazione delle lotte e la capacità che queste hanno di porsi anche mediaticamente, in relazione di forza con la controparte; e come detto questa ossimorica, perché silenziosa, protesta degli operai Rap non può che fare il gioco del nemico, dell’amministrazione. Perché se i dispositivi e le strategie mediatiche di un potere e di una classe politica dominante che cercano di preservare questo assetto economico e istituzionale dal definitivo fallimento sono ben assestate e rodate nello spaccare, confondere, disperdere e delegittimare rivendicazioni, lotte e dissenso creando “buoni e cattivi”, “meritevoli e criminali”, “lavoratori onesti e fannulloni”, dalla riforma Gelmini, ai Forconi, fino ai lavoratori Gesip e Rap, l’organizzazione e la ricomposizione delle lotte hanno ancora molta strada da fare. Per ora così sembra.

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